martedì 29 novembre 2011

Fra Marx e gli inglesi

Lavoratori?! mi viene in mente Sordi nei Vitelloni, ma tralasciamo.

Il monumento fa un certa impressione, non solo per l'imponenza ma per la collocazione: eretto negli anni 50 quando il cimitero di Highgate era meta del popolo comunista e la tomba del nostro, centocinquanta metri più in là nella boscaglia, non s'adattava a contenere la folla degli ammiratori.
Anonimo fu il suo funerale nel 1883, una decina i presenti, Karl Marx in quegli anni viveva infatti a Londra, a Soho, in condizioni quasi di inedia e semisconosciuto.

Poco più della sola faccia esce barbuta dal masso di granito, in omaggio credo al materialismo storico, alle rocciose convinzioni e all'unità dei popoli. Ora pare più una visita obbligata che un omaggio sentito tanto il nostro ossequio quanto quello di tutti gli altri... su un bordo del cubo dei centesimi di pound ossidati, qualche fiore di plastica, tutta gloria passata.

Attorno a Marx, Claudia Vera Jones, attivista di colore e comunista, scacciata dall'America maccartista approdò a Notting Hill, dove organizzò un indoor event per lanciare i talenti caraibici, da cui nacque il famoso carnevale; Dadoo Yusuf Mohamed, indiano nato in Sudafrica, protagonista di campagne contro l'apartheid e comunista, in asilo politico a Londra; Hekmat Mansoor, leader del partito comunista dei lavoratori iraniano, insomma anche in Iran...

Un breve saluto alla tomba di George Eliot (alla letteratura, che mai leggerò), un po' nascosta e da luna mannara; Herbert Spencer, un paio di attori e un pianista e via tombando all'ombra dei cipressi eccetera.

Matilde e Jacopo
intanto corrono indisturbati: difficile tenerli in silenzio e rispettosi delle geometrie; si sono però costruiti i loro miti orfici e storie post vittoriane con dinosauri del pleistocene e saghe di zucche e vampiri.

Il disordine delle tombe, l'incombere dei rampicanti e delle radici e la mappa fornita all'ingresso (tre pound a adulto) stile who's where impressiona assai, se non altro me, Cristiana non so.
Qui sta la differenza tra una fatalista (lei) e un pirla (quello in foto): io costruisco castelli e lei intanto vive.

Un museo dei morti, sepolcri come teche in cerca del pezzo da collezionare, almeno nella memoria: uno specie di voyeourismo enciclopedico o forse un tour di costume (le tombe degli italiani e dei giapponesi) e di architettura sepolcrale (Cross, Clasped Hands, Obelisk, Urn, War Memorial, Wreath come recita la guida), non male anche certi leoni e angeli e profili e decori scolpiti.

Il mio morto preferito? Douglas Adams, l'inventore della Guida Galattica per autostoppisti
Non sapevo fosse qui, l'ho scoperto solo visitando guida voyeouristica alla mano, una lapide semplice in mezzo a tante.
Un tipo che mi sarebbe piaciuto conoscere, ma ci sono i suoi libri. Sarà per la prossima.

Dimenticavo: l'ala ovest del cimitero di Highgate si fa solo con visita guidata e con l'arch. Boggio, quando verrà; pare ci siano monumenti e cripte di notevole pregio e paura (stando al volontario alla reception, che conosce pure l'italiano)

Meglio uscire adesso, ho la sensazione che preferisco Abney Park.
Forse perchè della fatal quiete...

domenica 27 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 36.11

Il 25 novembre del 1944 un missile V2 colpisce Woolworth's, il supermercato lungo New Cross Road, ad angolo con Goodwood Road: sono le ore di punta, un bus a due piani e un camion dell'esercito passano proprio in quel momento e i marciapiedi sono pieni di londinesi del sud.
In quel terribile schianto, si contano 168 morti, centinaia di feriti... solo dopo tre giorni di lavoro si riesce a liberare le strade dalle macerie.

