domenica 30 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 32.11

Happy Diwali. Buona festa della luce, buon anno: festeggiato mercoledì scorso, invitati da Manali, che abita di fronte a noi, per il capodanno indiano.

Come la fine del Ramadan, quello ebraico e quello cinese cambiano seguendo i loro calendari, così noi iniziamo a godere della flessibilità delle feste altrui e perdere un po' della nostra rigidità temporale.
L'identità per ora non ne risente, anzi si rimane, cronologicamente parlando, occidentali, gregoriani e cristiani ma si fanno entrare sconosciuti idoli, si imparano riti e soprattutto nuove abitudini alimentari.

Su un tavolino seduta a gambe incrociate, bel seno a vista, ingioiellata ed elegante (niente a che vedere con le pallide verginali e noiosette sante cristiane) la statua di Lakshmi, divinità che presiede alla festa, dea dell'abbondanza, ricchezza, saggezza, fertilità e simili.

Manali
le ha messo davanti frutta fresca, dolci, una moneta e lumini tutt'attorno , poi ci facciamo colorare il centro della fronte con il tilak il puntino rosso vermiglio, diventiamo indù per una notte.

I dolci, vere e proprie bombe caloriche, tra cui il superbo gulab jamun; i cibi squisiti, in particolare le patata wada, polpette di patate con semi di coriandolo e chilli, foderate da una pastella a base di farina di ceci, accompagnate dai samosa e da un riso alle lenticchie con verdure.

Sabato è toccato poi a Jacopo, lo accompagnamo a casa di Nadja per una festa di compleanno in una dignitosa, ma un po' buia, council house a Swallow close, sempre a New Cross Gate.
Entriamo, quasi gli unici bianchi: un televisore gigantesco, dei sofà in pelle, una semplice cucina, le pareti bianche, palloncini nastri e addobbi un po' dovunque; sui fornelli sobbolle qualcosa, sul pavimento enormi pentole d'alluminio, un paio senza coperchio, piene di cibi sconosciuti ma dall'odore pungente, un cesto stracolmo di bevande nel giardino dietro coperto da un tendone, dove Jacopo sparisce.
Le donne vestite in abiti coloratissi, le dita piene di anelli, i cui seni e la cui prosperità può gareggiare con quella della dea Lakshmi.

Vado a riprendere Jacopo tre ore dopo, intanto nel quartiere si sparano i primi fuochi d'artificio: è il weekend di Halloween. Apro la porta e vedo tutti ma proprio tutti ballare scatenati Thriller di Micheal Jackson, metà torta di compleanno su una sedia dell'ingresso, una signora dal corpo strabordante mi invita a ballare Bad, ridendo di gusto.

Rido anche io: il viso pallido e beffardo di Jacopo spunta da sotto una gonna colorata, pescato da una ragazza della security (la sorella di Nadja?)
Prima di andare, Nadja regala un sacchetto di dolci a ciascun invitato, quest'ultima è un'abitudine anglosassone che anche noi abbiamo imparato: nessun deve uscire a mani vuote dalla casa del/la festeggiato/a.

Il weekend non è finito: bisogna esorcizzare l'inverno, tutti i santi e tutti i morti, così raggiungiamo Matilde a casa di Bjaki.
Lì, mentre i bambini scorrazzano e un falò senza luna brucia, noi beviamo vino italiano, l'unico che non ci fa venire mal di testa, un piatto di stufato d'agnello e broccoli al forno.
L'impressione di vedere vivere anziché vivere.
...à da passà 'a nuttata
Il fra

giovedì 27 ottobre 2011

Fakespeare's fair play

Esce un film hollywoodiano, Anonymous, dove il Bardo è un mero copista e un certo Edward de Vere, 17° (non uno di meno!) conte di Oxford, l'autore delle tragedie più famose.

Ora dato che occuparmi di cazzate sembra il mio mestiere, riferisco la notizia non tanto per quello che in sé significa (mi pare la questione omerica aggiornata) ma per la reazione degli inglesi, accaniti shakespiriani (il conte de Vere è inglese pure lui...).

A Stratford upon Avon, dove il Nostro è nato, hanno per protesta cancellato con il nastro adesivo il nome da tutte le insegne stradali e hanno coperto con un lenzuolo la statua al centro della piazza.

