giovedì 29 settembre 2011

Dinner in Nablus

Yesterday Dinner in Nablus:
Kube and Dahwali, beautifully prepared by our neighbour ladies!

lunedì 26 settembre 2011

Jasmen Hotel, Nablus

In Palestina il numero degli stranieri inganna, come un numero "imperfetto". Non cosi' pochi da non farci caso, troppi per considerarne la sola presenza come un elemento positivo.

Qui al Jasmen Hotel, il 'posto' dove convogliano gli stranieri di passaggio a Nablus tutti si guardano e pochi si salutano. Negli sguardi di sottecchi e negli atteggiamenti (colli attorcigliati tipo colonna di San Pietro per far finta di guardare da un'altra parte; occhi che quasi toccano le orecchie nello sforzo di seguire fino all'ultimo passo la traiettoria di un occidentale) si leggono segnali evidenti di gelosia e curiosità mortale.

Tutti ci si da un'aria da: che cosa ne vuoi sapere tu di questo posto? io sono qui da più tempo, conosco questo posto meglio di te, ergo ho più diritto di te ad essere qui....

Nello stesso tempo però sarebbe un errore imperdonabile lasciarsi scappare l'eventuale personaggio che invece varrebbe la pena conoscere. Soprattutto perché da queste parti chi hai di fronte potrebbe benissimo essere un freak attivista arrivato per la raccolta delle olive, così come un diplomatico o un inviato speciale del Times.

Nel dubbio, meglio mantenere aplomb, non esagerare con le confidenze e tenere le orecchie bene aperte!

domenica 25 settembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 27.11

Avevo in mente un pezzo politicamente scorretto sull'obesità. Politicamente scorretto qui, dove l'argomento si affronta con britannica discrezione, senza fare battute.

Volevo insomma trattare con leggerezza una questione pesante: buttarmi sul cibo, fare un elenco delle porcate che si possono mangiare per poco più di un pound e spiegare, con italiana saccenza, perché il paese in cui vivo è il più obeso in Europa, statistiche alla mano e sandwich nell'altra.

Volevo, ma poi venerdì ho comprato il Guardian, per leggere qualcosa sulla Palestina: Cristiana era appena partita per Gerusalemme e mi pareva di contribuire alla missione almeno informandomi, così per non lasciare nulla al caso.

E guarda un po' in prima pagina si parla di Antonio Ereditato e degli scienziati del Gran Sasso e campeggia una modella delle sfilate milanesi sotto il titolo: Va va Vroom Prada new's look ovvero camicetta bianca con disegnini di automobili su una gonna di pelle verde appena sopra il ginocchio con stampata un'auto americana che sgomma sfiammando...
E all'interno due pagine dedicate a Dolce e Gabbana e un'intervista ad Andrea Illy in visita a Londra: Elitist raising the bar for baristas.

Dunque ci siamo ancora, finalmente, che bello! con le nostre eccellenze (nel senso di cose che eccellono non di settuagenari rincoglioniti a cui paghiamo gli extra), con il caffè, con le passerelle e con la ricerca. Di solito a proposito di quest'ultima si parla solo di cervelli in fuga, raccomandati in casa e tagli alle risorse. Invece!

Il paese reale rispetto al paese percepito, un po' come l'inflazione: tra la reale e la percepita non ho mai capito la differenza e così anche del mio paese.
Si tratta di pubblicità gratuita, di business? l'indizio di un rinascimento? l'inizio di un ritrovato benessere? e, nel caso del neutrino, di una scoperta epocale, sconvolgente?
Intanto sono titoli di giornale che ringalluzziscono.

Milano Trieste e l'Abruzzo: ce ne sarebbe da dire e non si può su eccellenze così diverse fare di ogni erba un fascio: Antonio Ereditato nei sotterranei del Gran Sasso difficilmente si fa un caffè illy, avrà piuttosto a disposizione una di quelle macchinette aziendali che funzionano con la chiavetta, difficile anche che indossi una tshirt di Dolce e Gabbana (che per la cronaca chiudono la linea D&G), me lo immagino piuttosto uomo discreto, votato alla ricerca e perfino umile servitore dello Stato.... al Guardian ha dichiarato: "un risultato non è mai una scoperta fino a quando qualcun altro lo conferma".