Oggi l'edilizia pubblica post bellica affiancata alla sede neoclassica del council (proprietà della Goldsmith) e agli edifici ottocenteschi scampati mostra, a chi osserva con attenzione, le tracce e le ferite di quell'attacco.
Al posto di Woolworth's un supermercato di prodotti surgelati: Iceland; sul muro d'ingresso una placca blu ricorda quel giorno.

Non è per la sola coincidenza della data o per il fatto di abitare a due passi, piuttosto per una certa sensibilità di famiglia che ne parlo: mio padre aveva poco più di undici anni nel novembre '44 e ho sentito da lui i racconti di quei mesi di guerra.

Sono i mesi della Linea Gotica, quando, lungo il fronte appenninico, i tedeschi resistono all'avanzata degli Alleati.

Immaginate una cascina di contadini nelle campagna faentine, i genitori di mio padre e due altri fratelli più piccoli.
I tedeschi arrivano e occupano la casa, tutta la casa, confinando la famiglia in cucina, uccidono tutti gli animali per sfamarsi, alcuni defecano dalla finestre del piano superiore. Dalla finestra della cucina si vede (cadere) tutto e si riesce anche a ridere.

A undici anni papà gioca con le bombe a mano, le tira per uccidere i passeri (l'unica carne disponibile), le disinnesca e se le porta in casa (una oggi fa da fermacarte sulla sua scrivania). Per la corte e in casa risuonano in una lingua sconosciuta ordini "Raus" "Marsh" "Kameraden" come scoppi di fucile.

Poi un soldato tedesco rifila a mio padre una enorme sega e gli ordina di tagliare i pali della luce lungo la via Emilia e lui lo fa insieme al soldato. Un palo per volta, fino a quando si accorge di essere troppo distante da casa e a gambe levate scappa.
E me lo immagino che corre via dopo aver dato un'ultima rapida occhiata al soldato, come fa mio figlio ora, quando scatta così senza preavviso e non lo vedi più e poi salta fuori con una faccia da schiaffi, tranne che forse la faccia di mio padre era quella di un bimbo impaurito.
I tedeschi ormai si stanno ritirando e seminano distruzione.

Siamo ancora nella fattoria: da lontano in fila arrivano degli uomini alti con le trecce lungo le guance e i turbanti, sono gli indiani sikh dell'ottava armata inglese. Papà assaggia per la prima volta in vita sua il the, i sikh son molto gentili... un accampamento il loro più che una occupazione.
L'Armata lascia Faenza verso la pianura padana. Così alla sopravvivenza segue di nuovo la vita.

Quasi settant'anni dopo, i nipoti di quei Kameraden riempiono con i loro mercatini Hyde Park e le piazze di Londra, l'ultimo contingente dell'esercito inglese presente in Germania sta per lasciare la base NATO di Hanover, e mio padre, tra un silenzio e l'altro, si racconta qualche altra storia che ormai nella memoria confonde.

Siamo cambiati, insieme al mondo, insieme ai tempi. Un'affermazione, ma anche una domanda.

Intanto altri uomini e donne entrano ed escono da Iceland con i sacchetti di plastica gonfi di spesa... bus a due piani, automobili, clienti e passanti di un venticinque novembre qualunque.
Il fra

mercoledì 23 novembre 2011

Key moments, soft mind

Sarà stata la porcellana cinese che in loop scorreva sulle tende bianche del bowindo o l'ombra (sempre cinese) di noi e degli ospiti a profilarsi scura ma nitida su quello schermo casuale, mentre da fuori Katia scattava delle foto; sarà stata la chimica dei pensieri che si combina con la casualità degli atomi in natura... a dare una ragione al rimbalzo di un ricordo, questo:

sono con Qiu (pronuncia: ciò, alla romagnola) nella città universitaria di Guangzhu, sono da poche ore suo ospite, passeggiamo dopo cena nella cittadella universitaria, dove lui ha un alloggio e dove insegna.

