mercoledì 31 agosto 2011

Dieci street market per me... (by Cristiana)

Svegliarsi al weekend, fare colazione a letto leggendo un libro o una rivista, vestirsi con calma e...  decidere di andare in uno dei tanti mercati all'aperto della città.

Questo mi piace fare ogni tanto, quando posso, quando non sono altrove.

La folla (sorry, ma a me la folla piace), i colori, gli odori del mercato e la possibilità di un bargain rendono la giornata piuttosto stimolante.

Dopo i dieci luoghi per bambini e i best shops di Valeria, ecco i dieci mercati più interessanti della città, almeno secondo me.

1. Portobello Market, Sabato. Ci si trova un po' di tutto, antiquariato, frutta e verdura, vestiti e accessori, cibo etnico, seconda mano... Meglio andare al mattino presto, per goderselo meglio.
Evitare di andarci con il Fra, che si lamenta e che lo trova troppo turistico, però se può, compra.

2. Columbia Road Flower Market. Domenica. Serve ancora parlarne? Ne abbiamo parlato tante volte, non solo a beneficio degli amanti del pollice verde.

3. Broadway Market, Sabato. Per gli appassionati di eco e bio e per gli amanti del buon cibo da strada e delle specialità etniche.

4. Borough Market, Venerdì e Sabato. Ovvero l'apoteosi del succulento. Dal cibo pronto ai banchi di formaggi francesi.

5. Greenwich Market, Tutti i giorni della settimana o quasi anche se con banchi diversi. Io ci vado di giovedì per l'antiquariato e la domenica per tutto il resto.

6. Deptford High Street Market, Mercoledì e Sabato. Non ancora sulle mappe cool della città, ma non manca molto al momento in cui quest'angolo di Londra verrà scoperto e valorizzato. Oltre agli abitanti della zona che vi fanno la spesa,  trovi gli appassionati di oggetti di seconda mano.

7. Brick Lane, Sabato e Domenica. Difficile classificarlo: cibo, seconda mano, terza mano... biciclette e utensili vari. Insomma Brick Lane!

8. Brixton, Sabato e Domenica. C'è un po' di tutto, ma il motivo per andarci è il cibo etnico o per acquistare carne e pesce per la cena. D'obbligo la visita alle aree del mercato coperto.

9. Old Spitalfields, Domenica. Non è trendy come Portobello ma si possono comunque fare buoni acquisti di abbigliamento e accessori vari. Forse prima del restauro poteva sembrare più autentico... Il Fra per questo lo toglierebbe dalla classifica, ma lì abbiamo comprato il tavolo da pranzo...

10. Camden Lock, Domenica. Se gli altri non sono posizionati (più o meno) in base all'appeal, a Camden riservo invece l'ultimo posto. E' un po' troppo turistico e i banchi propongono quasi tutti le stesse cose...ma val comunque la pena di essere visitato! Soprattutto la zona con i cibi etnici.
Il Fra qui non viene nemmeno, gli procura il mal di testa...  e mi rende la vi(si)ta impossibile, dice che Camden non ha anima... avrà pure ragione però può anche godersela un po' no?!

domenica 28 agosto 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 23.11

La questione morale delle riots di Londra... un argomento insopportabile, che un conservatore per essere realmente tale (cioè moralmente nasty) non può che tirare fuori per rispondere alla complessità dei tempi che viviamo.
Anziché chiedersi come mai (è potuto accadere che) decine di migliaia di giovani di ogni razza e colore (si legga bianchi compresi) hanno messo a ferro e fuoco Londra e non solo, David Cameron tira fuori la povertà morale dei rioters.

Ripristinato l'ordine, scaduto il momento delle domande, è giunto il tempo di dare delle risposte, cioè di fare politica, quella che nel tempo e non solo nell'immediato possa dare dei risultati.
Invece no, si è persa la direzione morale della societa!?

Ma che cosa vuol mai dire perdere la direzione morale all'interno della società e poi di quale società stiamo parlando? non si tratta immagino della Big Society che Cameron vuole implementare, quella dei tagli e quella del volontariato fai da te o fa chi può? a questo punto è corretto chiamarla society? e big, che vorrà mai significare?