Antonio Ereditato: un bel nome italiano, pieno vocalico, impronunciabile oltremanica... gli studiosi inglesi sono ovviamente scettici, come è giusto che sia, anche perché nessuno di loro era tra il team di scienziati che hanno fatto l'esperimento. La prudenza è d'obbligo ma ora tocca al mondo scientifico provare o confutare i risultati dell'esperimento.

Andrea Illy: un nome italiano anche questo, un po' più pronunciabile. Nell'intervista non va per il sottile: parla di qualità, dice che i clienti sono disposti a pagare di più per un prodotto buono, per questo sceglie i rivenditori, i bar, i negozi migliori per il suo caffè.
Poi parte una politicamente scorretta (si direbbe qui) staffilata contro il Fairtrade: "noi paghiamo di più i fornitori perché possiamo caricare sul cliente finale. Il Fairtrade paga prezzi più alti per gli stessi prodotti indipendentemente dalla qualità. Un comportamento contro la legge della domanda e dell'offerta. Il Fairtrade riguarda il sentirsi più buoni, la solidarietà non la qualità. E' meglio dare i soldi all croce rossa..."

Non commento la sicumera, con i tempi che corrono un'opinione come questa batte il qualunquismo imperante, poi è un industriale che tiene alto il nostro Pil, come i Prada, come i D&G. Ma sono la punta dell'iceberg, l'effimero italiano che piace, che gira nel mondo, che va sulle prime pagine.

Moda e caffè, insomma quello che piace di noi è quello che appare che si gusta, il paese dei balocchi. E' un fatto, né negativo né positivo ma è così, quello che ci si aspetta da noi: vestire bene, mangiare bene, un caffè con la moka.

A trovarlo un caffè espresso come si deve: Illy sedeva da Locanda Locatelli a Seymour street e se ne è fatto fare uno dei suoi, io invece, con il disagio che mi porto dietro in questi giorni, meglio se me ne vado a fare uno in cucina.

Mi rimane un dubbio: dato che la scoperta del team di Antonio Ereditato, se provata, mette in dubbio le categorie di spazio, di tempo e la sequenza causa-effetto, bisogna concludere che niente è come sembra. Serve però l'aiuto di un fisico qui, perché d'istinto non è poi così male che la scienza abbia scoperto quello che la fiction mostra da decenni.

Il che significa che i lettori possono leggere un pezzo prima che venga scritto, o che la morale preceda la favola (lo so ci vuole un attimo...)
Intanto vado a farmi un caffè con la moka o l'ho già bevuto?
Il franeutrino

venerdì 23 settembre 2011

Palestina, Gerusalemme: primo giorno

Abu Mazen ha appena finito il discorso alle Nazioni Unite: ha chiesto il pieno riconoscimento dello stato Palestinese. 
Io e Bea brindiamo, siamo a Gerusalemme, al secondo piano di un condominio nella parte ovest della città, una casa di israeliani, in un quartiere israeliano. Urlare e festeggiare fuori dal balcone non è esattamente una buona idea... 
E' surreale, ma l'emozione è forte e le immagini da Ramallah fanno venir voglia di essere là, a condividere questo momento storico con i veri protagonisti.

Vorremmo uscire, andare a Damascus Gate ma sappiamo che è pericoloso e rischiare è inutile anche se un po' di vino in corpo e l'adrenalina spingono verso quella porta.
Per più di 60 anni la narrativa dominante è stata quella israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, dai loro presidenti e dalle lobby ebraiche. 

Sarebbe bello poter dire che oggi qualcosa di diverso è successo, che da oggi si può cominciare a intravedere un percorso di negoziazione e un futuro di pace per questa parte del mondo. Sarebbe bello, ma dubito.... 