Ci sediamo sul bordo di cemento di un laghetto artificiale prosciugato: scoli di acque reflue e nel verdume d'alghe qualche scarto di elettrodomestico.

Parliamo di molte cose, lui mi dice che ha una moglie, che vive nel nord della Cina, dove lui a breve vorrebbe trasferirsi, e aspettano due gemelli.
Lo guardo sorpreso.

- Qiu, mi avevi detto che non volevi sposarti e che non volevi avere figli...
- Eh Francesco, hai ragione ma sai... Key moments, soft mind.

Io mi fermai un mese: per tutto quel tempo ripetemmo la frase come un mantra, soprattutto quando cercavamo di spiegare le nostre decisioni.

In momenti cruciali, per svariati motivi, la mente s'ammorbidisce un momento prima di un sì o di un no, talvolta anche durante: un misto di arrendevolezza, superficialità, improvvisazione, disattenzione e anche umanità, tanta umanità.

A me capita che capiti.

domenica 20 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 35.11

"Italians' innate traditionalism has, in some respects, served them well. It is what explains their superbe cuisine, for example. But it is also the root cause of the mess they are in now..."*
La frase, a chiusura dell'ennesimo articolo sull'Italia, ha l'aria di una semplificazione sociologica, nel tentativo di spiegare la situazione politica che stiamo vivendo attraverso un'analisi meno occasionale e più motivata.

Innato tradizionalismo? A parte che gli -ismi mi inquietano sempre, tradizionalismo non vuole dire senso della tradizione, piuttosto la sua difesa, meno la sua diffusione. Come se ci accontentassimo di difendere, senza mai voler trasformare.

Mi fermo qui, mi interessa di più il riferimento all' innato che spiegherebbe la nostra supremazia culinaria. Riferimento che mi fa sentire nobilitato: la cucina è un'arma utilizzabile per determinare e non solo giustificare la nostra identità.

Si deve davvero all'ancoraggio ai valori della tradizione se noi abbiamo del buon cibo e in Inghilterra invece al multiculturalismo la permeabilità ad ogni invasione culinaria?

La pasta è non solo cucinata male (stracotta e affogata nel sugo e nel cheddar cheese), ma esce del tutto sconfitta nella battaglia di certe acclamate diete che mettono al bando i carboidrati, in primis appunto la povera pasta.

Una collega giorni fa, affetta da un consolidato principio di obesità (un'ammissione fatta con serenità, oltre che una constatazione oggettiva), mi ha chiesto quale dieta seguire.
Difficile risponderle, dato che si mordeva avidamente uno stick di salame piccante al proibitivo costo di 0.69 pence, poco prima di infilare le dita in un pacchetto di patatine al bacon.

Le ho suggerito (erano circa le undici del mattino) che un piatto di pasta con un filo d'olio, in una quantià ragionevole, l'avrebbe aiutata più di un veloce (ricco di grassi saturi e zuccheri) pasto consumato in piedi.
Non l'ho convinta; al terrorismo del carboidrato si è aggiunto quello di perdere tempo a cucinarlo; meglio, secondo lei, una mega porzione precotta di Tesco da scaldare al microonde e via.

Credo che non cucinare sia un modo per ingrassare, almeno a queste latitudini.

Ammetto che la pasta non è stato il mio piatto preferito: quella fresca meno di quella a grano duro. Mi sono nel tempo dovuto ricredere, anche per un fatto di metodo: mi piace infatti cambiare idea.

La prima a convincermene fu Cristiana, che per caso si inventò una pasta corta con i pomodorini pachino le olive e il pesto: memorabile.
Così dall'indulgenza verso il carboidrato passai a prepararlo di persona, parlo di quella a grano duro, ignoravo ancora la pasta fresca.
Ma venerdì scorso sono finito, un po' contro voglia, in un pastificio di Torino, un negozio rosticceria del centro, e ho conosciuto, non più solo di nome, la titolare: Iva Tassinari.

