giovedì 20 dicembre 2012

Questo sì, Questo no

Tanto per cominciare: dire sì più spesso a tutto e a tutti, o quasi: il quasi passa attraverso il buon senso di cui notoriamente sono sprovvisto. 
Ho detto troppi no nel duemiladodici.

Ho voglia di viaggiare, andare in Palestina con Cristiana (questo è già in programma), in Islanda per conto mio (un'isola che c'è e che vorrei circumpercorrere e occasionalmente circumpasseggiare) e al mare con tutti.

Devo tornare a Veruno -Nessuno, Centomila-, paese sonnolento in provincia -non so se ancora- di Novara, ma pur sempre mio o quasi mio. 
Devo tornare, altrimenti finirà con l'annacquarsi, farsi trasparente, come un fantasma. E i fantasmi non fanno bene, non passano, stanno negli armadi. 
La voglia di stare in Italia mi deve tornare, per esempio: comprendere la lingua anche dell'occasionale passante e prendere un caffè sempre e ogni volta che mi va.

Devo fare meglio il papà: so che cosa non fare, ma questo non mi rende più preparato, anzi.

Devo scrivere.

***

Butterei un paio di persone giù dal Big Ben (da poco Elisabeth Tower in onore della Queen): ma non si risponde al male con il male, poi si fa per dire. 
Non farei male a una mosca, non fumo, non bevo ma se mi cade la sigaretta nella sambuca uccido anche la mosca. Solo per sdrammatizzare.

Butto la parola "esclusivo". I posti, i ristoranti in particolare, esclusivi sono nella maggior parte dei casi anaffettivi.  Io sono per la cucina affettiva e inclusiva; preferisco le persone agli ambienti; le persone cambiano gli ambienti. 

Tengo i cocktail da Dabbous con K. e la cena bolognese a casa di Monica. Tengo altre cose, ma le tengo per me. Tengo Londra, tengo la Cornovaglia, ma butto Daitan 3.

Per ora mi sogno il ristorante, contando sul fatto che una spiccata fantasia e una costruzione mentale renderanno il disegno perfetto, non appena avrò la matita in mano.

Ho voglia di cantare e di avanspettacolo.

***

L'Italia politica, quindi l'Italia, risulta a distanza assai incomprensibile, perfino divertente; infatti sembravamo tornati seri e invece... Dopo un anno di alienazione e riposo sotto lo sguardo tecnico del "ci penso io, l'Europa lo vuole", ritorniamo responsabili del nostro destino! Ei-eia-alalà.

Leggo di una lista che potrebbe chiamarsi RiMontiamo l'Italia, spero sia uno scherzo: non posso non pensare a un gruppo di caproni -meglio Montoni- che tenta il bis con un gruppo di caprette.

Il potere è davvero una tentazione irresistibile. Augurerei qualcosa di sinistra all'Italia, ma mi accontento di una manciata di buon senso.

Finire con la politica non va bene. Vi potremmo anche invitate a cena, ma per parlare d'altro.

A presto e se volete comprarmi io sono in vendita qui, per una buona causa.

Buon Anno.

giovedì 13 dicembre 2012

Shopping pong, le scarpe

Allora, all'ora che volge il desio più proibito, anzi lecito, lo shopping s'insinua dentro le nostre teste, scomodo teste, tirannico padrone e compagno di merende. 

Tanto per tutto il resto c'è la carta di credito: una buona Visa a cattivo gioco.

E tra un "accidenti! non me lo posso permettere" e un "ma me lo compro lo stesso", conviene farsi cogliere dall'invidia sempre un attimo prima del rimorso e dalla passione, anche vera, ma non così sana da saper resistere a una tentazione.


Ecco un elenco di Impossibilia - Possibilia scelto da Valeria che invece si puo permettere di osare (e te lo dico qui ma apriamolo questo ristorante, così prendi l'aereo solo per far shopping in Italia, andiamo insieme da Laboutin e compro un paio di scarpe per Cristiana.... all that she wants...)

Laboutin, quello di 17 Mount Steet: la scarpa come un dio fetish; se il caso aiuta, imperdibile la ricca araba con il burqa che acquista il paio, che fa paio ad un altro paio.

Jimmy Choo, tre boutique, forse la migliore in Bond Street: la scarpa che fa il monaco contemporaneo. 

Harvey Nichols, certamente non Liberty, ma un grande magazzino, dove magazzino è lost in translation, a Knightsbridge = fare di tutto pur di evitare Harrods!

Poilane, fermarsi per mangiucchiare, con un occhio alle confezioni più che al contenuto, maccheddico anche al contenuto. Conta saperci entrare a colpo sicuro e non guardarsi in giro come un estraneo.
La classe consiste, una volta comprata, nel mordere la brioche già sulla soglia, lasciando l'impronta del rossetto sulla pasta, poi sfiorare le labbra con un dito per carezzare le briciole e sbocconcellare camminando con il solo ausilio della mano. Cagnolino d'obbligo almeno in Elisabeth Street

All Saints, negozi nelle zone posh, quello di Portobello Road il migliore. Qui giochiamo in casa, il concept shop viene dal talento di K., le vetrine sono quasi più interessanti della collezione... urban style, sempre un po' shabby per me, ma ostinatamente di moda.

Crocs, tantissimi gli shop, magari una scappatina a quello di Kings Road, quando anche una zoccola di gomma ha una winter collection; non solo da ciabattari, oltre il casual friday (non so che cosa significa ma ci sta).

Irregular Choise, Cristiana impazzisce per la fantasia al piede, tra Fata Morgana e l'adolescenza ribelle di un Manolo Blahnik

Nike Town... qui non metto link, trattasi di Nike personalizzabili; da buon radical virgola chic mi tocca dire che tra le divinità di cui sopra la Nike è la meno innocente e questo nonostante a Matilde venga l'occhio a forma di logo ogni qual volta ne vede un paio. 

Spendete, del doman non v'è certezza.

lunedì 10 dicembre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 30.12

Me ne sto a guardare, come sempre. 
In senso anti orario duecento bipedi pattinano sulla pista di ghiaccio della Somerset House*: Londra centro, a destra del Waterloo Bridge, venendo dalla riva sud, l'ingresso si apre sullo Strand e su un doppio colonnato di fattura settecentesca e un grande cortile interno, neoclassico e parigino.
Sul timpano della facciata di fronte un neon gigantesco: SKATE.

Ironico? umorismo britannico? o un invito, rivolto a quelli come me che a pattinare non pensano.
Da qualche parte infatti ho letto che solo gli infelici (e le pecore) stanno a guardare. 

Un pensiero un po' mussoliniano, statista che torna sempre di moda almeno nella pancia di noi italiani. 
Non esageriamo! questa non e' Piazza Venezia e l'ultimo dittatore isolano, Oliver Cromwell, era un accanito mangiatore e bevitore - non lo so, ma lo sospetto, gli inglesi, come scrive Malaparte preferiscono la liberta' alla sobrietà -; Mussolini invece, nonostante la retorica di regime, andava avanti a latte e frutta e di conseguenza soffriva di gastrite. 

La Londra natalizia aggiunge al crescente freddo (che sale da terra, che soffia nell'aria) le luminarie e gli addobbi delle feste, si popola al centro, nel West End, attorno ai negozi, ma rimane nuda, sobria e quotidiana nelle vie dei quartieri. Assai bella e pure mozzafiato diventa quando il Tamigi si slarga, mostrandone l'imponenza: i profili dei grattacieli, che paiono palazzi, le linee dei ponti, il traffico del fiume, la cupola di St Paul e la Somerset House

Londra, se osservata da Waterloo Bridge, ma non solo, sembra una pianura di costruzioni, reale e per nulla soffocante, piuttosto un immagine di città, un interminabile lungo-Tamigi, fiume al solito piatto, piano, senza corrente e direzione, eppure in moto, grigio marrone, grigio scuro, specchio al cielo nuvoloso, riflesso al cielo soleggiato, navigato, popolato.
Il Tamigi non attraversa Londra, e' Londra, la pianura acquea, il polmone cardiaco, il palcoscenico, la quinta dove riprendere fiato, mettere a fuoco il grandangolo e poi attraversare.