Io che sono un'idealista, che raramente accetto che i cattivi siano veramente cattivi e che lascio aperta sempre la porta della speranza...beh, faccio molto fatica a vedere la fine di questa situazione aberrante.

Domani andiamo a Nablus, a vedere come procedono i lavori a Bait al Karama, a parlare con Fatima di come progedere con il progetto e con la scuola di cucina. 

Perché Bait al Karama è un progetto vero ed esiste ed è il nostro atto di resistenza, l'unico possibile.

giovedì 22 settembre 2011

Citazione al minimo

Ritorno dall'Italia, svuotato. Non mi va neanche di scrivere.
Ho letto due libri in due giorni, ho quasi finito il terzo.

Mi pare tutto difficile, così sillabo, annuisco, riduco al minimo.
Troppa roba in pentola, troppo in testa, troppo in Italia, troppo nel mondo

Allora trascrivo come in bella copia un pezzo, che non parla di me o di come mi sento, ma parla di Londra.

Però sostituendo nomi e luoghi forse parla di noi, tutti noi.

"Londra avrebbe dovuto essere soltanto un punto di riferimento, la tappa finale del viaggio. E invece, durante la traversata per mare, diventa per lui un'idea di salvezza. Dopo circa un mese di piccoli spostamenti ora sta finalmente lasciando il continente e con esso il corpo martoriato di Thomas. Si lascia alle spalle la guerra, i cadaveri, il dolore, i campi di sterminio, le città distrutte e rase al suolo. L'Inghilterra gli appare come un paese separato e distante in cui non conosce nessuno e nessuno lo conosce, in cui può stare solo senza soffrire di solitudine, in cui può camminare, sedere al pub, bere scrivere senza che nessuno lo guardi o lo disturbi. Dietro si lascia un continente in via di distruzione. Thomas era la Storia; il suo paese e la sua lingua gli scenari della guerra."

Pier Vittorio Tondelli, Camere Separate, Bompiani, 1989.

L'ho ripreso dopo dieci anni dall'ultimo tentativo... e via d'un fiato, le pagine su Londra sono commoventi, ma dure, ne esce un ritratto dell'occidente europeo e non solo.
Ma io mi fermo qui.

lunedì 19 settembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 26.11

Quello di Roberto Calvi è stato un suicidio atletico: nel giugno del ottandadue con qualche mattone nella giacca e l'equivalente di quindicimila dollari in contanti prende la rincorsa dalla banchina del Tamigi e riesce a infilare il collo in un cappio che penzola metri più in là dalle impalcature sotto le volte del Blackfriars Bridge.
Non male per un sessantenne in fuga orchestrare l'autodafé con tale drammatica sportività.

Non sfugga l'ironia del luogo: il Ponte dei Frati Neri* punta dritto verso la city e prende il nome da un convento domenicano* che sorgeva nei pressi. Insomma un suicidio emblematico: sul ponte s'allungano cupe le ombre dello Ior e quelle della Finanza (con la F maiuscola); la giustizia inglese ci ha messo anni a capire che trattavasi con ogni probabilità di omicidio, a meno appunto di considerare Calvi un atleta dalle lunghe leve.

Sempre per stare sul macabro si potrebbe vedere Parnassus, Luomo che voleva ingannare il diavolo del regista britannico (d'adozione) Terry Gilliam: il personaggio principale del film Heath Ledger si toglie la vita proprio sotto il Blackfriars.
Un dichiarato omaggio a Calvi e una sfortunata premonizione per l'attore australiano, che finirà suicida.