It's all Greek to me!

A proposito (ma non c'entra niente) sono stato per la prima volta ad una fiera di settore a Milano. La celeberrima Host, Salone internazionale dell'Ospitalità Professionale*.
L'Ufficio Stampa ne parla ora in termini trionfali: centoventicinquemila visitatori, di cui quarantamila stranieri. Crescita straordinaria nei settori pane pasta e pizza.
Uno dei record: seicentoventitre caffè espressi in un ora.
Gli espositori andranno poi a Mumbai, Guangzhou e San Paolo e via dicendo.

La ristorazione fuori dagli stand faceva schifo: panini tipo Autogrill, intendo anche della catena Autogrill. Ridicolo mostrare macchinari all'avanguardia e lavorazioni artigianali per conservare produrre e cucinare il miglior cibo al mondo e offrire poi le pietanze stereotipate, incolori e insapori. Ma pare che sia dovunque così.

Siccome sono snob, alle fiere preferisco un paio di libri e una mangiata in casa, tipo le aggressive orecchiette alle cime di rapa, improvvisate da Pino venerdì sera.
Quello è saper cucinare, senza fare tanta letteratura.

C'è del metodo nella mia follia.
Ovviamente.
*Gaia ha fatto delle foto qui

lunedì 24 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 31.11

Leggibilità. Con questo criterio sono stati scelti i libri finalisti del Man Booker Prize, lo Strega d'Oltremanica.
Sei titoli, letti... uno solo, un giallo ambientato a Mosca, dal titolo Snowdrops: non solo i fiocchi di neve, ma anche il nome che si dà ai cadaveri che emergono in primavera per effetto del disgelo.

Leggibilissimo certo, simpatico anche, ma come sia finito dentro la shortlist non lo so. La polemica letteraria, a tratti noiosa, è pure montata attorno alla qualità dei libri finalisti, ritenuti troppo "leggeri", da dove non poteva che emergere Julian Barnes, il più noto e quotato, già due volte trombato, vincitore dell'edizione di quest'anno con The sense of an ending.

Per dare un taglio alla noia, ammetto che leggibilità mi fa venire in mente la digeribilità, come se uno al termine della lettura potesse esibirsi in un rutto sonoro di approvazione: si chiude il libro e non si medita, tenendo chiusi gli occhi e le labbra, ma piuttosto si libera la gola e si emette fin dalla conca dello stomaco e lungo tutto l'esofago la vibrazione dell'esultanza e, come dopo un pasto gradito, si dimentica tutto.

Da accanito divoratore di libri, a scapito di tutto il resto, anche della pacifica convivenza, non ho avversione per quasi niente, nemmeno per I Promessi Sposi che ho letto due volte: la prima al liceo impiegandoci un anno e studiando a memoria "quel ramo del lago di Como eccetera", la seconda per superare l'ostacolo e lo trovai solamente ben scritto, non poca cosa, ma, dato il blasone, insufficiente.

Della letteratura inglese purtroppo imparai poco, si faceva quasi come ripiego, ora invece sto cercando di leggere Dickens (ricorre a breve il bicentenario per giunta), che gli inglese conoscono bene.

Mia figlia ha come libro di lettura del trimestre Disgusting Dave and the farting dog. Non scherzo, immagino la maestra Adriana vedermi sfogliare Davide il disgustoso e il cane che scoreggia...
Alla faccia di Dickens! Perché non Oliver Twist e il Pip di Grandi Speranze?! cito senza avere letto, come se mi trovassi con qualche altro genitore e nella speranza che non mi venga chiesto altro.
La scuola così mi risulta ancora misteriosa, almeno nella didattica: riconosco che la fantasia di un bambino si possa scatenare di più seguendo le flatulenze di un cane quadrupede che le avventure di un burattino di legno e di un pirla come Renzo Tramaglino, però...

La leggibilità non è la qualità di un libro e temo non significhi nulla, nei più piccoli la sincerità del personaggio (The Diary of a Wimpy Kid, Il Diario di una Schiappa) rende leggibile un libro, negli adulti il disimpegno, quella che si chiama la lettura leggera, come la coca cola che fa fare il rutto. Non ne sono comunque sicuro e tempo di essermi impantanato: ognuno legge quello che vuole, il risultato è un mix di qualcosa che si trova sugli scaffali e un gusto personale che si forma con l'educazione il tempo.