Con lei ho passato quasi una giornata e ho capito una cosa banalissima sulla pasta fresca, una cosa che io ho sempre frainteso perché pensavo solo ed esclusivamente all'impasto e alla forma dello stampo. Mi sbagliavo: il punto non è la pasta, è il ripieno. Banale appunto, ma per me decisivo.

Ho sempre trovato noioso l'idea di fare la pasta, perché forse, dico forse, sono sempre stato a guardare la nonna, mentre impastava e quel gesto era per me parte dell'ambiente, un gesto calmante, un rito che disarmava l'ansia, che ritmava o concludeva la mia giornata.
Preparare un ripieno invece è a dir poco affascinante, non riguarda solo la qualità degli ingredienti (importante, ma meno di quanto pensassi) piuttosto l'esattezza delle mescole, delle cotture e le correzioni.

Ci vuole certo l'esperienza di Iva Tassinari per fare, per esempio, gli agnolotti Cavour**, secondo tradizione, ma lei è unica anche nel preparare un agnolotto al ripieno di gamberetti al curry che con la tradizione non ha nulla a che fare.
Con il curry sono riuscito a darle qualche dritta, nulla in confronto a quanto ho imparato io, e mai avrei immaginato che nella pausa pranzo avrei assaggiato in pieno territorio sabaudo un piatto di agnolotti al curry appena cucinati. Il bello della tradizione insomma, senza -ismi.

Così sono rientrato a Troutbeck House sabato sera: un Tassinari a Londra.
Il fra (e un grazie riconoscente a Iva)
*da The Economist qui The Italians Crisis: Addio Silvio.
**Il conte Camillo Benso si intende

mercoledì 16 novembre 2011

Super Mario fragilistichespiralidoso

Longanesi nel 1953 profetava “gli italiani non vogliono un dittatore, attendono un impresario”.

L'Impresario l'abbiamo avuto e tale è stato fino all'ultimo, quando sentendo odore di bruciato è volato a casa per vedere come andavano gli affari di famiglia.

L'orgoglio gli ha giocato qualche scherzo, compreso l'ultimo video: la calza anziché sulla telecamera, come venti anni fa, era appiccicata al volto, il Fantomas dei film con Louis de Funès.

Sic transit Gloria Gaynor
.

Poi mentre l'Impresario settantacinquenne si stava dimettendo (la BBC con set to resign e the outgoing PM, rendeva plasticamente l'idea), ecco il coupe de theatre: l'ottantaseienne Presidente cooptava (sotto dettatura o quasi) il migliore (o presunto tale) e come ai tempi della res publica romana eleggeva un dictator (in pectore per nemmeno un minuto) a tempo (in)determinato.
Prendere o lasciare, altrimenti il baratro.

Quando poi finalmente l'Impresario settantacinquenne si dimetteva di sabato sera nel pieno dei consigli per gli acquisti, fuori dai palazzi si cantava "Bella Ciao" e altre amenità.

L'aria del Don Giovanni "Madamina, il catalogo è questo" o, come dice Marta, La Bella Gigogin avrebbero reso meglio l'idea di quello che andava in scena: la solita commedia all'italiana.

L'Impresario ha lasciato non un vuoto, ma il nudo vuoto, un assordante silenzio.
La colpa poi non è solo sua, la sinistra non ha fatto meglio. Anzi.

Ora Super Mario Poppins aprirà la borsa e farà il secondo nuovo miracolo italiano, sotto la luccicante confezione del governo di unità nazionale o di transizione o dei Bot...
Viene da chiedersi en passant come d'improvviso i tacchini possano applaudire il cuoco che li cucinerà allo spiedo...

Dall'Impresario al Tecnocrate dunque, la BBC precisa: the non-elected 68 years old economics professor and former European Commissioner.... ovvero chi meglio del carnefice può salvare la propria vittima?