Cerchiamo però di stare leggeri almeno sul fronte finanziario: venerdì scorso è stato arrestato un trader della City, tale Kweku Adoboli, il quale, non si sa bene come, è riuscito a sottrarre 1,2 miliardi di pound alla UBS, una delle più grosse banche mondiali.
La cosa però, almeno sui giornali, non sembra suscitare poi tutta questa riprovazione: il nostro non è certo un novello Robin Hood, anzi: se la spassa bene e non è chiaro come abbia usato il malloppo. I familiari si dicono ignari e i giornali raccontano il fatto, prendendosela con i fragili sistemi di controllo delle banche. Un mezzo eroe!
Il tutto accade proprio quando la Commissione d'Inchiesta sul Sistema Bancario, nominata dal Governo, ha licenziato un testo di riforma. Trattasi di coincidenza ovviamente: il mondo delle banche appeso ad un filo, con il cappio al collo ooopss!

Me la rido sull'aereo per Milano Malpensa vedendo il pacifico faccione di Adoboli sulle prime pagine e più in là negli esteri le note vicende italiane.

Durante il weekend padano mi sono ascoltato tra le altre Nebbia in Val Padana di Cochi e Renato: la nebbia un fenomeno dell'umidità, Istituti di Credito, banchieri che si impiccano, mani che si puliscono, piedi che se la squagliano, le sottane si alzano e modelle che sculettano e culetti che stilistano. Sembra scritta oggi.

Che bel paese il nostro: ora che siamo in pieno boom economico e il Pil non misura altro che il tempo di tenuta di un'erezione, possiamo divertirci tra sottane ed kamasutra vari.
Leggo che oggi la nuova eroina (donna intendo non dose di) è colei che non la dà, che resiste.

Nei tabloid inglesi invece ci sono solo volgarità, pettegolezzi e tette in terza pagina: corpi belli, non c'e' che dire, il Pil si alza per un istante, come un solletichìo... poi giro pagina.

Un viceministro (non importa di cosa, nell'articolo non compariva), che ha cambiato più volte casacca, sostiene che tra un marito fedele che vuole propinare i Dico e l'eutanasia e un uomo dai comportamenti discutibili ma che difende i valori tradizionali, sceglierebbe il secondo...

Che dire? Non si puo' neanche piu' fare i moralisti. Chissenefrega! per fortuna almeno l'economia va bene, la disoccupazione langue e le tasse scendono, alcune sono perfino sparite.

Basta vado a fare i miei affari.
Calmi gli altri mari.
Il fra
*a fare i pignoli, Blackfriars è il nome dei Domenicani, quindi Ponte dei Domenicani, noti per il loro copricapo nero.

venerdì 16 settembre 2011

Censura con anniversario

Ho appena scritto un post.
E siccome subodoravo, cioè coglievo con anticipo il dissenso di Cristiana, ho sottoposto il post al di lei giudizio.

Subodoravo correttamente, non me l'ha fatto pubblicare: "Io al tuo posto non lo farei, non mi sembra corretto..."

Nel linguaggio di coppia è un NO perentorio!

Quindi ora mi tocca scrivere sul nulla: sto diventando compulsivo con la scrittura e allora allora l'unica cosa che mi viene da dire in mezzo alle mille che penso riguarda... un paio di chiavi, che alle due del pomeriggio del diciassette settembre di due anni fa Warren mi consegnò per aprire Troutbeck House.

L'odore e il freddo della casa moquettata.

Poi è arrivata Cristiana e con calma abbiamo fatto uscire uno ad uno i fantasmi che la abitavano.

Ma ero io? Indicativo imperfetto

Lo rifarei? Condizionale presente

Buon weekend

lunedì 12 settembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 25.11

Bisognerebbe dimenticarlo l'undici settembre, ma non si può: nella società delle informazioni le informazioni informano e scandiscono le nostre esistenze, come fotogrammi stampati su calendari collettivi. Dello tsunami giapponese non si ricorda nulla, del matrimonio di William e Kate perfino i vestiti. That's life.

Noi si viveva in un condominio a Biella, eravamo di ritorno dalle vacanze negli USA, proprio da New York dove alloggiavamo a casa di Usha a una fermata della metro da Ground Zero.
Le altezze non mi piacciono, pertanto di salire sulle Twin Tower non mi passò nemmeno per la testa, ricordo che lì nello slargo sotto le torri una ragazza con i rollerblade distribuiva delle radioline per pubblicizzare una società finanziaria di nome Bloomberg.