Forse non dovrei troppo angosciarmi del cane che flatula (ne ho pure conosciuto uno), forse di più se non vedessi i miei simili leggere.
Poi c'è un che di terapeutico nel comprare un libro e acquistarlo significa già un po' leggerlo, lo si mette lì e poi con il tempo lo si recupererà.
Ancora: l'amore per l'oggetto di chi soprattutto non accetta Kindle, ma allora ecco che la leggibilità potrebbe essere lo strumento, l'e-book pare sia ben più leggibile del cartaceo.
Qui si scatena la polemica tra i sostenitori del libro cartaceo e non, tutti con i propri distinguo, polemica che io rifuggo, per diventare inintelleggibile.
Il fra
Sulla Readability, cosa seria, molto qui su Wikipedia

giovedì 20 ottobre 2011

Storie indignate, ovvie e sproporzionate sull'amore e su Pirro

Shalit: pallore, magrezza e saluto militare a Nethanyahu a parte, non si legge una riga sulla proporzione tra un soldato israeliano liberato e mille prigionieri scarcerati. Una sproporzione numerica che esemplifica e spiega la questione palestinese.

The End of the Affair (Fine di una storia) di Graham Greene: scelto per il titolo (che ripeto continuamente nei monologhi quotidiani), poi è ambientato a Londra, a Clapham Common Northside, dove lo scrittore aveva una casa danneggiata dal Blitz e dove l'intera vicenda si svolge. Non mi riesce recensirlo ora, l'idea è quella di consigliare una decina di libri londinesi.
Da recuperare le versioni cinematografiche, due, una con Deborah Kerr, l'altra con Julienne Moore.

Governo italiano: nella caciara di cose che ho letto a proposito della recente e confermata fiducia, la stampa anglossassone dice che, inutile farla lunga, ma the great political escape artist se l'è cavata ancora una volta perché ha una maggioranza. Pyrric victory si titola, ma vittoria; la preoccupazione maggiore poi è la situazione economica italiana e l'assenza di riforme, di qualunque tipo di riforma, non importa nemmeno quali.
Un'analisi così semplice che se non fossi preoccupato, mi rincuorerebbe (!)

Governo inglese: il ministro della difesa Liam Fox si è dimesso, perché il suo testimone di nozze lo seguiva in importanti incontri ufficiali all'estero e non solo, pur non avendo incarico alcuno e pur non essendo un dipendente pubblico dello stesso ministero. Le indagini, commissionate dal primo ministro, sono in corso per capire se siano stati commessi dei reati.
Che noia vero, ma volevo solo riportare i fatti, per tutto il resto c'è master card.

Gli indignados stazionano da giorni nel gelo, fuori St Paul e a Roma si tirano sampietrini (nome bizzarro per dei cubetti di parquet), e se mi pare ovvio che tirare estintori e madonne sia un reato, e se mi pare sconvolgente che poi chi lo fa dica di essersi fatto prendere dalla foga, mi pare altrettanto ovvio che un numero considerevole di impuniti finisca sempre con l'autoassolversi nella sede "allo scopo deputata", il Parlamento. Per dirla come Don Zaucker e come Marina.
Sembra che per noi italiani ci sia qualcos'altro più ovvio dell'ovvio.
Intanto e ancora gli indignados stazionano da giorni nel gelo fuori St. Paul eccetera.
Per dirla come me.

Parto domani per l'Italia, con la solita sindrome del giorno prima che, per l'occasione, mi ha fatto divagare un po'. Nessuna ragione importante, in realtà vado per papà e per Veruno, poi ci starò poco, ma così per metterci la bandierina e sperare di non colpire di scherma e di stiletto in un estenuante duello generazionale: parto, lo giuro, con le polveri bagnate.

Ah Boggio dimenticavo! ci piacerebbe portarti nel posto della foto, peccato l'autostrada che passa quasi di fianco e disturba lo stormir delle fronde e i sovrumani silenzi... al palazzo si entra da dietro, sul davanti un'altra strada inibisce un più trionfale ingresso. Vedrai di persona.