Capita che, perché ci si vive dentro, si debba amare un posto, appunto per darsene una ragione, quasi per forza. Non si preferisce un luogo soltanto per elezione, ma al pari delle persone, lo si coltiva un po', come un sentimento vero che toglie o che aggiunge affetto all'amore, quando l'amore si spegne o quando rinasce, per la troppa usura o per troppa passione.

Intanto Matilde pattina con B. senza stancarsi, senza giacca a vento, senza ansia, con i guanti: la pista di ghiaccio sembra un circuito, nessuno contromano, nessuno controvento, nessuno contro tutti.
Ma contro la recinzione qualcuno goffamente sbatte come un coniglio selvatico ai paraurti della macchina, pam! senza tragedia, con una risata.

Jacopo si stufa dice che ha male alle gambe e si annoia, così esce, si rimette le scarpe, ha fame, ha freddo. Mi assomiglia, un pensiero confortante.

Si fa buio, il neon assorbe tutta la luce: SKATE!
Imperativo Presente.
Il fra
*per chi vuole fino al tre marzo la mostra su Valentino, Master of Couture.

venerdì 7 dicembre 2012

FRALENDAR 2013 - A REAL TREAT!

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giovedì 6 dicembre 2012

First pass the postcard

It has turned cold. Please make sure your child as a hat and gloves.
Cristiana se ne sarà assicurata e indubbiamente tutti ci siamo accorti che fa più freddo del solito.

Please remember to supply your child with stamps and envelops. Do please write a letter to you child too. They really appreciate it!
Cristiana se lo sarà ricordato, poi ieri ha scritto una lettera a Matilde, io ho spedito la mia oggi.

Matilde è in gita per una settimana, non lontano, nel Kent e quelli sopra sono few reminders, based on our (dei teachers) experience over the years.

E noi ci atteniamo, noi... Cristiana ha seguito le istruzioni alla lettera, io mi sono limitato alla lettera, e l'idea, sostenibile grazie alle buone prestazioni della posta inglese, che Matilde la riceverà muove i miei precordi.

Solitamente rigidi, i precordi, come corde da attracco, mi si sciolgono quando - e ultimamente sempre più spesso - mi immagino figlio e non papà. Tradotto: mi chiedo come avrei reagito io al posto di Matilde.

L'experience over the years però (qui casca l'asino) non risale fino agli anni settanta, anni quelli senza istruzioni per l'uso e dove forse i ruoli erano assai ben definiti, anzi no: delimitati... genitori e figli confinavano tangenti, ma senza definizione, senza contorno.
Così la mia generazione, lasciata al caso, data per scontata, si è dovuta un po' arrangiare e ha vissuto di vita propria. 

Esagero, semplifico, mi allargo alla generazione, ma penso a me.
Viziato, ma non amato. Per amato intendo conosciuto, compreso, creduto, affiancato. Nessuna maieutica, tutto abbastanza a caso, a tentoni.

Così oggi non faccio il padre per imitazione, ma per contrasto. Non ci riesco sempre perchè nella mia testa o nel mio acido desossiribonucleico, appena prima di agire ritorna il mio personale modello genitoriale: una vera e propria bibbia comportamentale per me bambino.

Insomma mi accorgo che le ho spedito la cartolina che avrei voluto ricevere.

domenica 2 dicembre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 29.12


Vado a votare, non so bene turandomi quale orifizio e pertugio, ma vado con la convinzione che il gesto (di votare) aiuti esattamente come il sano masochismo di chi, già sazio, vuole finire la Nutella, per vuotare il vasetto e gettarlo nella differenziata.

Buttato il voto nell'urna (differenziata?), trascino Jacopo fuori dal seggio di Islington, dove si era insediato (lui al pari del seggio) giocando con l'Ipad.
"Hai già vomitato?"
"Votato! Jacopo, votato!"
Ma forse anche vomitato, un getto veloce, raccolto su un pezzo di carta secca grigia e forse riciclata.

Dicevo: lo trascino fuori: a due passi dalla sede del patronato CGIL (dove si consumano le primarie del centrosinistra con scappellamento a destra sorella) nascosto all'angolo di Canonbury Square* a mezzogiorno in punto apre l'Estorick, una delle più importanti collezione di arte moderna italiana all'estero.

Una casa giorgiana, più bella, per il verde intorno, in primavera che d'inverno, proprietà di una coppia americana, gli Estorick appunto, ricca abbastanza da collezionare fin dagli anni quaranta le opere dei nostri pittori e scultori più noti, i futuristi in particolare. In questi giorni e fino a fine mese l'Estorik ospita il primo Bruno Munari, un autore, anzi una personalità, che amo tanto. 

Una specie di uomo rinascimentale post litteram, interessato al disegno, alla scultura, alla pittura, pioniere della grafica pubblicitaria, del design nel marketing, e della pubblicistica per bambini, eclettico creativo colto, appunto una specie di Leonardo futurista.

La mostra (due stanze al piano terra) si intitola My futurist past, un gioco verbale alla Rodari... Munari era un po' rodariano e forse anche il contrario: la pratica di confondere il significato con il significante,  aggiungendo descrizione, grafia, oggetto alla o alle parole divertendosi tanto. 

Un capolavoro di Munari rimane il suo Dizionario dei Gesti, un libro non ad uso di noi italiani, ma tradotto (!) da regalare agli stranieri e agli inglesi in particolare, solo quando ovviamente il resto del mondo mostra di volerci conoscere o crede di conoscerci.

Nessun al mondo usa le mani, la faccia, il corpo per veicolare sentimenti, passioni, sublimi e infimi concetti come noi italiani. Qui si tende a apostrofare tutte le avversità della vita con un shit o con un f*c*; la variante sta in qualche proposizione aggiunta (off, up), nel gesto di allontanare la birra dal petto, buttando lì uno sguardo vitreo, arrabbiato, da avvinazz... abbirrazzati.

Noi mandiamo fisicamente affan* e buttiamo tutta la rabbia fuori, insomma a noi che quella cosa importa o non importa sono le nostra dita a indicare. 
Tiè è un gesto, un romanzo intero; la pernacchia è una, anche trina all'occorrenza. Con questo non ci si considera migliori, piuttosto più ricchi, articolati, nel senso che usiamo gli arti, ma anche gli altri o le arti.

L'ironia da noi non è una parola, l'umorismo non è un senso dell', ma sono entrambi un gesto, oppure parole che sono gesti, non allocuzioni fini a se stesse. Almeno così credo. 

E con l'inutile retorica, tipica di chi deve trarre una conclusione, da cui fare uscire un po' di senso, Bruno Munari, perché gli assomigliamo, è davvero... italiano.
(C'era due volte) Il fra
*basta, scendendo da Angel lungo Upper Street, deviare a destra; una volta visitato, l'Estorick sembrerà un po' datato: uno svecchiamento gli gioverebbe, ma questo può dirsi di noi e dell'intero Stivale.

Concavo convesso, 1946, una delle prime installazioni dell'arte moderna italiana, in mostra all'Estorick
 

martedì 27 novembre 2012

Off Columbia Road Flower Market

Fase meditativa, serena a tratti, alla luce di una lampada... conflitti e nuvole all'orizzonte, altrimenti ignorabili visitando mostre e leggendo libri.

A piú tardi.

giovedì 22 novembre 2012

Tornerà un inverno normale

A ondate e talvolta a puntura di spillo il passato da Restaurant Manager ritorna. Anche sotto forma di canzone, quella del titolo (ma non il titolo della canzone)*, precisamente del ritornello che ricanticchio da quando mi sono imbattuto in Sara.

Di Sara avevo conosciuto soltanto la voce, su palchi occasionali nelle lande biellesi, in sale raramente piene, più spesso con un pubblico di noi aficionados e l'ultima volta a Piedicavallo nel duemilanove, in un recital su Buzzati.
Lei cantava ne Il mio Nome non ha importanza (il gruppo e il progetto di Luca e Ruggero) e le mie orecchie svezzate in tenera eta' da Mina Mazzini, non aspettavano che il graffio, il calore sporcato della sua voce, che doveva far passare l'autorialita' dei testi, altrimenti troppo o solo letterari, solo o troppo poetici.