L'undici settembre sul lavoro fu una giornata assurda, un collega del commerciale era bloccato a New York e mi fecero andare a casa presto.

Dato che non avevamo ancora una cucina decente (appena reduci dal trasloco) Stefano, che abitava tre piani sotto di noi, ci offrì la cena; scendemmo con il televisore e insieme guardammo tiggì su tiggì... L'ansia di un evento incredibile e la vita quotidiana, che scorreva e che cambiava, senza ancora sapere come e quando.

L'undici settembre poi ritornò anni dopo, quando all'ospedale di Torino stava per nascere Jacopo: l'infermiera mi disse che erano state poche le nascite l'undici e che quasi tutte le mamme tentavano di ritardare la nascita dei loro figli. Io soffocai l'ansia ridendo o meglio le risa nell'ansia. Jacopo nacque il dodici e il problema, se mai fosse stato tale, si risolse naturalmente.

Comunque sia, da una settimana e più la BBC (e non solo) sfodera documentari sull'evento: toccanti interviste ai familiari delle vittime, le tesi del complotto, i pompieri, figli che non hanno visto padri, la faccia da pirla di Bush e la concitazione di quelle ore, dove sono oggi i protagonisti del dramma di allora eccetera eccetera eccetera.

I giornali hanno pagine e pagine di inserti, vanno nel dettaglio e poi ancora nel dettaglio, raccontano storie e storie e storie: chi ha salvato chi, chi ha detto cosa, chi è morto, chi è scomparso, chi pensa che sia tutta una finta, chi parla di rimozione collettiva... ancora eccetera.

Manca qualcosa in tutto questo approfondimento, manca la domanda più ovvia: perché? Perché è accaduto? Come è possibile che sia accaduto? Quale o quali sono le cause?
Perché degli esseri umani hanno deciso di pilotare aerei e dirigerli contro obiettivi civili? Lo ripeto perché?
Domande che vengono prima di chiedersi per esempio: perché non sono stati fermati? perché la CIA e i servizi segreti non hanno... eccetera...

Sul dopo abbiamo visto tutto ed i morti si sono moltiplicati: 3000 vittime l'undici settembre, 6000 soldati americani morti tra Iraq e Afganistan, migliaia di civili innocenti uccisi... Certo, ma perché quelle guerre?

La comunicazione (intendo tutti i media) della tragedia dell'undici settembre mi sembra fine a se stessa, mi sembra s'avviti e si dispieghi solo sul dramma, sulla cronologia delle azioni e che non faccia parola sulle ragioni, appunto sui perché.
Se dovessi cercarne uno, a me il complotto pare questo: la comunicazione dell'evento, del tutto insindacabile, acritica, cronachistica.

Non ho risposte, ma ho sensazioni, che un più proficuo studio della storia contemporanea e delle fonti di informazione disponibili potrebbe corroborare.

La sensazione è che alla radice ci sia anche e soprattutto la mancata soluzione del conflitto israelo-palestinese, poi ingigantitosi -perchè non risolto- in quello tra mondo arabo e occidente*.

Aggiungo che ad alimentare la follia ha buon gioco il sistema premiante, riparatore, confortante -una sorta di welfare dell'anima- che la religione offre, qualunque religione: la difesa dell'identità etnica e delle tradizioni per varie ragioni lasciata in mano a chi disprezza le istituzioni laiche, le conquiste della medicina e della scienza, la cultura in generale, semina vento e prima o poi raccoglie tempesta.