Mettere sul piano della morale il saccheggio di negozi invasi da uomini e donne in tenuta e schieramento da topi che l'occasione ha reso ladri e incendiari, vuole solo dire risolvere a parole quello che non si è in grado di risolvere con la politica.
Non basta ed è solo chiacchiera o come dice stavolta giustamente Blair, uno stucchevole lamento," an highfalutin wail"*.

Se vedessimo un paio di poliziotti armati, ma immobili e impotenti, davanti ad un supermercato circondati da esseri umani nostri simili, di ogni età. razza e ceto, entrare e uscire da quello store con televisori viveri abiti, nell'anarchia del picca libera per tutti, non ci sfiorerebbe nemmeno per un istante la anche più vaga idea di fare un salto dentro e prendere quello che ci pare, finalmente ad un prezzo ragionevole, cioè for free? Non entreremmo davvero, scortati dall'euforia generale e pure dai due poliziotti?

Dato anche questo è successo, tutte quelle centinaia di migliaia di persone (ladri improvvisati?) erano moralmente vuote? Hanno agito cioè per lacune morali? Ma per favore!

Inoltre, che i rioters (usiamo questo termine che presto diventerà una vox media) fossero animati da un qualche senso di rivolta sociale, non lo credo per niente: la morte di Mark Duggan è stato solo all'inizio e per breve tempo una protesta, è anzi diventata un pretesto, l'anello iniziale di una catena che non ha nulla in comune con l'anello finale.
Emblematico il video di questa donna di Hackney, postato da Leonardo Clausi nel suo blog e segnalatomi da Gaia, che vale la pena leggere e guardare.

A farne le spese tutti, tutti noi, la società o le mille società, che non sono riuscite e non riescono ancora ad integrarsi, che fanno dell'identità l'unico veicolo di rappresentanza.
Perché forse l'integrazione passa solo attraverso una certa rinuncia di identità, per lo meno all'ortodossia dell'identità.

Non sono britannico e probabilmente non lo sarò mai, a meno di considerare l'adozione un diritto di cittadinanza, però continuo ad ammirare questo paese perché mi pare un paese avanzato nell'accettare le diversità. Nonostante tutto, nonostante questo agosto di fuoco.

Avanzato ma non perfetto nell'integrare le diversità, ammesso e non concesso che la politica da fare ora sia tutta o quasi sulla integrazione, parola dal significato assai diverso da multiculturalismo.
Terreno quest'ultimo dove la sinistra blairiana e non solo (Ken Loach compreso, che piace tanto ai radical chic anti-thatcheriani) ha davvero fallito.

Ora devo citare Eugenio: "Il problema è che, anche qui, le colpe non stanno veramente da una sola parte. Certo, there is no such thing as society è un motto thatcheriano; ma multiculturalismo è una parola d'ordine progressista, e nella sua interpretazione forte dice che, guarda un po', la società non esiste e per giunta l'individuo non è soggetto di diritti se non nella misura in cui il suo raggruppamento etno-culturale glieli riconosce. L'idea di un unico tessuto sociale, di un crogiolo di culture, è a quanto pare razzista e prevaricatore; un ragazzo nero di Tottenham o un bengalese di Tower Hamlets non solo non ha nulla a che spartire con un ragazzo inglese di Crouch End, ma gli viene insegnato che è giusto, morale, auspicabile persino, che sia così. Alla lunga, l'idea che non esista una società ma un mosaico di culture, gruppi etnici, clan, che l'altro da sé sia estraneo e probabilmente ostile diventa parte della dialettica quotidiana e distrugge ogni possibilità di convivenza".

E qui non solo casca Cameron la cui Big Society a me sembra solo ad uso e consumo dei White British... anzi mi viene da dire che i responsabili (Eugenio dice i colpevoli) sono i cittadini dell'isole britanniche, tutti o quasi, me compreso.