Ma dato che conoscevo Luca e collaboravo con la sua Hacienda e conoscevo Ruggero e collaboravo con la sua anima, non mi capito' quasi mai di conversare con Sara, forse perche' - ma lo dico adesso con il senno di poi con cui lastrico il blog- mi bastava la sua voce per vantarmi di conoscerla.

Con Luca un filo si addipana ancora tra i saltuari e sociali contatti della rete, Ruggero invece e' sparito  (ai miei occhi, alle mie orecchie) dietro a un matrimonio e con lui pure il poeta. Tornerà, probabilmente insieme ai normali inverni. 

Sara ora vive qui a Londra, io e Cristiana l'abbiamo incontrata per caso alla Royal Festival Hall: lei aveva appena assistito ad un concerto, noi ad un aperitivo. Mi aveva si' scritto, ma non immaginavo qualche giorno dopo di trovarmela a Southbank, sentendomi chiamare da lontano, come in un film.

Probabilmente il miglior posto dove portare amici e parenti, ma anche nemici e perfetti sconosciuti, in visita o di stanza a Londra, almeno secondo Cristiana (sua l'idea ovviamente) rimane il Flower Market di Columbia Road. Da dove si può caracollare poi verso Brick Lane, fermandosi a mangiare una Bagel nella nota, spartana e affollata Bakery, fino alla White Chapel Gallery, dove  fino al prossimo Giuseppe Penone installossi con un'installazione (splendida ma ne parlerò prossimamente).

Così abbiamo portato Sara in una delle nostre mete domenicali preferite, complice un cielo azzurro e senza vento, così raro a vedersi se non a squarci veloci. Una bella giornata.

E come spesso accade la domenica sera, insieme ad un anticipo di stanchezza per l'imminente lunedì, la voglia di riprendere il mestiere appunto ritorna.
Per ora sotto forma di una voce.

*la canzone sta qui, con una breve spiegazione dell'autore credo... e mi accorgo trattasi del titolo e che, al pari di me, l'autore ama le parentesi (!)

domenica 18 novembre 2012

La Striscia di Cri

Non sto con chi è più forte. 
Se ci fosse stato il Fra mi sarei messa a piangere, non so spiegare come mai. 
Ma ero da sola, in mezzo alla folla... Free Free Palestine.

Conoscendo il nemico non vedo soluzione, Israele vive e si alimenta di questo conflitto, si identifica nell'opposizione alla Palestina.

Conosco molti giovani israeliani, artisti e non solo, figli di professori, non religiosi e di sinistra, ma tutti sono convinti del diritto divino e storico di stare lì, del diritto di esistere non con o dentro, ma prima e a scapito della Palestina.

Israele ha l'esercito, i Palestinesi sono terroristi, i palestinesi sono dead, gli israeliani sono killed.

Sempre alla vigilia di discussioni ONU sul riconoscimento della Palestina come Stato, i muscoli si scaldano, il potenziale bellico si scatena.
A Gaza non entrano neanche i barattoli di hummus, ma i missili e le armi sì. Chiediamoci perchè.

Che cosa sarebbe Israele se non ci fosse Gaza, se non ci fosse -direbbe il Fra- il metus hostilis

Se metti un animale feroce in gabbia e capita che morda il padrone, il padrone se l'è cercata, se metti un milione di persone in una prigione all'aria aperta e le persone reagiscono, sono terroristi.

Conosco la corruzione di Hamas e Fatah, il denaro e la posizione sociale prima dei viveri, l'impotenza e l'inedia di chi vuole che le cose stiano come sono. 
Fa comodo a tutti, tranne alle persone comuni, vittime queste di ideologie e di paure che convengono a pochi.
Non c'è soluzione e non ci sarà. Il potere economico di Israele è troppo grande, tocca interessi profondi, economici ma anche psicologici... come il senso di colpa che noi proviamo ogni volta che parliamo di Israele.

Solo Israele può risolvere e fermare questo conflitto, non certo con un militare come primo ministro.
Non certo Obama, appena rieletto, fully supportive con Israele: il suo Nobel sacrificherà alla Pace la popolazione di Gaza.

Che tempismo! Proprio adesso che ho un biglietto per Nablus.
Parto, non parto, parto, non parto. 

Israeli Embassy, South Kensigton, London

giovedì 15 novembre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 28.12

"Tua figlia gioca benissimo a calcio"
"Non e' il modo migliore per cominciare una conversazione con me, comunque grazie". Non mi e' venuto commento più snob.
Bene. Sto diventando inglese?

Mentre io e Alessandra tentiamo la prima conversazione da mesi, uno degli ospiti si intrufola, facendosi largo con lo sguardo di chi intende restare di guardia al presidio.
Alessandra sulle prime mi aiuta sostenendo le virtù sportive di mia figlia per tentare poi senza risultato di distrarre l'interlocutore e farlo scemare. 

Sono al secondo daiquiri con sedano, Alessandra invece va ad acqua e derivati, Cristiana intrattiene gli ospiti al Cinnamon di Devonshire Square, per l'inaugurazione di una mostra di Gayle
Posh dunque! e in queste occasioni devo ricordarmi che solo gli artisti mangiano al buffett, gli altri (quelli della moda per dire) bevono. 

Io non della moda e non artista che cosa faccio? (Mi si nota di più se) mi sottraggo al rito liberatorio del cocktail, soprattutto se sperimentale? Certo. Per poi abbuffarmi dopo quando la folla defluisce e gli intimi rimangono. Ecco quello che faccio.

Ma ero sull'intruso, il quale dopo sette minuti sul progresso delle donne nel gioco del calcio, si qualifica come docente universitario (in Perlocutoria della Scatotecnica alias Frantumazione dei Cabbasisi) e con molto tatto parla dell'inopportunità di fare una mostra in un ristorante (carino invitare tipi così, la prossima volta proviamo con un rastaman, risulteremmo più radical chic), in quanto estremamente borghese (verissimo!) e inizia a citare Rothko, quindi eccitarsi fino a un culmine di orgasmo cattedratico che per fortuna nostra lo lascia senza fiato.
Silenzio imbarazzante, silenzio imbarazzato.

Per un miracolo della Scatotecnica il docente con valigetta barbetta occhialini non perloquisce più e svanisce; io e Alessandra riprendiam... Si avvicina un bellimbusto, alto oltre i miei tacchi:
"Ciao, mi ha detto Cristiana che ti occupi di food...."

La frase "mi ha detto Cristiana che tu..." o "mi ha detto il Fra che tu... " nel nostro linguaggio di coppia significa rimbalzo: l'interlocutore viene scaricabarilato dall'uno all'altro perché l'uno o l'altro vuole riprendere a respirare. 

Alessandra va alla toilette.

Dunque che cosa penso dell'apertura di un gruppo di acquisto a Londra? Che consigli posso dare al tuo business? Boh non penso niente, non ho capito niente e non so di che business parli, ma provo a buttare fuori qualcosa dopo aver buttato dentro un calice di vino bianco, quasi di un fiato. Un pugno d'alcol nello stomaco trasforma la Scatotecnica in Arte di Arrangiarsi. Evviva l'Ippica Azteca!

Alessandra rientra dalla toilette.

Io apro C/Fra/Documents/ItalyvsEngland/Food/Cooking/BasicSteps/SoffrittoCipolle.doc
Alessandra apre C/Alessandra/Documents/ItalyvsEngland/Food/Cooking/Roma/Alla_matriciana.doc.
Tiriamo la volata culinaria al Bel Pease per dieci minuti buoni ma non annentiamo il nemico che keep calm and carry on con la sua idea di business: proviamo con il caffe', l'olio e l'aglio e altri italianismi. 

Al fin da lungi vedo con la coda dell'occhio K., mi congedo come Eleonora Duse e afferro al volo K., lasciando Alessandra al suo di lei e di lui destino.