Ma considerare per un momento la religione un aspetto del problema, anche solo nel suo lato estremistico ed ortodosso, potrebbe forse aiutare a capire quanto è accaduto e quanto è stato rimosso.
Il fra
*consiglio l'utopistico ma non troppo libro di Ghada Karmi, Sposata ad un altro uomo, Derive ed Approdi 2010; inoltre un lavoro interessante quello di A.Summers, Robby Swan, The Eleventh Day, del quale non mi pare ci sia una traduzione italiana.

mercoledì 7 settembre 2011

Quaranta, la gallina canta

Bilancio, brutta parola, ma facciamone uno, con la Manica di mezzo e a mezze maniche, nonostante il freddo, poi anche basta: ora che scollino non aggiungo nulla di nuovo al fatto che il passato è l'unica cosa certa, mentre del doman non v'è certezza.

In preda ad una follia da chirurgia estetica ed al fine di fare il paio al corpo perfetto di Cristiana, giorni fa, di ritorno dalla Grecia e galvanizzato dall'abbronzatura, mi sono rasato, per fortuna non depilato, il petto... troppo tardi, quando la prima tagliente rasoiata pareva una corsia autostradale nella Foresta Nera, non mi rimaneva che completare l'opera.

Risultato: un orrore, considerata la biancura (triangolare), la reazione di Cristiana (ammutolita) e di Matilde ("sei brutto così") e la quotidiana necessità di un balsamo emolliente, che lenisca il prurito. Mai più, che i peli crescano!

Non credo che farò l'intervento agli occhi per cancellare la miopia: il medico mi ha detto che finirò con il diventare presbite, non male per uno che legge due libri a settimana.
Dovrei poi andare in palestra (to the Gym!), per togliere la pancetta e farmi venire la tartaruga, che per altro già ho grazie all'effetto "abbronzantura su rotolini di grasso".
Ora poi che per la sanità inglese sono in fascia di età 40-74, devo mantenermi tonico e non c'è niente di meglio che un check up completo (temo il guanto di lattice) proprio il giorno del mio compleanno.

Settembre dunque! l'inizio di settembre precisamente: agosto che finisce e si comincia o si ricomincia, come un gennaio autunnale, sempre un po' a metà, sempre un po' a disagio.

Il sette settembre del:

millenovecentosettantuno: nato da genitori già sui quaranta, alle nove del mattino, di cesareo, quindi fresco come una rosa; qualcuno collega la mia nota pigrizia a quella comoda uscita; vergine ascendente vergine

millenovecentottantuno: ancora bambino o preadolescente, scrivevo poesie, i muratori nella casa di campagna, l'estate con le lucciole (le zanzare non esitevano), le vecchie monete della zia Aurora, i romanzi di London, Verne e Salgari, io che ascolto con il mangiadischi Battiato e chiedermi che mai fosse il centro di gravità permanente, una passione per Elisa e maledetta primavera (che fredda cena e non che fretta c'era).
A settembre cominciava la scuola, Goldrake e Capitan Harlock, Lupin III e le tette di Fujico. Esisteva il presente, ma non lo sapevo.

millenovecentonovantuno: solo contro tutti perché così volevo, io ritorno da Roma dove sono scappato, la vita di un randagio e per amico una suora di cui non ricordo il nome, una città che era un vero puttanaio; con una 126 marrone e il pass entro a Città del Vaticano. Rabbia e avventura.
A settembre ricomincia l'università fatta come un macinasassi, le calze e i maglioni comprati a stock, Pino che canta Renato Zero e prega in chiesa, Massimo che canta Mina e prega in chiesa... Mi vendo, bugiardo e incosciente. L'età in cui si piange da soli e in silenzio.

duemilauno: in un appartamento al penultimo piano di uno stabile a Biella, con gli scatoloni del trasloco, di ritorno da New York dove io e Cristiana siamo stati un mese. Lei dice di non sopportare più il caffè e la cannella, io disfo le valigie e penso al lavoro.
Nel mio regalo di compleanno un biberon.
Non sono più solo, non siamo più due, siamo in tre.

duemilaundici: tra dieci anni ve lo dico, in fondo il presente non si racconta perché è già ora di cambiare.

Baci e poi davvero non ci penso più
Spiderfra

domenica 4 settembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 24.11

Juan mi ha chiesto dove fosse la comunità colombiana a Londra, avevo letto Elephant & Castel, dove ormai non passo più tanto spesso, ma ricordo che alle fermate degli autobus gli sguardi e le chiacchiere sembravano sudamericani.