Insomma la politica in vacanza e commisariata, un paese in mano al reparto geriatria, sotto controllo e dettatura della BCE e dell' IMF. Dal piano Marshall al piano Lagarde.

Disfattismo? Non sono in grado di suggerire alternative.
Direi le urne: non è un caso che Porcellum si traduca PIG (ok PIGS se ci mettiamo la Spagna).

Ultime domande:
i quarantenni dove sono? a casa?
e la sinistra? annacquata nel senso di responsabilità? o a pezzi e Bocconi?

Previsione:
Super Mario Poppins sarà Presidente della Repubblica e le prossime elezioni saranno Casini! Magari il contrario.

Calmi gli altri mari.

*Dovrei mettere il banner di quel corvaccio di Yossarian... non conosco il ragazzo ma temo che abbia ragione. Val bene un'occhiata anche a Leonardo Clausi e a Odifreddi, non meno consolante.

domenica 13 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 34.11

Un signore passeggia con il cane lungo il Tamigi, un uomo sta affogando e urla: Help! Il signore con il cane lo ignora.

Stessa scena, ma questa volta l'uomo che sta annegando dice al signore con il cane: Excuse me, Sir. I 'm terribly sorry to bother you, but I wonder if you would mind helping me a moment, as long as it's no trouble, of course.
Il signore con il cane lancia il salvagente e aiuta il malcapitato.

Ogni volta che guardo la copertina di How to be British Collection, penso alla formalità che quotidianamente mi circonda e mi vengono in mente i Monty Pyton, il duo di Little Britain, Benny Hill e anche il primo Mr Bean.

Poi succede che Daniela, qualche giorno dopo essere stata qui, mi manda una Anglo-Eu Translation Guide: che cosa dicono gli inglesi, che cosa realmente intendono quando lo dicono e che cosa normalmente capiscono gli europei non inglesi (qui sotto).

Per esempio dicendo That is not bad, si intende That's good, mentre per noi significa un "niente di che", oppure You must come for dinner (e mi è capitato) significa che l'amicizia è agli inizi e che l'interlocutore vuole essere gentile con noi, quindi possiamo scordare l'invito a cena, proprio quando pareva certissimo.
Altri frasi tipo very interesting o I'll bear it in mind significano l'opposto, ma stereotipi o no, l'elenco merita una qualche riflessione.

In due anni che sono qui, ho cambiato idea sugli inglesi, la loro non è ipocrisia, nemmeno gentilezza, ma piuttosto un'arguta e automatica forma di mandare a quel paese e talvolta spernacchiare: in questo rivelano una certa attitudine alla democrazia dei sentimenti attraverso l'aristocrazia delle maniere.
Non amando il contatto fisico, imbarazzati dalla stretta di mano maschia, divertiti dal doppio bacio, che associano alla pizza, alla pasta, al sole e al Chiantishire, finiscono con il mollarti delle pacche sulle spalle come se fossi a cricket e sorriderti come farebbero ad un imbarazzante spettacolo teatrale con dei nudi in scena.

Gli inglesi non sono passionali, ma sentimentali, e per coprire o legittimare i sentimenti non rimane loro che ricorrere alle buone maniere e allora avanti a ringraziare, avanti con il sorriso imbarazzato, avanti a piccoli passettini verso una possibile amicizia... coltivandone il seme però, e se la pianta cresce, bene; se non cresce, comunque si è fatto il possibile.

Mi sono reso conto infatti che devo compiere un atto di eroismo per avere un amico inglese; le ho tentate quasi tutte: il coinvolgimento creativo (risultato: un sorriso + un sopracciglio sollevato), l'amore per la letteratura inglese (incoraggiamenti, mai suggerimenti), la politica (mal comune mezzo gaudio, ma noi abbiamo avuto la Thatcher e Blair, e voi lasciamo perdere, almeno cercate di capire come mai vi siete trovati al punto in cui siete ora).
Insomma dovrei salvare la vita a qualcuno. Non sono il tipo.