Mentre parlo a vanvera, guardo i paesaggi di Gayle che conosco da anni, proiezioni di una futura archeologia, paesaggi impossibili, da sogno: quello che si dice il surreale. 

Da questo lato, dal nostro, quello che si dice il reale, noi ci dibattiamo ansiogeni e consumiamo delicatissimi vassoi con tartine d'agnello e panetti dolci di cioccolato.

Il barista di questi geniali cocktail che mi hanno quasi ammazzato e' italiano.
Conclusione: Se non ci fossero gli italiani a Londra perderei l'equilibrio.

Il frantumazione dei Cabbasisi. 

venerdì 9 novembre 2012

Svegliati Ned


Novembre sarebbe stato settembre, poi si intromisero Luglio e Agosto... remember remember the fifth of November, even the ninth and so on.
Novembre in fondo si comporta come tutti gli altri mesi, si sviluppa in trenta giorni, con april giugno e settembre e poi finisce.

L'inutilissima premessa per un film divertente quanta basta per seppellire almeno l'estate fredda di Novembre, Svegliati Ned: la storia anticipa di due anni L'Erba di Grace, un po' più fortunata commercialmente.
Qui trattasi anziché di marijuana, di uno sperduto villaggio irlandese e di un biglietto miliardario della lotteria nazionale. 

Indimenticabile l'ottuagenario Michael in moto, memorabile la scena in chiesa e le parole di commiato dal pulpito che Jackie rivolge alla bara di "Michael", liberatorio il volo dell'unica cabina pubblica del telefono... inutile anticipare o spiegare altro. 
Abbiamo riso molto. Ma qualcosa di più del British humour, forse Irish humour?

Il fittizio villaggio irlandese di Tulaigh Mhor si chiama nella realtà Cregneash nell' Isle of Men, insomma isolani isolati nell'isolata isola. 

Non rimane che la lotteria.
Napoli secondo estratto. Londra secondo estratto.

lunedì 5 novembre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 27.12

Gita della domenica e detto così pare un ingrato omaggio.
Domenica a Londra si va nei parchi; il tempo atmosferico insegna l'indulgenza.  E novembre, questo novembre almeno, è freddo, bastardo, mutevole.

Ma qualunque giorno Albione offra al Londinese nativo, acquisito o di passaggio, vale un giro sulla funivia o funicolì funiculare o teleferica sopra il Tamigi.

Sulle cartine della metro figura come una air line, una doppia line-etta tratteggiata con il nome Emirates, compagnia che non potrebbe sponsorizzare una linea sotterranea ma soltanto cose aeree come questa o cose miliardarie come lo stadio di calcio.

Trentasei cabine con il nome di altrettante o quasi destinazioni mondiali che Emirates raggiunge e la vocina rassicurante di una hostess dalla televisione digitale accompagna non più di dieci persone per ovetto.

Insomma un viaggio aereo in miniatura, il personale in assetto cabin crew con gesto amabile e uniforme blu circonda i passeggeri ad ogni passo, sorride, ammiccando al dio dei trasporti e gentilmente ricordando che non conviene agitarsi troppo quando si tocca lo zenith.

Perché l'iperuranio si tocca: un cielo grigio su, un cielo grigio giù, due piloni bianchi in mezzo al fiume, le chiatte, i laghi artificiali dei docks, le vecchie gru in disuso ma lasciate a futura memoria, come i meccàno di guerre stellari.

Londra orizzontale inghiottisce anche questa bianca, leggera verticale overground, distante nel paesaggio anche da vicino, e... inutile.
La cable car (uno di quei nomi inglesi che mi fanno sorridere) è soltanto alta, non guarda a niente di preciso, la città sembra altrove, lontana, la si vede certo, ma in miniatura e il vuoto sotto e attorno assomiglia a quello di un decollo visto da un enorme finestrino dalla terraferma al mare: sarà che si stacca dalla sfera bombata dell'O2 e dall'ancora in costruzione quartiere di Greenwich Peninsula; sarà  che si approda, lungo il filo invisibile del trapezista, fin dentro una costruzione di vetro appoggiata sullo specchio d'acqua di un dock.

La receptionist, al momento dei biglietti, chiede se dall'altra parte ci vogliamo fermare, rispondo che non so e lei mi dice tranquillamente che non c'è assolutamente niente da vedere, al massimo un caffè: informazione che rende la traversata fine a se stessa, surreale, anche se durante la settimana pare sia in uso ai commuters (ma io non ci credo).
Quindi, muniti di collarino al polso, rimaniamo sullo stesso ovetto senza scendere e facciamo ritorno sospesi su un cavo d'acciaio. Ed è subito sera.

Cristiana siede rigida, immobile e scopre di avere le vertigini, mio suocero intanto rispolvera il manuale del giovane scout e dispensa consigli opportuni come quelli di un confessore sul patibolo; i bambini al solito si divertono.
Io faccio qualche foto, poco convinto: gli occhi sono il nostro migliore grandangolo, così, mentre la cable oscilla al vento, le gocce di pioggia si attaccano ai vetri, passo l'iphone a Matilde e ballo sul mondo per dieci minuti.

Scendiamo nel freddissimo piazzale di parcheggi e slarghi di cemento e vetro,  passiamo le solite catene di negozi: vuoti anche con la gente dentro.
Si va in un pub per il Sunday Roast, un po' per quest'idea virile del piatto unico di carne che si confa alle preferenze culinarie di mio suocero e per rifugiarsi in un atmosfera accogliente, al riparo dai venti del nord.

Il Plume of Feathers sta a Greenwich ma defilato, in una via parallela al parco, un gran bel pub a soffitto basso, due camini, dentro tutte le età mangiano sedute, mentre il solito gruppo di anziani con birra e stampelle sta a guardare gli avventori al limite di uno stordimento, interrotto solo da frequenti gite in bagno.
Mio suocero appagato ha pagato, lui che al contempo si impiccia e fa il modesto, grande babysitter!, noi ormai ridotti a ospiti dell'ospite, con finalmente un paio di sere libere a gomito libero.

Per aria, sopra il fiume, pensavo a Londra come una delle città invisibili, adesso non so più esattamente perché: dall'alto non sembra esistere, come nemmeno fuori da un pub.

Sono i postumi dei fuochi d'artificio della bonfire night.
Il fra 

martedì 30 ottobre 2012

The Big Red... Bus

Il senso di colpa mi viene a tratti nelle giornate di ferie dal lavoro, come le due appena trascorse. Residuo che appartiene a uno dei tanti tratti ereditati da mio padre, un signore stakanovista con le ferie pagate in busta, che in vacanza non ho mai avuto il piacere di vedere.

Siamo all'interno di un bus, sul retro di un pub, a Deptford Church Street, Creek Side.
Io e Jacopo. Mi guardo fare il padre, mentre Jacopo colora di rosso il modellino cartaceo di Big Red.

Matilde, protetta da tuta e casco antisommossa, sta sparando pallettoni di vernice (Paintballing) a una manciata di coscritti in un bosco di Orpington, per festeggiare il compleanno di Eshaan. A colpi di calibro dodici.

- Sono geloso. Avrei dato un braccio per fare strage di nemici vestito da Actarus nei gloriosi anni ottanta, invece i miei furori nipponici si armavano di cachi più o meno maturi a spese di galline, del cane e della zia Aurora, già rimbambita per conto suo. -

Ma parlavo di un bus, sul retro di un pub, Deptford Church Street, Creek Side.

Due ragazzi infagottati in sciarpe cappucci maglioni, continuamente dentro e fuori e su e giù dal double-decker bus; il menù pizza e pasta fatta in casa, si direbbe italiano, nonostante l'afogatto e le solite doppie al posto sbagliato (ma chi non fa errori oggi, congiuntivi compresi).
Il posto non è esclusivo, anzi: sotto un pilone della DLR, a rischio freddo e gelo, tende di plastica a dividere gli spazi, l'aria informale dei camerieri (lei un outfit lappone, lui una capigliatura da mocio con il pantalone cascato al ginocchio) e nessun piatto da classifica, o memorabile, pazzesco, da urlo o (di nuovo) esclusivo.