Man has places in his heart which do not yet exists, and into them enters suffering in order they may have existence. Léon Bloy, citato in The End of the Affair.

domenica 16 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 30.11

Richard Dawkins è un biologo e uno scienziato inglese, autore non solo di libri fondamentali per comprendere e sviluppare la teoria evoluzionista (Il Gene egoista), ma anche dichiaratamente ateo, fino a considerare il sistema della religioni e la fede (L'Orologiaio cieco) un totale inganno perpetrato soprattutto ai danni dei bambini.

Ho letto quest'estate il suo The God Delusion, sotto il sole di Eretria in Grecia, a due passi da una chiesetta bizantina che la domenica scampanava alle sette del mattino e non distante dai resti dei templi pagani della città vecchia; un libro necessario, divertente e spietato, di quelli che per l'ansia della scoperta avrei voluto subito condividere.

Mi sono sempre domandato in che modo parlare ai miei figli di dio e della religione, due cose diverse certo, e se la seconda non mi appassiona per nulla, di dio invece avrei voluto saperne di più: la storia dell'idea di dio in particolare, il mito comune e trasversale a tutte le civiltà in tutti le epoche della civiltà umana.

Due anni fa, nelle settimane d'inerzia prima del trasloco a Londra, recuperai un vecchio libro di Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi. Solo per il titolo mi piacque molto: una raccolta di articoli scritti per La Stampa nel corso degli anni settanta.

In uno scrive: Penso che uno che non crede in Dio, non ha però il diritto di dire al suo bambino "Dio non esiste". Non può mettergli davanti questa sua convinzione personale come universale certezza. Lo può fare con altre sue convinzioni ma con questa no. Le parole Dio non esiste sono di estrema angoscia per un bambino. (...) Un mondo in cui Dio non c'è, e in cui la morte è un punto in un cimitero dove si scende a dormire per sempre è esattamente il contrario di tutto quello che un bambino ama e vuole. Un bambino detesta dormire; detesta e teme la noia. Forse li detesta proprio perché sono, il dormire e la noia, qualcosa che rassomiglia alla morte; a ciò che gli sembrerà se Dio non esiste, la morte"

Sono d'accordo, però mi chiedo dell'altro: se non parlare di dio ai bambini (o lasciarli senza spiegazioni) sia piuttosto un segno dell'indifferenza e del disimpegno dei genitori, la scusa per evitare l'argomento.

Qui in Inghilterra nelle scuole pubbliche si insegnano le religioni in maniera un po' semplificata ma neutrale e quindi è (o sarebbe) compito della famiglia o del gruppo etnico spiegare e trasmettere la tradizione religiosa ereditata.
Vero anche il contrario, che l'essere educati dalla famiglia o dalla scuola per esempio al cattolicesimo, non impedisce in futuro che si abbandoni quella religione o, come fanno i più, che la si coltivi con indifferenza o per marcare le tappe importanti della vita: battesimo, comunione, cresima, matrimonio e morte.

In questo caso la scelta di abbandonarla (non la scelta di essere indifferenti che mi pare più secolare, cioè capita senza che ce ne si accorga) diventa più impegnativa: difficile non ricordare la sensazione del peccato, il senso di colpa, l'idea di essere guardati a vista dall'alto da dio, dai santi e dagli angeli.

Insomma noi da bambini non avevamo scelta, si parlava solamente del dio cristiano tanto alla materna quanto alle elementari, era dato per scontato, certo e sicuro con tutti i dogmi del catechismo.
Non si poteva discutere l'ipotesi di far studiare le religioni perché questo toglieva alla nostra religione l'esclusiva idea di appartenenza e l'identità di razza e di territorio: se dio si manifesta in più forme in giro per il mondo magari un dubbio che dio non esista può venire anche a creature di dieci anni, d'altronde a quell'età iniziano già a scricchiolare anche Babbo Natale e le sue renne.

Domenica mattina uscendo su New Cross Road, dalle macchine parcheggiate lungo tutta la corsia dei bus, escono famiglie, prevalentemente di colore, per andare al vicino tempio dei Testimoni di Geova: i bambini e le bambine sono vestiti così elegantemente con le giacche e le cravatte, le gonne colorate a puffo e i nastri ai capelli, le scarpe tirate a lucido, da fare tenerezza: che cosa pensano? a che cosa credono?, come vedono quello che li circonda?