A Londra si trova un po' di mondo dappertutto: a Troutbeck Road i messicani preparano grigliate al suon di musica e riempiono di odori e note questa coda d'estate che sembra tanto un assaggio d'autunno.

Lo so che i messicani non sono i colombiani; era solo per dire che si tende, quando si parla di continenti, a fare di ogni erba un fascio. Comunque negli ultimi mesi di sudamericano mi sono rimaste le risate e i ritmi dei miei quasi vicini di casa... me li immagino in cerchio, come ballerini che aspettano su una gamba la carità di un'altra rumba.

Poi un sabato andiamo allo street market di Brixton e in fondo a Pope's Road (!) troviamo un bar colombiano: fuori un signore sudato, che mi dice viene da Cali, scalda sula piastre le arepa, panini di polenta, per poco più di un pound, su cui spalma del formaggio; sono deliziosi, nutrienti.
Avevo mangiato l'arepa a Medellin, dove è un po' diversa... satollo e rinfrancato, con la sicumera del turista per caso che si sente a proprio agio perché crede di conoscere, entro nel locale illuminato dalle sole luci al neon.

Sulla destra il bancone della carne, sulla sinistra quello del bar, in fondo gli avventori, per lo più anziani... una donna sola col maglione arancione e gli orecchini di perla beve un solitario caffè su uno dei tavoli di formica, una vecchia tivvù intanto trasmette notizie in spagnolo, ritratti di santi alle pareti e un Cristo con il cuore a vista e raggi luminosi, la cartina della Colombia, le cartoline di Cali e la foto in bianco e nero forse della proprietaria sotto il neon di una compagnia area, sugli scaffali le lattine di frijoles antioquenos di Dona Paula.

Un'atmosfera almodovariana (mi ricorda tanti angoli di Medellin) ed un luogo al quale non appartengo: non conosco le abitudini di queste persone, non capisco i loro dialoghi... vorrei comprare con la precisione dell'indigeno, ci vorrebbe Juan o Victor a farmi da passaporto.
Mi sorprende come l'essere umano riesca a creare un ambiente riconoscibile e confortevole nel cuore di un paese totalmente diverso da quello di origine.

Siamo a Brixton!.. Brixton è forse il quartiere più identitario di Londra e credo che i colombiani di Cali preferiscano la vicinanza degli afroamericani del quartiere, con cui hanno in comune di certo un continente intero, ben più che quella dei white british o dei white in generale.

Qui si può solo passare e vedere, non si può essere parte; ho l'impressione che la gente di Brixton più manifesti, più nasconda, e difenda con rabbia e orgoglio l'identità conquistata, conquistando lo spazio.
Il loro carattere è come se stesse altrove, nel loro modo di capirsi, nel loro linguaggio del corpo e della voce, in meccanismi ancestrali a noi ignoti.

A Brixton predicatori cristiani urlano di peccati, conversioni e catastrofi sventolando la Bibbia come un presagio e una minaccia.
Nel mercato coperto piccoli ristoranti di strada si affiancono a verdurieri e pescivendoli, barbieri e mercerie di ogni tipo, fino ai negozi di articoli religiosi, barocchi e quasi pagani, pieni di ex voto, oggettistica devozionale, iconografie al limite dell'idolatria e dell'animismo.

Questa è uno delle aree più drammatiche di Londra, nel senso che qui le cose accadono: musica, ritmo, cibo di strada, fideismo e tre rivolte di massa negli ultimi trent'anni e la quarta lo scorso agosto.

Eppure a Brixton scorre non solo la vita, ma tutte le contraddizioni che stiamo vivendo o che non stiamo vivendo.
Non so se gli occhi che ci guardano, ci amino o ci odino, ci sopportino o ci compatiscano.

So solo che ci ritornerò.
Il fra
Alcune foto di Brixton al link paparazzi