Il posto è pure un po' sottotono, da andarci a piedi, chè non si parcheggia sullo stradone trafficato. Simile al Deptford Project, meno moderno, quasi uno stand alla festa dell'Unità, ma a forma di vecchio bus.
Nel fine settimana si fa pure del cinema per i bambini, al mattino alle undici.

A The Big Red tutto sembra casuale (nonostante l'ingresso da discoring), shabby no chic, leggero come una bevanda lievemente sgasata dall'uso, non esclusivo, nemmeno inclusivo... puzzette sì (i sedili usati, i bambini che scorrazzano) ma nessuna sotto il naso.

Si potrebbe rendere più elegante, vestendo i giovani hoodie con una divisa nera o color melanzana ... non è il mio ristorante accidenti, ma l'aria allegra e improbabile lo rendono simpatico e non ci si può lamentare delle pizze.

Noi due siamo stati bene.

domenica 28 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 26.12

Da queste parti il sistema elettorale vigente da più di un secolo è il maggioritario secco, all'inglese appunto. First pass the post: chi prende più voti, vince il seggio. Punto.

Capita sempre che su base nazionale il partito che ha la maggioranza relativa o assoluta dei seggi abbia un abbondante trenta per cento di suffragi, non di più. I partiti grandi sono tre, poi ci sono quelli locali, i verdi (una donna in Parlamento) e l'ultradestra (nessun seggio).

Capita anche che dal voto non esca alcun partito vincitore, nel qual caso o il partito con il maggior numero di voti forma una colazione o si torna a votare.

Attualmente al governo c'è una coalizione (la prima da cinquantanni), che ha concordato lo svolgimento di un referendum per la riforma del sistema elettorale, ritenuto da uno dei due partiti della coalizione, poco funzionale e poco rappresentativo.

Il referendum è stato indetto e perso: gli inglesi (quei pochi che sono andati a votare) si tengono il maggioritario. 
Il governo di coalizione non è caduto anche se un partito faceva la campagna referendaria uno contro l'altro, ma continua a governare.

Ad Albione (ma anche al di là delle Alpi) non abitano né santi né vergini ma le regole sono chiare, che piaccia o meno.

In Italia abbiamo il Porcellum, nomignolo affibbiato alla maialata dal suo stesso inventore, e all'orizzonte in zona Cesarini (o troppo a ridosso della festa) si profila una riforma peggiore, che sostanzialmente permette di formare solo governi di larga coalizione.

I danni del Porcellum sono (stati) tremendi: un sistema che blocca e alimenta la casta, non consegna governi stabili, confonde coalizioni con partiti, stacca i candidati dal territorio, rende gli elettori impotenti e non cambia gli eletti, che fanno le pecore e i porci a seconda del vento (con il sospetto da verificare che sia l'italianità più che il sistema elettorale).

Che fare?

Un anno fa, quando scambiammo il sollievo generale come l'inizio di una nuova era, con l'accorato beneplacito della sinistra e con qualche pacca sulla spalla, si parlava di riforme costituzionali, elettorali, fiscali, in un clima di unità nazionale (si deve, bisogna, l'Europa lo chiede!) e via con: su su! maccheddici? Votare adesso con questa legge? MAAAAAIIIIIIIIIII.

Ahimè uno. Porcelleremo anche questa volta e saremo certamente così liberi e forti da chiedere a chiunque vinca una nuova legge elettorale nei primi cento giorni di governo, anziché nomine, prebende e trucchi negli ultimi dieci (minuti).

Tutti pensiamo a destra o a sinistra o su per i Monti che un sistema elettorale chiaro e condiviso una volta per tutte, le cosiddette regole del gioco aiutino a giocare meglio.
Ma non succede.

E ahimè due: le primarie a sinistra replicano la confusione di regole, buone intenzioni e silenziose fregature*, di cui la politica italiana è stracolma.

Perché nel caso delle primarie il sistema di voto non è stato scelto PRIMA, molto PRIMA che la competizione iniziasse? perché non partire per tempo? (con otto, sei mesi di anticipo, votando regione per regione, in settimane diverse, come in America ma in scala più piccola?), perché sono primarie di coalizione e non di partito? in ballo non dovrebbe esserci un partito progressista, invece di un insieme di cose diverse che si sbranano, si smembrano e non si rimembrano più?
Le primarie a due turni** sono, per chi si candida, un giro di prova fatto come se la partita fosse già vinta, perchè questi figuri credono di vincere e governare: progressisti con la sfera di cristallo.

Esortazione in chiusura: che si muovano i giovani, gli studenti (quelli choosy, quelli non choosy), che ficchino carote in ogni pertugio libero, che riempiano le piazze, che okkupino uffici e quartieri.
Difficile in un paese dove chi viene fischiato scappa, e chi manifesta viene quasi subito picchiato (d'altronde da un ministro prefetto che cosa altro si può aspettare?). 
Difficile ma possibile.

Vado a farmi un altro caffè, no sandwich, ma lingue di gatto Massera: le prediche fanno venire fame.
Il frai quello che il saggio dice, non fare quello che il saggio fra
*la cosa più terribile votata dai parlamentari di sinistra senza colpo ferire e dopo essersi pubblicamente detti contrari è la norma sul pareggio di bilancio in costituzione, un imprimatur eterno sulle politiche di riduzione dei costi e taglio dello stato sociale.
**ridicolo, lo sarebbe meno se avessimo il doppio turno come sistema elettorale, il più vicino ai bisogni della politica italiana.

martedì 23 ottobre 2012

Russel Beach

Esco dal lavoro: quella che sarebbe, cantando, una giornata uggiosa, qui diventa mist, drizze, fog.
Le cinque della sera come le sette del mattino. Londra sembra un infinito contenitore, alcatraz direbbe Yossarian: non solo non si vedono i confini della prigione, ma nemmeno lo Shard dai binari di London Bridge.
Pure il vicino di casa sparisce con il suo cane, con un effetto luminal sui marciapiedi di New Cross Gate: i bus compaiono all'improvviso dalla nebbia verso la nebbia, la pioggia... un trattamento facciale.

Questo tempo non deprime, no! soffre di depressione di suo; io, di solito resistente e allergico anche a chi vuole a tutti i costi tirarmi su di morale (frase che tende a deprimermi), mi sogno il mare.
Mi andrebbe bene anche Southampton, un mare d'inverno -  un concetto poco moderno che nessuno considera più -, mi basterebbe anche quella roba blu che si vede dalla Voltri Sempione quando si scende dal Turchino.

Domenica a Russel Square per il Bloomsbury Festival ho ingollato qualcosa di mediterraneo (una chorizo pie di Pieminister), Cristiana una tapa messicana, i bambini i churros e nonostante tutto pareva di stare nella bruma, nella bassa, nella tundra, mentre l'umidità saliva dal parco, fangoso come un prato di un concerto rock annullato.
Temperature che sarebbero state anche di stagione se il solito vento metropolitano non prendesse a schiaffi ad ogni svolta.

Intanto i bambini si fanno fare ritratti, disegnano, incollano, guardano. Io ho la malaugarata idea di farmi spiegare da una scienziata in erba della vicina università che alcuni insetti dal ciclo di vita breve (quattordici giorni) vengono utilizzati come cavie al posto dei ben noti roditori, che invece metabolizzano i veleni più con calma (tre mesi). Abbiamo con gli insetti il sessanta per cento di DNA in comune.

svolazzzzzando con il mio 60% sul fango di Russel Square

Sulle pareti della tenda acari ingranditi, vermi solitari e lavatevi le mani che portate cacca in giro senza neanche accorgervi! (la mia chorizo pie galleggia in cerca di bicarbonato di sodio, che tolga con la pesantezza pure la memoria).

Inizio a starnutire, ma andiamo a preparare il burro come la signora Dickens era solita fare: panna da cucina a temperatura ambiente, minipimer dell'ottocento a rischio tetanica, mussolina per far colare il latte, guanti di lattice.