Non posso non pensare che sia troppo presto per creature così piccole incontrare dio e i suoi sacerdoti, non tanto perché non hanno la possibilità di scegliere, ma soprattutto perché non sanno scegliere, non sanno fare dei confronti e vedere la complessità del reale, perché non possono riconoscere le ragioni degli altri e coltivare una spiritualità che non sia solo un'insieme di precetti da seguire e di regole da imparare, ma piuttosto un insieme di scoperte e di meraviglie.

Dei Testimoni di Geova conosco poco, ma temo che il sistema di prescrizioni di qualunque religione si inculchi come un linguaggio nel bambino (come in un contenitore vuoto, perché aperto al mondo) e non lo lascia più, se non a prezzo di una (non sempre) serena autocritica e di un feroce studio.

Se mi capitasse, questa sarebbe la risposta, presa ancora una volta dalla Ginzburg: "Io penso che Dio non ci sia. Però non lo so. Altri pensano che non ci sia. La verità non la sa nessuno"
Insomma, non parlerò loro né di riscatti, né di illusioni, né di speranze ultraterrene, perché è essenziale e sano farsi un'idea, senza trascinarsi nell'indifferenza, né dimenticare la meditazione, lo studio e la riflessione.

Dawkins ha pubblicato recentemente The Magic of Reality, How we know what's really true, un libro illustrato che spiega "what are things made of? what is the sun? why do bad things happen? are we alone?"
Nel corso della storia sono state date differenti risposte a queste domande. Nel libro la realtà è spiegata come fonte continua di meraviglia.
Lo leggerò, io che alla scienza non ho dato più che uno scolastico interesse, non da solo, ma con i bambini. E quello sorpreso sarò io.
Sorpreso da loro intendo.
Il fra

giovedì 13 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte seconda)

...continua dal post precedente

In quello che mi stai dicendo non c'è la scienza, non che sia un limite, nelle motivazioni che dai non c'è Dawkins... la teoria evoluzionista... come mai?
Non ho una grande spinta pro o anti scientifica. Considero la scienza un genere letterario, che non mi interessa particolarmente.
Come fai a considerare la scienza un genere letterario me lo devi spiegare...
Non mi interessa la scienza, perché quando un qualunque discorso si pone come discorso verità, al quel punto non mi interessa e mi sembra pericoloso. Mi interessano gli strumenti, non gli ordini di impiego.
Prima sull'anarchia hai detto il contrario..
Quando parlavamo di anarchismo parlavamo di fini, anzi dell'unico fine che era riprendermi la mia vita, un fine che ritorna al principio, che non si pone sopra di te ma dentro di te.
Altre cose, che si pongono sopra la tua testa come elementi di verità, non mi interessano. Mi interessano le cartografie più che i GPS, preferisco mi venga data la mappa, non la direzione.
Uno scienziato però ti dice che la scienza non fornisce la verità ma allarga la comprensione.
La scienza è entrata a far parte di strutture di business o strutture semantiche che le hanno dato una dignità od un ruolo che forse gli scienziati non avrebbero voluto darle.
Ho l'impressione che siccome è un argomento che non conosci tendi a dargli la risposta un po' a priori...
Da un lato è vero che sulla scienza non ho molta conoscenza, ma è vero anche che spesso, nella pratica quotidiana, la scienza acquista la forza di una verità assoluta, nonostante tutte le riserve del metodo sperimentale. Credo che creare delle verità di questo genere sia come mettersi dei mostri sopra la testa, e non ne ho nessuna voglia. Io non sono contrario alla scienza, sono contrario allo scientismo, sono contrario alle verità. La ghigliottina è sempre la pratica quotidiana del discorso della verità.
Piuttosto, credo che la scienza, come tutti gli altri discorsi, sia un genere letterario. E non mi appassiona più’ di tanto.


mercoledì 12 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte prima)