In effetti nessun inglese mi chiama o mi cerca, a parte le telefonate per organizzare le feste dei figli e appunto le cortesie in uscita dalla scuola o in altri luoghi topici.

Sull'ospitare a casa i compagni di classe di Matilde abbiamo imparato la grammatica delle buone maniere: si dice thank you for coming, thank you for inviting me, si devono far togliere le scarpe e informare il genitore se intendiamo offrire la cena al figlio (implicitamente sì, se il bipede rimane dopo le sei e trenta pi emme, quindi sempre).

Ora mi sono abituato ad infilare please in ogni frase che ribadisce quanto già richiesto e anche più volte, al punto che nell'ordinare il caffè finisco con il dare tutti i dettagli su drink in or take away, zucchero e latte appena apro bocca, salvo poi che il barman si scorda tutto e giù con i please.
Non che questo mi faccia diventare più educato, soltanto sempre più sensibile alla rudeness (maleducazione e rudezza insieme), insomma non mi devo comportare da rude, ovvero inherently confrontational and disruptive to social equilibrium. Per carità!

Allora vedrai il signore con il cane gettare il salvagente e salvare la vita al malcapitato, il problema è che non so se sono il signore con il cane o il malcapitato.
Il fra

giovedì 10 novembre 2011

Ceramix a Troutbeck House


Ceramix dunque e CTRL ZAK!

La vita è così: un po' di Control, ma non troppo, e poi Zak, un gesto rapito e creativo.

E le ceramiche (quelle che mi hanno sempre girato attorno, la metà faentina di me, che tiro fuori all'occorrenza) sono uno dei più interessanti lavori di CTRL ZAK.

Ceramix non è solo una commistione di stili ma la possibilità di mostrare con un oggetto la storia della ceramica, le contraddizioni e gli errori, i salti di tempo e le contaminazioni del tempo.

Come per il cibo non c'è un'origine definita degli ingredienti e delle ricette ma una costante interferenza e un'occasionale scopiazzatura, così la ceramica evolve portandosi dietro la tradizione o, nel caso di Ceramix, si scontra/incontra in parti uguali e asimmetriche.

Non rimane che vederle, sabato 12 novembre dalle diciotto in poi a Troutbeck House.

domenica 6 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 33.11

Poppy flower. Nei giorni che precedono e seguono il Rembrance Day, l'undici Novembre, lo indossano tutti o quasi, appuntato alla giacca per sostenere la causa della Royal British Legion, cioè per raccogliere fondi a sostegno dei soldati feriti e delle famiglie dei soldati deceduti nelle missioni militari del Regno Unito.

Tutti: dai giornalisti della BBC ai commessi di Sainsbury, dall'insegnante di scuola, al man at work sulle strade... i white british almeno, i black british no, forse perché si sentono più black che british.

Il poppy diventa un segno di orgoglio nazionale, come se, al di là della causa, bastasse la sola idea di appartenere a una comunità identitaria, con un semplice fiore rosso, acquistabile dovunque e a offerta libera.. una cosa insomma di razza britannica, in barba al melting pot dell'Isola.

Il poppy non mi riguarda, ma è impossibile non notarlo, darei, mettendolo, l'impressione di legittimare le guerre (camuffate da interventi militari per difendere nobilissime cause) autorizzate e condotte dal Paese che mi ospita, che all'Impero di una volta deve ancora saldare qualche conto.

Così Matilde oggi è rimasta a mani vuote davanti a tre anziani signori vestiti con abiti blu appesantiti da migliaia di bottoni bianchi e spille e medaglie che all'angolo di Columbia Road distribuivano i poppy.

Ho dato a mia figlia una qualche frettolosa spiegazione e lei si è subito dimenticata il fiore (all'occhiello): i bambini hanno la fortuna di essere compulsivi con le mille cose che vedono nei mercatini e passano subito oltre.