Un odore di verde muschiato sale dal pantano e tranne qualche pazzoide sembriamo tutti dei licheni che camminano, poi scappo nel bookshop, dove con un altro umore avrei comprato il famoso libro di Swedenborg (conosciuto sul posto, e subito la compulsione...). 
Niente però mi mette tristezza come un tendone bianco, un tappetone grigio scuro, i tavoli addossati ai lati e l'odore che ha la carta quando implora un colpo di phon. Esco con la voglia, insoddisfatta, di caffè.

Riusciamo, bambini al seguito, a fare un salto alla Brunei Gallery della Soas per una mostra documentale sul mandato britannico in Palestina, Cristiana, al solito serena, fa serenamente delle foto, io invece ho un paio di travasi di bile, meglio che taccia.

Comunque la piazza e l'area valgono bene una visita, per la facciata della metropolitana, il Museo Dickens che riaprirà beautifully restored, l'aria morbosa e gotica del Russel Hotel, la neoclassica Swedenborg Hall, la Soas e l'incredibile biblioteca stile Metropolis che giganteggia alle spalle. Una zona di fantasmi e di vecchia Londra insomma.

Citazione dickensiana obbligatoria: Ideas like ghosts... must be spoken to a little before they will explain themselves.

venerdì 19 ottobre 2012

Bait al Karama da Fazio lunedì 22 ore 21.05 (ma non solo!)

e sono soddisFAZIOni!!!

La delegazione di Bait al Karama sarà ospite insieme a Carlo Petrini – fondatore di Slow Food –  a Che Tempo Che Fa in onda lunedì 22 Ottobre alle 21.05.


In vista della partecipazione al Salone del Gusto e Terra Madre, una piccola delegazione di Bait al Karama parteciperà inoltre al Mercato della Terra di Bologna, in programma sabato 20 ottobre dalle ore 9 alle 18 nel cortile del cinema Lumière. Il Mercato organizzerà una lezione di cucina palestinese aperta al pubblico (costo 20 €), tenuta dalle cuoche di Bait al Karama.

La partecipazione al Mercato della Terra di Bologna rientra in un percorso formativo organizzato dalla Fondazione Slow Food, assieme alle Ong Overseas e ACS, per aiutare la rete di Terra Madre in Palestina a sviluppare iniziative innovative a supporto delle piccole produzioni di qualità. Un percorso di sei giorni che prevede la visita ad associazioni, condotte e Presìdi Slow Food in Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Lombardia, che si concluderà con la partecipazione di Bait al Karama al Salone del Gusto e Terra Madre a Torino (dal 25 al 29 ottobre a Torino, Lingotto Fiere e Oval).

Per biglietti e informazioni http://salonedelgustoterramadre.slowfood.com/

lunedì 15 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 25.12

Tempo di decidere e liberarsi della zavorra. Non troppa zavorra, altrimenti volerei in alto, al pericolo delle correnti. Per quanto aiutato, affascinato dal loro aut aut, le decisioni mi fanno paura: l'errore del treno perso, il rimpianto e tutto il romanzo d'appendice o d'appendicite che ne segue.

Non che io non ami pensare, trastullarmi nel flusso di coscienza, nel cinismo che mi si rimprovera e una certa inazione, non proprio pigrizia, piuttosto... voglia di cioccolato. 
Ma le decisioni sono da prendersi da soli, obbligatoriamente, tanto é difficile capire quanto siano influenzate da fattori esterni e dalle persone a me vicine.

A Londra, a parte l'imminenza di Halloween, planetaria ormai, scorre il Film Festival e da tesserato BFI (un vanto impagabile la tesserina con la foto di James Stuart che guarda nell'obiettivo dalla sua Rear Window...) mi guardo, nel buio al di qua dello schermo, qualche pellicola. 
Il BFI London Film Festival* ha il pregio (o il difetto) di mostrare per lo più film già visti e presentati in altri festival, come a dire che con Cannes e Venezia non si può competere (cosa che dovrebbe fare Roma).

Milano negli anni novanta ospitava nei cinema della città tutta l'edizione del Festival di Venezia e io non mancavo, onnivoro come un maiale all'ingrasso. 
Ho ricordi fisici di quelle visioni, delle gran dormite pure, soprattutto quando trascinavo Pino che immancabilmente faceva il suo pisolino pomeridiano o quando con Silvia vidi Vive l'amour, di un cineasta taiwanese, che era presente in sala (semideserta) con i due attori protagonisti: un film quasi non parlato, stile Antonioni con tanto di lunghissimo pianto finale su una panchina in un parco di Taiwan. Finimmo con il ridere di tutto quell' esibito cinema d'autore. 

Nel frattempo sale come il cinema De Amicis sono sparite, insieme alle lunghe visioni di pellicole a tema, Pasolini, Herzog, Ferreri, Reitz
Avevo una sete... una sete assetante insomma, una specie di addiction, non smettevo più: un film tirava l'altro e quando i giornali iniziarono a vendere videocassette fu la volta di prenotazioni e corse all'edicola e di collezioni impilate da pavimento a soffitto.

E capitava di beccare quello che si vantava di avere visionato e poi aveva le cassette ancora incelofanate sugli scaffali pre-Ikea dell'appartamento, qualche volta quel tale ero io medesimo: contava possedere piuttosto che vedere. Onnivora era anche l'ansia, una compulsione più appagante della conoscenza.
 Venne poi il momento che mi pareva fondamentale condividere, nell'illusione delle affinità elettive: l'amicizia sembrava più forte se i gusti cinematografici erano gli stessi.

Il cinema mi sembra ancora l'unica forma possibile di self education, di auto apprendimento.
Il cinema non è la chiesa, la famiglia, l'autorità civile o militare, ma una piscina dove si nuota senza maestro e senza nemmeno essere buttati dentro, una pedalata libera davanti alle immagini di migliaia di storie, vere o false che siano.
Ieri al BFI Jacopo prima della visione di Zarafa, un cartone animato francese che racconta la storia della prima giraffa di Francia, ha dato un calcetto innocente a una signora, insomma ha colpito e la conversazione è partita. Lei a settantanni avanzati mi dice che lavora nei cartoni animati da una vita e che da piccola aveva paura in particolare della voce al telefono di una rana (un cartone intitolato The Frog appunto); da cinquantasei anni viene al Festival e ha pure assitito all'apertura del BFI

Jacopo intanto al cinema ha fatto a meno delle cuffie, che facevano eco, delle scarpe, che gli "fermavano" i piedi, e si é goduto lo spettacolo, lamentandosi di non avere i pop corn, insomma la sua ora di self education. Per conto mio poi la visione domenicale a Leicester Square di Rust and Bone, sempre francese: una storia d'amore, di pugni, di ossa, di acqua e di ghiaccio**.
Il cinema con un inizio, una fine non troppo aperta, un accenno di possibile felicità, sentimento che ha molto a che fare con il raccontare una storia, con il dare vita all'immaginario.
Per prendere decisioni, non per forza giuste, tocca immaginare.
Il fra
*in concorso l'italiano E' stato il figlio di Ciprì
**la stessa angoscia di del primo episodio del Decalogo... così per fare il cinefilo

venerdì 12 ottobre 2012

Strangers on a train

Lei dà un'occhialuta occhiata a me e al libro, al libro e a me, e io:
-Un grande
-Davvero?
-Sì. Questo magari meno, ma La Busta Arancione, gliela consiglio
-Ne ho sentito parlare, lo leggerò, grazie, ciao
-Ciao
Schiacciati in metropolitana tra Westminster e St James's Park, il tempo di un paio di sguardi inquisitivi ma ammiccanti, lei una signora con i vestiti in ordine, il trucco, la stanchezza delle cinque de la tarde, il ciao come solo noi sappiamo dirlo, scivolando sulle vocali, io, beh io al solito (ecco non in vestaglia!)...

Che Soldati sia il mio genio degli incontri occasionali?
Da quando Cristiana sullo scaffale dei libri al Sainsbury di New Cross Gate trovò un'edizione inglese anni sessanta de La confessione!? Incredibile, che ci faceva un libro così raro in un supermercato? un che di vocazionale quasi.