Federico Campagna abita a due passi da me, un buon motivo per arrivare un po' in ritardo e accaldato. Suono alla porta di una casa a tre piani, vicino alla Goldsmith: apre un ragazzo magro, dalla carnagione bianca, quasi pallido, la zazzera nera corvina.
Mi invita a salire, mi serve il caffè in una piccola moka italiana e la conversazione inizia subito aperta, serrata e a tratti divertente al punto che quasi dimentico di accendere il registatore...
A microfoni spenti, mi parlavi della tua doppia vita...
Una doppia vita sin dall'inizio.
Mio padre è di Prizzi, vicino Corleone, mia madre di Palermo.
I miei si sono prima trasferiti in Valtellina, dove sono nato, poi a Milano. Vent’anni fa, a Milano, avere una faccia nord africana come la mia era un tratto parecchio caratteristico… Ovviamente ero un immigrato.
Allo stesso tempo, i miei legami con la Sicilia erano e sono in realtà inesistenti, perché se vai in Sicilia e parli con accento milanese, sei un milanese.
Stessa cosa in altri campi: sono
sempre stato interessato alla letteratura e alla politica radicale, ma sono finito a studiare economia alla Bocconi.
Come mai hai fatto la Bocconi?

In realtà me lo chiedo spesso anche io e mi dò sempre risposte diverse. E’ una domanda che risolvo in maniera mitologica, e la risposta che dò cambia di volta in volta per giustificare le scelte che faccio in quel momento.
Una risposta alla Zelig.
.
Esatto.

domenica 9 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 29.11

Queen's Wood è un bosco in piena Londra o quasi.

Siamo a quattro miglia da Charing Cross, direzione nord, ad Highgate, sulla Northern Line.
Se si esce dalla metro in cima ad Archway Road si può tenere la destra e scendere lungo Muswell Hill Road e entrare in Queen's Wood ... oppure superare l'incrocio e entrare a Highgate Wood.

Ma queste indicazioni del senno di poi, anche con la cartina in mano e nonostante una certa preparazione, non servono a nulla; uscire da una metropolitana in una zona della città che finora non avevo visitato mi trasforma in un turista per caso, che poi è il bello di Londra.

Così, imboccata Wood Lane con una fila di case a sinistra e alberi a destra iniziamo a scendere, chiedo dove si trova Queen's Wood e mi sento rispondere "E' questa, ci siete dentro".
Non era nemmeno troppo difficile capirlo, nessuna recinzione, nessun cartello, così: a cielo aperto un bosco aperto.

Querce faggi betulle aceri noccioli agrifogli (anche questi con il senno di poi) dai tronchi centenari in un silenzio irreale, il silenzio dei boschi, il fresco che sale dalla terra, le castagne selvatiche, le ghiande... mi accorgo subito di quanto estraneo sia diventato per me un bosco, come non mi riesca di trovare un appiglio e una direzione.

Eppure sono nato in un paese circondato da boschi, andavo perfino a raccogliere ortiche e castagne, a scovar lumache, dietro le gonne nere della nonna.

Oggi riconosco solo insegne strade edicole facciate panchine semafori e chiacchiere, la natura al cento per cento di sé mi è diventata estranea e nascondo il disagio e il vuoto di una consuetudine perduta.
Perduta perché sono cresciuto in un tempo a cavallo tra le castagne da raccogliere nei boschi e i piani regolatori che li hanno ridimensionati, perduta perché continuo a pensare la natura come primitiva, semplice e ignota come un mistero o una scoperta, tenuto sott'occhio da un adulto.

Per troppi anni, involontariamente o meno, ho dimenticato la natura, ho smesso di conoscerla e l'ho trasformata in un'escursione esotica, in un documentario del National Geografic da guardare in tivvù, a debita distanza e in 3D.

I miei figli intanto si disperdono nel bosco divertendosi, Paola smania già per un caffè e per una sigaretta (quindi è a disagio). Non si vedono sentieri ma il terreno è battuto e pulito... da che parte andiamo? ci hanno detto dritto di là e noi allora tiriamo dritto.

Una signora anziana in tuta e con le scarpe da ginnastica ci dice che basta camminare pochi minuti e troveremo un caffè.
E infatti arriviamo al Queens Wood Lodge (delicious home made food and child friendly): un portico senza vetri con tavoli e sedie, un sala interna un po' umida e con le piastrelle in graniglia, all'esterno qualche sedia di plastica e un parco giochi recintato.

