domenica 15 gennaio 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 02.12

The Mistery of Edwin Drood è l'ultimo romanzo di Charles Dickens.

La vicenda ruota attorno a Rosa, una ragazza titolare di una cospicua dote, che potrà ereditare solo sposando il giovane Edwin.
Ma di Rosa sono innamorati anche Jasper, zio di Edwin, organista e fumatore d'oppio e pure Neville, un orfano proveniente da Ceylon con la sorella gemella.

La trama prima si complica, poi sembra risolversi quando Neville e Edwin cenano insieme e si riappacificano... il giorno dopo però Edwin scompare.

Iniziano le ricerche, il mistero si infittisce per l'ingresso di altri personaggi fino a quando muore... Charles Dickens.
Ebbene sì, il Nostro termina il capitolo 23 "and than falls to with an appetite", disegna una specie di spirale in fondo alla pagina manoscritta e muore, uno o due giorni dopo, colpito da infarto.

Fine della storia, il mistero, già nel titolo, avvolgerà per sempre l'opera.

Quello che doveva essere un amen, l'addio di uno straordinario romanziere, è invece diventato un festival di ipotesi su come sarebbe andata a finire.
Quattro film, due serie televisive, quasi una decina di scrittori cimentatisi nella continuazione e tutti con finali diversi*.

In Italia ci hann provato pure Fruttero & Lucentini con La verità sul caso D, anglofili e geniali da e come sempre.

Nel bicentenario dickensiano, la BBC ha prodotto una serie in due puntate, riducendo la trama di The Mistery of Edwin Drood all'essenziale e eliminando qualche personaggio.

In questa versione televisiva Jasper diventa colpevole ma non dell'assassinio di Edwin, che invece ricompare sano e salvo, dopo un breve soggiorno in India (!).

Le ragioni commerciali non bastano a spiegare l'ostinazione dei continuators, i continuatori del romanzo.
Perché serve dare una conclusione a un romanzo che una conclusione non ha?
Suona davvero troppo banale rispondere: una vicenda che non si compie (che non arriva a una fine) non sembra compiuta, non può stare per aria, non può accontentarsi di uno svolgimento parziale, deve concludersi?

La sensazione è che giri nell'aria l'odore di una sorta di necrofilia letteraria, di un'ansia guardona che trae conforto soltanto quando il senso della vita, anche se lettararia, è regolarmente rispristinato, portato a termine.

Non mi piace. Lo trovo inutile e persino poco confortante, un palliativo; non sarebbe stato più interessante, nel caso dei film, seguire la trama con più rispetto e finire con la colazione di Dick Datchery, il personaggio che "falls to with an appetite?" e, nel caso dei libri, accontentarsi di Dickens, di quei ventitre capitoli**.

Sarà che viviamo di apparenti sicurezze e di fragilità, sarà la necessità di dare un senso alla trama un po' casuale della vita, ma di fonte all'incompiuto o di fronte al non finito rimaniamo smarriti: a nulla serve il riscontro oggettivo della morte del demiurgo autore o della sua eventuale volontà a non pubblicare.

L'ansia della trama sospesa (chiamamola così) non corrisponde forse alla nostalgia che abbiamo di un personaggio tanto amato, che, con la fine del libro dobbiamo lasciare? Quanti di noi vorrebbero vedere "la continuazione" della vita di quel personaggio, o quanto di lui o di lei ci rimane oltre le pagine?

Se sopportiamo questo trascinamento dentro la nostra vita, perché non sopportiamo la drammatica sospensione, il cambiamento inatteso o l'assenza improvvisa?

Forse perché queste ultime capitano spesso, ci colgono impreparati e sono difficili da accettare.
Have a good appetite.
Il fra
*Lo stesso trattamento a Sanditon, opera incompiuta di Jane Austen.
**Un disagio simile come se spiassi i luoghi e i resti di una vita altrui ho provato visitando la casa museo di Dickens dalle parti di Russel Square. Una visita inutile: camere stanze quadri poltrone fogli lettere, di interessante solo la cafeteria ricavata nel retro della casa vittoriana.

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