Oppure da quando trattenni a stento una delle prime innocentissime slippery erezioni dentro l'elastico degli slip (qui non è il caso di prendermi le misure, perchè nei primi anni ottanta si portavano slip elasticizzati, molto stretti, troppo) guardando la copertina de La Sposa Americana: una coppia, lui di schiena in boxer (non in slip) e lei di schiena nuda con un grembiule da cucina; una roba eroticissima per un dodicenne!

Da quando alla Feltrinelli di Biella chiesi: Avete libri di Soldati? e una ragazza candidamente mi trascinò all'angolo Militaria, mostrandomi un librone sui Marines in Iraq. Effettivamente non ero stato chiaro, anche se non ho proprio quel fisico d'assalto incursore paracadutista "Col Moschin" in congedo.
Anyway, trovai quello che cercavo e ringraziai la feltrinella con contratto da apprendista (feci convesazione, tanto per sdrammatizzare).

Ma ero a St James's Park, la fermata della metro, e tenendo la destra sono uscito dal lato di New Scotland Yard e poi verso Strutton Ground, una via acciottolata e pedonale dove ogni giorno della settimana c'è uno dei mercati ortofrutticoli più centrali di Londra. Arrivo però troppo tardi (ma questa del mercato l'ho scoperta dopo) e allora mi infilo da Oxfam books e trovo una edizione italiana di....

Basta. Questo faccio, non potendo salvare l'anima mia e tantomeno quella altrui, salvo oggetti di carta, usati, se non dimenticati, certo trascurati, che un po' cerco e un po' mi corrono incontro.

domenica 7 ottobre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 24.12, Secondaria Sacumdà

Il foglio excel mentale di Cristiana finisce con la L*** School, sabato mattina e quindi vado anche io: scuola numero sette, per un totale di cinque pubbliche e due private.

Tocca alla privata e non si scherza e per non so quale casella del foglio excel andiamo in taxi, per darci un tono, ma anche per evitare la levataccia e la rincorsa a quel caso umano su quattro ruote che è il P13 (New Cross Gate - Streatham), bus che ha la ventura di passare dalle parti del ricco e verde quartiere di Dulwich.

All'ingresso angeliche creature preuniversitarie distribuiscono brochure e test d'ingresso, l'aria che tira è bianchissima britannica, informal chic stile Nasty Tory veste Prada.
Noi rispondiamo con una sciarpa della Westwood io, molto champagne socialist e una scollatura naturale (l'unica) Cristiana, alla quale passa per la mente un pensiero veniale come: "Ma se la prendono, che regali di compleanno dobbiamo mai fare ai figli di questa gente?!".

In una sala Harry Potter, l'Head Master nel benvenuto menziona subito la parola chiave: Cambridge. Dove -dice- ieri si trovava: pioveva a dirotto e invece guarda oggi che sole! Non poteva certo aver cenato e studiato a Luton il gemello di David Cameron, poi la citazione, quando si scusa delle tende -agghiaccianti- da Oscar Wilde sul punto di morte: "Either the drapes go or I do".

Poi tanto per vivisezionarlo (eccheccazzo quindicimila pound l'anno!) schiocca la lingua a fil di labbra, spalma la retorica dei vincitori, in un inglese perfetto, citando en passant così en passant  (un po' di francese non guasta, fa molto establishment appena dopo Waterloo), si siede di tre quarti e la parola torna all'Head teacher delle prime classi. 

Questi evidentemente meno retorico prende neanche troppo velatamente per il culo (mi si passi il volgare, ma nipote di contadini sono) la vanagloria del pupillo di Cambridge,  e parla con meno compiaciuto fanatismo della dura realtà della scuola e degli esami di selezione: qui entra la crème però cerchiamo non il genio, ma il potenziale genio (la sregolatezza no!). 
Scorre sangue vittoriano in questa enclave sud-londinese, qui si forma il Tory che c'è in ogni gentleman britannico, financo nell'acquisito, persino nel mediterraneo italico: Tu regere imperio populos, Romane, memento!

Poi si visita il complesso, guidati da una puella che mai in vita sua ha conosciuto l'ebbrezza della scuola pubblica: laboratorio di ritrattistica, psicologia, biologia, design, piscina, campi da gioco all'aperto (si dice all weather sports). Matilde guarda, con una invidiabile dose di innocenza, i posti e gli spazi, non le persone e si fa una classifica dove entra un po' tutto. 
La invidio: io fui catapultato in una santa cattolica e privata Scuola, dove tra medie e liceo rimasi otto anni. 
Non scelsi io; ricordo però quanto male vissi lo strappo dai miei compagni delle elementari che finirono tutti nella scuola pubblica del paese vicino. Solo con il senno di poi capii le motivazioni di mia madre.

Lascio Cristiana e Matilde alla fermata del 176 sulla Lordship Lane, diretti alla lezione di nuoto, faccio a piedi North Cross Road, poi Berry Road, Nunhead, Pepys Road, stranamente non ho voglia di fare shopping e nemmeno di un caffè, arrivo a casa e mi accorgo di non avere le chiavi.

Sul bordo del vialetto, ammonticchiati con ordine, una pila di mozziconi di Ms Club: quando piove, Paola fuma davanti a casa. Contrabbanda il suo letale vizio con un po' di geometria euclidea: il quadrato dei mozziconi impilati sul vialetto è uguale alla somma dei quadrati dei mozziconi infilati nei due vasi del giardino.

Rassegnato ad aspettarla, apro un libro, ma Paola Pitagora arriva caracollando con una sigaretta tra le dita, tenuta come fosse il lembo di un guinzaglio strappato, al cui estremo, libero come una gazzella, cammina Jacopo, rifocillato da una mattinata di patatine, dolci e anarchia.

Le racconto della visita a Dulwich e lei: Aspetta, prima fumo una sigaretta.
Poi esce sul retro: sole, vento sud sud est, sedici gradi Celsius.
Il fra

martedì 2 ottobre 2012

Sneaking out Harts Lane with a grin

Giocare con le parole potrei a lungo: Art, Heart, Hurts Lane, Wild at Harts...

Che cosa un garage prima squottato e ora legittimato - più che legittimo - dalla comunità, possa diventare, se uno studio di tre talentuose donne (architetto artista e curatrice) o un hub pubblico ancora non si sa.


Di certo gli artisti della zona, la più densamente popolata dal genere (non protetto e mai in estinzione), hanno riempito il garage di parole, opere e qualche omissione. 
I compratori infatti latitano, per il paradosso che dove brulicano gli artisti, scarseggiano i denari e conta finalmente poter mostrare qualcosa in libertà senza dimostrare nulla a nessuno. Qui a Sud, dell'East London abbiamo solo la lettera E nel postcode.

Si trattava, domenica, di riempire uno spazio.

Poi, nel bel mezzo della mostra, sono scappato al BFI per Rear Window, il giusto contrappasso per chi come me tende sempre un po' a sgattaiolare dalla porta sul retro, with a grin.

giovedì 27 settembre 2012

Sacumdì secondaria

Capitava che mi annoiassi a morte appena sentivo qualcuno parlare con profusione dei propri figli, delle rampanti avventure della loro venuta al mondo (gli eletti!), di quanto uno fosse più intelligente dell'altro, fino ai dettagli di puzzate varie, gusti alimentari e precocissimi segni di indipendenza (a proposito del pannolino, del dentifricio e persino del primo insulto a mammà).

Recentemente mi e' pure capitato che un genitore, che voleva il figlio di diciotto mesi vegetariano mi dicesse: Ho annusato la cacca e sapeva di pollo!
Contraendo a stento il diaframma, ho difeso l'onore della mia deontologia professionale e ho suggerito il devastante potere di alcuni legumi e la chimica straordinaria degli immaturi intestini dei piccoli di quell'età.
Difficile pero' ragionare con un siffatto adulto.... ho esperienza di pannolini (in due ondate) e devo dire che avrei fatto la firma per una cacca al sapore di pollo; le mie capacità ispettive infatti si limitavano ad un esame autoptico soltanto quando l'olfatto lo permetteva (assai raramente).