Mentre ci prendiamo un caffè, un uomo vestito da Robin Hood esce dal lodge, una ventina di bambini lo aspettano fuori, Matilde preferisce invece arrampicarsi su un albero. Il patio è pieno di genitori e nonni che si godono la pausa.
Paola tira fuori una sigaretta, dopo aver chiesto se era possibile fumare. Ci mangiamo in due una torta di farina di grano e cranberries.
Una giornata tiepida di ottobre con il sole che filtra tra gli alberi e una di quelle in cui avrei trasformato la scena con un ciak. Ma la realtà talvolta supera la fantasia.

Poi rientriamo nella civiltà, Matilde e Jacopo litigano perché vogliono bere, attraversiamo Muswell Hill Road e entriamo ad Highgate Wood, in un playground enorme stupendo: la sabbia, le reti, gli scivoli, la gente, le famiglie.
Nel parco c'è anche un prato verde per giocare a cricket; noi leggiamo, i bambini si divertono.
L'ambiente diventa confortante, riconoscibile: non ancora città, non più bosco. Non abbiamo fretta.
La sicurezza dei luoghi e degli oggetti.
Il fra

mercoledì 5 ottobre 2011

Cristina, burro e gelatina

La scala è stata dipinta di bianco da Andy, ad agosto, mentre eravamo in ferie.

Va bene che il bianco decomprime e amplia gli spazi, ma serve un colore all'ingresso altrimenti finiamo con il decomprimerci anche noi.

La fuffa e le polveri varie s'aggrumano ai lati di ogni scalino, il bianco mostra lo sporco che più sporco non si può.

Un dettaglio di colore si impone dato che al superfluo non c'è mai fine, quindi serve un tappeto che corra lungo le scale: il runner*.

Ora io da sempre allergico ad ogni forma consistenza materiale e motivo di moquette cedetti di fronte alle (inesistenti) insistenze di Cristiana.
E vada per l'ennesima sequenza di cataloghi e sample, vada per la visita dell'esperto che prende le misure e consiglia il da farsi.
Un sabato capitiamo qui per scegliere il tipo di runner, in un negozio di inglesi sul maleducato andante, che non ci guardano che si alternano svogliatamente e ammiccano alle nostre richieste come se fossero loro a farci un piacere, senza darci un consiglio sui campioni.
Intanto Jacopo deve fare la cacca, Matilde legge e Cristiana domanda, io che avverto ostilità ammutolisco.
Usciamo scornati, lasciando l'indirizzo in modo che ci vengano spediti dei sample che non si sa bene perché non sono in grado di darci sul momento.

Dopo qualche giorno arrivano per posta indirizzati a Christina Butterjelly, Cristina Burro e Gelatina.
Mettiamo così una pietra moquettata sopra Lordship Lane Carpet... ma la ricerca continua.

Infatti accompagnando Paola ad una meritata mezza giornata di shopping, Cristiana è incappata, non credo per caso, in Roger Oates, ovvero runner in cento per cento lana, moooolto chic.

I prezzi sono triplicati, i sample sono quelli in foto, una riflessione si impone (anche sul gatto le cui unghiette possono sfilare il runner svolgendo il motivo... quindi viva la tinta unita).
*non è un caso che manchi il corrispettivo italiano... invece Stefano M. mi dice che si chiama passatoia, la passatoia cortese regina della scala regina degli ingressi...

domenica 2 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 28.11

Arrivo accaldato alla reception del King's College e chiedo in che aula si tiene la conferenza del senatore, magistrato, scrittore Gianrico Carofiglio, ospite del piddì di Londra.
"Ah sei italiano, possiamo parlare italiano allora...", mi risponde la signora con un forte accento russo e per l'ennesima volta trasformo un incontro occasionale in un'occasione di incontro.

Nella sua agenda non c'è nessuna conferenza italiana ma la council room sembra prenotata e mi spedisce lì indicandomi il tragitto con staliniana precisione mescolando l'italiano con l'inglese cirillico.

Se in un'università dello stivale i docenti, a parte qualche rara eccezione, li distingui lontano un miglio per come se la tirano, per come si vestono e per l'immancabile codazzo brufoloso degli assistenti, in questi corridoi bassi, che si aprono su una doppia scalinata in pietra e su ampi cortili interni, si mescola invece un melting pot di persone in andatura e vestiti casual.