Da tempo mancavamo da Columbia Road, una meta solo domenicale, perché il mercato dei fiori si tiene appunto di domenica e come sempre accade si finisce con il comprare, anziché fiori, chincaglierie inutili, ma si sa: da tempo viviamo del superfluo e il necessario lo diamo un po' troppo per scontato.

A proposito: sarebbe davvero necessario parlare dell'immagine dell'Italia (o degli italiani) qui a Londra -che dico!- in Inghilterra, perché oggi, proprio oggi, siamo sulle copertine di due grandi quotidiani (negli altri siamo su tutte le pagine interne). Dico "siamo": all'estero ci sentiamo tutti un po' più italiani e quindi coniughiamo i verbi al plurale.
Ripeto "siamo sui giornali".

Questo sputtanamento (di questo si tratta e poche ciance!) ce lo saremmo risparmiato, ma ci riguarda da vicino, è diventato quotidiano, quasi un'ossessione.

Non riesco a dire altro, insieme ai testicoli, mi cade anche la tastiera.
Il fra

giovedì 3 novembre 2011

Starbooks

Sarà perché Londra è diventata la mia città d'elezione (l'espressione antiquata rende il compiacimento che segue) ma quando trovo in un libro i luoghi della città, mi sento realizzato anche se non so bene in che senso.

La cosa è di una banalità estrema perché migliaia di romanzi sono ambientati a Londra e per quanto la probabilità di incappare in un luogo conosciuto sia altissima, la mia soddisfazione non diminuisce.
Oggi mi è capitato un passo sul Wobbly Bridge, che è stato tale un tempo sufficiente per meritarsi il nome, nonostante illustri ingegneri abbiano quasi subito provveduto a fissarlo.

A proposito di Biella, dove vivevo, in un romanzo di Soldati, La sposa americana, si cita una trota al burro che i camerieri della Croce Bianca servono un po' tardi al banchetto di matrimonio... quando lo lessi sarei immediatamente corso ad Oropa per avvisare i gestori.

Che pirla! che soddisfazioni da poco! "secchia!" mi direbbe Cristiana, invitandomi ad occuparmi di altro, di cose più concrete, tipo fare il bagno ai bambini, dare il colore a un pavimento, decidere il menù di Ceramix eccetera.

Sono perennemente in vacanza, i libri, ultimamente letti ad un ritmo forsennato, mi tengono appeso per aria e temo che un giorno, incapace di scriverne compiutamente uno, dovrò vantarmi di quelli che ho letto... pavida citazione da Borges che però qualche pagina ha scritto.

E tanto per strappare ancora materiale dall'ultimo libro, The sense of an ending, devo ammettere anche io che una delle paure da bambino e poi da adolescente era di scoprire che la Vita non avesse niente a che fare con la Letteratura**.

Quanto l'ho scoperto, ho scoperto anche che quella paura era immotivata, al punto che oggi penso il contrario: che dalla vita, da quella di chiunque, il materiale a cui attingere è infinito e vario e multiforme.
Non conosco come fare, a parte questo blog, che però riguarda la mia di vita e nemmeno tutta.

Ieri sono stato a St Paul, per scrivere degli indignados, mi sono detto:meglio andare a vedere di persona e in quella piazza mi è piaciuta un piccola libreria improvvisata, Starbooks.

Quegli scaffali all'aria aperta mi hanno ricordato una cosa che mi disse mia madre, vedendomi annoiato a casa di parenti e amici:
-Se non sai cosa fare, guarda se ci sono dei libri
-E se non ce ne sono?
-Guarda nella mia borsa.
...
**"The things Literature was all about: love, sex, morality, friendship, happiness, suffering, betrayal, adultery, good and evil, heroes and villains, guilt and innocence, ambition, power, justice, revolution, war, fathers and sons, mothers and daughters, the individual against society, success and failure, murder, suicide, death, God..." Julian Barnes, The Sense of an Ending.