Ho divagato, ma se arriviamo, da genitori adulti con il vaccino dell'antitetanica sul braccio, a questionare le feci della nostra progenie, la scelta della scuola secondaria in terra straniera diventa per noi italiani, fanatici del nozionismo e ossessionati dal risultato, un vero e proprio commitment.

Cristiana, producendo uno dei suoi file excel mentali, ha una agenda concitata: visita alle secondari della zona con Matilde al seguito, selezione delle stesse, più ipotesi di un college con borsa di studio. Detta così sa di lavaggio di cervello nei confronti della minorenne, ma avendo da minorenni avuto l'esperienza delle scelte confezionate in casa, cerchiamo di mediare tra desideri (della bambina) e aspirazioni (di noi genitori). 

Dentro una busta chiusa la scuola attuale ci ha consegnato un modulo per la scelta della secondaria, non che' il risultato di un test attitudinale che quasi senza saperlo (cosa tipica di lei) Matilde ha fatto lo scorso anno. Il Lewisham Concil infatti stabilisce cinque fasce di merito (band) e assegna il posto equilibrandole categorie in ogni prima classe della secondaria (in ogni classe di qualunque scuola c'e' la secchia e il somaro e tutte le varianti intermedie). 

Quindi il risultato di Matilde e la sua vicinanza alla scuola non rendono automaticamente sicura l'opzione alla scuola secondaria, da qui il foglio excel mentale, ma temo anche già in stampa, di Cristiana.

Insomma la secondaria di fronte a casa, l' Haberdasher's Aske's College, non è detto che sarà la scuola di Matilde, per quanto lei ci tenga, per quanto sia comodo per tutti e perfino per Jacopo che avrebbe il posto assicurato (il ragazzo vive già di rendita). Oltretutto Aske's farà a dicembre un ulteriore test di valutazione.

Le righe di cui sopra non nascondono a sufficienza l'ansia di chi scrive, tuttavia mitigata da un fatto di costume interessante - che sussiego! -, quello appunto dei risultati: i voti sono segreti ed in busta chiusa a solo uso e consumo dei genitori e dei figli, in nome della privacy e del solito pragmatismo. 

I miei dubbi stanno tutti nel mio e nostro passato da studenti, nell'albero a cui tendevi la pargoletta mano, nell'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, nel quadrato costruito sull'ipotenusa, nella differenza tra Artico e Antartico, nella stele di Rosetta eccetera... che cosa sanno questi pargoli, che cosa imparano? Matilde è passata dall'Impero Romano alla Seconda Guerra Mondiale, senza chiedersi troppo che cosa passa in mezzo...

Pare che sia altro a contare nell'educazione e questo altro ancora mi sfugge, di certo l'ansia non abita qui ... ma da qualche parte arriva.

domenica 23 settembre 2012

L'Ora del Meridiano di Greenwich 23.12

Parliamo del nulla, di come a noi (si usa il plurale, si intende il singolare), tanti piccoli Alvaro Vitali della provincia piacciano le tette, quelle che nelle sere di Telecity scoppiavano sotto le magliette di Carmen Russo e di come ancora oggi le tette destino tutta questo grande prurito (in chi le vede) e scandalo (in chi le porta).

I Tabloid poi sono come gli oroscopi: pericoloso crederci, ma degni di un'occhiata ogni tanto: aiutano la data astrale e rinfocolano il pettegolezzo.
Ora che i Tabloid inglesi facciano gli stizziti perché il seno della futura regina viene immortalato (capirai!) su un balcone della Provenza da quegli immorali di francesi (il paparazzo è inglese comunque) e pubblicato dalle riviste di quel furbone di imprenditore italiano (il cui lato gay è lesbico) mi sa proprio di ipocrisia britannica, della serie non tocchiamo i gioielli di casa, ultimamente un po' ingenui.

Non tutti gioielli allo stesso modo: le pudenda di quel simpaticone di Henry invece trottellarono incuranti (ho rotacizzato la elle) delle conseguenze e indisturbate non solo nella rete (per definizione non censurabile) ma finirono con dovizia di particolari e foto in pasto ai soliti tabloid.
Ma alla pecorella smarrita (!?) e sputtanata tutto si perdona: meglio concedere un riscatto all'infelicità della secondogenitura, per lasciare la seriosità mortale a quegli immortali del fratello e della cognata. 
In ogni famiglia che si rispetti poi, se ricca e famosa, meglio bilanciare il lato buono con quello cattivo, a patto che la bellezza rimanga intatta.

La madamaladuchessa però poteva aspettarselo (che diamine sopra un bel balcone di terra straniera) e avrebbe potuto cavarsela con un'alzatina di spalle e con un così fan tutte: che cosa ci trovate di strano voi Alvaro Vitali - Benny Hill meglio - uomini dal doppio mento, se mi metto in topless!

Si parla del nulla, ma anche il nulla non si può fermare, nè una notizia, e tanto meno un'immagine.
Ci sarebbe da rallegrarsi allora, finalmente nessuna censura e sembrerebbe tramontato il potere occulto del grande fratello, diventato ormai un format televisivo. Peccato che si tratti di un paio di tette lei e un paio di testicoli o tre nel caso del cognatino, avrebbe potuto essere una rivoluzione sessuale, una primavera occidentale.

Niente sembra più antidemocratico della censura; dalle nostre parti, in democrazia, quella che si dichiara tale, un idiota può (farsi) produrre dirigere e diffondere un film idiota** su qualunque soggetto voglia, da Brian di Nazareth a Maometto d'Arabia***.

Sarebbe meglio se madamaladuchessa si facesse una risata (dopo le palle di Henry IX, la regina Elisabetta seconda avrebbe assecondato; i tempi di Henry VIII erano peggiori!); sarebbe meglio se l'Egitto avesse i Montypyton d' Egitto che fanno sketch sul ramadan (chessò digiunare tutto il giorno e aspettare con l'orologio in mano che tramonti il sole per addentare un pollo intero....) allora vivremmo in un mondo dove la religione sarebbe un opzione personale e privata, e Kate una ragazza dal bel seno.

Ma che facciamo? ci mettiamo a censurare il nulla?
Il fra
*poi la stampa si diverte con Kate a Tavanipupu, isolotto delle Solomon. 
**Al London Film Festival due film: Fill the void sull'ortodossia ebraica e My brother the Devil, su due fratelli egiziani di Hackney.
***la BBC 1 trasmette Citizen Khan, una sit com non tenerissima, ma leggera sulla vita di una famiglia pakistana di Birmingham e del suo capofamiglia, tra moschea, casa, figlie e educazione sessuale.

sono più alto, anche vestito

venerdì 21 settembre 2012

Mahatma Thali and Claire's Kitchen

Progetto artistico di Manali Jagtap (www.manalijagtap.com) al ristorante Ganapati (www.ganapatirestaurant.com) e curato da Cristiana Bottigella.
 
From 17 September to 29 October 2012, Tuesday to Sunday – 12pm to 10pm (Closed from 3pm to 6pm on weekdays)
Venue: Ganapati Restaurant, 38 Holly Grove, London SE15 5DF

Dal comunicato stampa: 
Unknown to many, Mahatma Gandhi was passionate about food. He spent half of his life researching the ‘perfect diet’; a diet that would nourish the growing Indian population and that could be sustained by the nation. His books on food and nutrition, written more than 60 years ago, are full of insight (and ingredients) relevant to the challenges of over-consumption, nutrition-less food, and obesity faced in the developed world.



Mahatma Thali and Claire’s Kitchen is the culmination of a collaborative project between artist Manali Jagtap Nyheim and Ganapati South Indian Kitchen. It is a culinary-artistic ‘jam’: Gandhi’s ideal ingredients are used by Ganapati South Indian Kitchen to create the “Mahatma Thali”; the Mahatma Thali is served for the first time on 17 September (and thereafter till 29 October) to selected guests – when the restaurant is transformed into a typical Indian eating space; typical Indian kitchen utensils (plates, bowls, tiffins) are transformed into art objects – an installation prepared by the artist that also involves sound from an ordinary Indian village kitchen; and a show of the artist’s recent mixed media works on paper.