Appena entro nei college mi vien voglia di studiare (sono indeciso tra Psicologia, Letteratura e qualcosa di più scientifico tipo Fisica quantistica), ma dato che sono in anticipo, mi limito a leggere un libro (I Viceré di De Roberto, tanto per farmi del male): una cinquantina di posti a sedere, ritratti alle pareti, carta da parati, moquette, luci insufficienti e fisiognomica spiccia fino a quando abbronzato arriva il senatore della Repubblica.

Silenzio, la delegata del Piddì presenta Carofiglio e dice che è una lettrice accanita dei suoi romanzi, che vorrebbe sentire delle anticipazioni sul nuovo libro ed io ho già l'orticaria: l'ossequio reverenziale è una delle tante cose che dobbiamo cambiare di fronte a chi rappresenta il potere ed il suo lustro. Non iniziamo bene, ma tengo duro.

Parla Carofiglio: dice cose sensate, perché è ormai dell'ovvio che dobbiamo parlare perché è dall'ovvio e dal semplice che dobbiamo ricominciare.
Ma un senatore di sinistra, per giunta cooptato da un sistema elettorale che non elegge e non fa scegliere, non può certo cambiare un intero partito e un intero sistema. Lo ammette lui stesso mentre ci svela qualche anedotto senatoriale.

Io ascolto e penso che ora davvero tocca a noi, alla società civile.
Questa schiatta infatti non può cambiare da sola, non riesce a dimezzarsi di numero proprio come quei tacchini a cui non si può chiedere a quando rinviare la cena di Natale.

Che cosa aspetta Carofiglio e company a ridurre drasticamente i costi della politica? come è possibile che solo dopo due anni di onorato esercizio i parlamentari abbiano diritto alla pensione?
Mi spingo a dire che non dovrebbero nemmeno maturarla e che sia sufficiente la pensione secolare, quella del lavoro. Che cosa aspetta Carofiglio a dire pubblicamente che cosa sia e come vuole che sia realmente un partito di sinistra?

Perché la sinistra per esempio non è capace di scrivere un programma in quattro cinque riforme/punti forti?
Tony Blair ai tempi del New Labour disse chiaro e tondo che per vincere le elezioni bisognava indicare un programma chiaro su cui portare il consenso dei cittadini e ottenuto poi quel consenso, una volta al governo diventava semplice realizzare quel programma*.
Mi sono sentito rispondere da Carofiglio che Blair ha fatto la guerra in Iraq. Che c*** c'entra!?

Noi -non credo infatti di essere il solo- siamo incazzati, noi vogliamo che le cose cambino soprattutto a sinistra e che la politica ritorni ad essere cosa di tutti e passione civile e meglio che rinunciate ai vostri privilegi, che parliate in modo chiaro, e sappiate affrontare e rispondere alla crisi economica strisciante, drammatica... In questa vacanza della politica non è un caso che i poteri forti dell'economia e delle finanza abbiano buon gioco a dettare l'agenda ai governi.

Un'ultima cosa e adesso parlo proprio a Lei, senatore** della Repubblica, mi viene a dire e giustamente che è tempo di separare gli affari dalla politica, allora non venga a parlare in una sala dove in un angolo si vendono i suoi romanzi. Poteva evitarlo.
Piuttosto faccia qualcosa, ne ha l'autorevolezza, il tempo e l'occasione, altrimenti è uguale a tutti gli altri, altrimenti a casa!

Esco da King's College con la voglia di spaccare il mondo e penso al maialino dei Pink Floyd che gonfio d'aria svolazza sulla Battersea Power Station, a quel porcellum attaccherei i novecento e più nostri parlamentari e ooopss lascerei la presa, lor signori cascherebbero sul morbido ma almeno ci sbarazzeremmo di vent'anni di mala politica (come sostiene lui qui).
A Liverpool intanto è iniziata la conferenza annuale del Labour. La differenza, perché non posso che fare paragoni, è imbarazzante.
A sognarla una sinistra così in Italia.
Il fraguerrafondaio
*"If you are in Opposition, people don't expect you to know it all. They are not asking for reams of details, they just want to know where you stand - on spending and tax; on law and order; on defence; on Europe; on public services. Here two things are vital for an Opposition: keep it simple; keep it coherent. By keeping it simple, I mean not surface only. I mean: clear!" Tony Blair, A Journey, Arrow Books 2010.
**mi farebbe piacere se il senatore rispondesse, vediamo...