mercoledì 11 gennaio 2012

Duemilaundici libri o quasi

Cenato presto questa sera all'ora inglese, l'ora delle galline in Italia.

Sere ancora lunghe, a twist in my sobriety, un bicchiere da e di whisky in mano.
Andy il falegname ci ha detto che quello blended va preso con ghiaccio, quello puro come bottiglia comanda e a temperatura ambiente.

Whisky o meno e in attesa degli scaffali in legno dello stesso Andy, i libri per ora s'ammucchiano su superfici piane e si infilano nel mobile porno indiano dove un giovin signore sta kamasutrando una sovrastante donna opulenta, immagine che si ripete su ogni anta e per ogni lato...

Sto divagando. Per dire che i libri sono cose intime certamente, ma da tutti palpeggiabili: zatterine minuscole di rado robuste a cui qualche volta mi aggrappo con la fame chimica del naufrago compulsivo, che poi nessuno è meno naufrago di me.

Insomma di almeno una trentina o forse più di libri letti nel duemilaundici mi sono rimasti (e senza perdere una diottria) questi:

Aracoeli, Elsa Morante.
Avevo letto due anni fa L'Isola di Arturo, che trovai bellissimo.
Storia di un figlio, della madre spagnola, del padre ufficiale della marina sabauda, Roma, Torino, la Spagna alla fine del Franchismo...
"La mia mente è una stanzaccia promiscua, dove possono ritrovarsi in coabitazione balorda la rigida miscredenza e le superstizioni più futili". Una frase che vorrei aver scritto.

The God Delusion, Richiard Dawkins.
Biologo evoluzionista, etologo e ateo militante, non arrabbiato, piuttosto persuasivo, colto e leggibilissimo. Humor e pragmatismo tutto inglese.

The End of the Affair, Graham Green
Nella Londra di Clapham Common durante gli anni del Blitz e dell'austerity, un amore e un tradimento mistico, una passione in bianco e nero, forse un po' troppo maschile, non so se maschilista, ma la favola dimostra che l'orgoglio talvolta è una brutta bestia che semina vittime. Non una grande novità, ma scritto benissimo da un cattolico con gli attributi.

The It-Doesn't Metter Suit, Sylvia Plath.
La favola di Max ultimo di sette fratelli che voleva un vestito che andasse bene per tutte le occasioni della vita, un piccolo capolavoro trovato a 50 pence in un bookshop a Greenwich.

The sense of an ending, Julian Barnes.
Ho anche dimenticato di scendere dal treno più di una volta mentre lo leggevo, centocinquantapagine disilluse ma lucide, ancora il punto di vista maschile, abbastanza sincero, dove l'abbastanza sono i trucchi della memoria.
Londra dal finestrino della macchina: "Convenient stores, cheap restaurant, a betting shop, people queuing at a cash machine, women with bits of flesh, spurting from between the joints of their clothes, a slew of litter, a shouting lunatic, an obese mother with three obese children, faces from all races:an all-purpose high street, normal London"

A river dies of thirst, Mahmoud Darwish
Poeta palestinese, uno che guarda dentro e aiuta a capire tutto quello (molto) che non so di quella parte di mondo.

Ci sarebbero anche pezzi di libri come fior da fiore, qualche stroncatura, ma ho scritto troppo.
Mi vado a bere un whisky.

Meglio un succo di frutta.

2 commenti:

  1. aggiunti nella lista.
    e meno male che ho scoperto il post.

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  2. dovresti fare il critico letterario, anzi, mi correggo, il "pusher letterario". Si venderebbero più libri, si leggerebbero più libri e la gente sarebbe più felice. Certo, crescerebbe il fenomeno delle fermate del treno perse...

    ciao, grazia

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