La soluzione ovviamente mi sfugge, ma qualunque sia, di certo, non è una soluzione morale.
Il frabbronzato

*Interessante questo articolo involontariamente moralista sulla morale di Mr Cameron

mercoledì 24 agosto 2011

Sauce épicurienne (to avoid a platonic dinner)

On a Deptford Market stall last Saturday I found for only two pound an amazing used book, The Ideal Cookery Book. Published few years after the II World War, the book contains 3,156 recipes, most of them with french names.

Not yet experimented, I post hereby my (so far) favourite one. At least the best among the sauces.
Such a book needs almost a whole life to go through, but the following recipe captured me not only for the name.
I love Epicurus enough to be delighted just by imagining the flavour. Maybe my friend Daniela could taste it on my behalf. (By the way, Daniela, you would love the book...)

132 Sauce épicurienne

1 cucumber; 1 gill* mayonnaise sauce; 1/2 gill* cream; a little anchovy essence; 1 tablespoon aspic jelly; 1 tablespoon of vinegar; 2 tablespoon chopped gherkins; salt; pepper

Peel the cucumber, cut in quarters and take out the seeds, divide into small pieces, put into a saucepan, cover with sufficient water to cook them**, add some salt and boil until tender; strain and rub through a hair sieve***.
As soon as this purée is cold, stir it into the mayonnaise sauce; add the aspic jelly, anchovy essence****, and cream; add the chopped gherkins, pepper, and salt. Serve with asparagus or artichokes.

Average cost, 1s. 3d. Time required, 40 min. In season from April to September.

*A gill is not just a respiratorial organ of fish, but a British imperial capacity unit equal to 5 fluid ounces or 142.066 cubic centimeters (!)
**I have never cooked a cucumber in my life (niether Epicurus did, maybe Plato, in search of a second nature of the cucumber).
*** '50 style-blender
****Anchovy N°5, by Chanel.

lunedì 22 agosto 2011

It was just my time to go

Vado a lavorare in bicicletta, abbronzato (per quanto un bianco pallidulo come me possa dirsi tale), arrivo a Rosendale Road e vedo Pansy scendere in nero elegantissima da una macchina, attraversare con me la strada; io sto per salutarla davanti all'asilo dove lavoriamo entrambi, lei mi guarda con gli occhi lucidi, le chiedo di dirmi che cosa è successo, della sua famiglia, poi mi dice: Christophe.

Christophe è stato trovato morto il sei agosto scorso nel suo nuovo appartamento, ma era morto già da tre giorni.
Ventott'anni, un bimba appena nata dal matrimonio con la ex moglie, mauriziano d'origine, un guascone simpatico, che amministrava l'asilo, anche un factotum nelle cose di tutti i giorni.

Preparo il pranzo per i bambini, non sono più di dieci, torno a casa, mi vesto e con i colleghi vado al Crematorium di Hither Green.

E' la prima volta che vado ad un funerale, non so che cosa fare, non devo fare niente.

Nella casa degli zii a Sydenham, dove sono ospitati i genitori arrivati dalle Mauritius, la tavola è apparecchiata con sandwiches e tazzine da the, due stanze a pian terreno, la scala che sale ripida, la casa piena di gente che piange in silenzio, parla, prepara del cibo in cucina, i fiori e i dettagli di un arredo semplice.
Una ragazza distribuisce un fascicolo con la foto di Christophe, l'Order of Service, e La Mort des pauvres di Baudelaire: C'est la Mort qui console, helàs! et qui fait vivre...

Al crematorium la cappella è cristiana multiconfessionale (credo che il prete sia cattolico ma non ne sono sicuro); l'altare è una piattaforma ovale, una croce, due candele, dei fiori di plastica.

L'Entrance Music è di Adele, Someone like you, poi un passo del Vangelo, la breve omelia del Rev. Singleton, che legge un breve ritratto di Christophe scritto dalla sua famiglia, le parole della sorella e una poesia di Baudelaire, infine la benedizione della salma e Use Somebody dei Kings of Leon.

La piattaforma si apre, la bara scende e attraverso un nastro va verso il forno crematorio, dietro all'abside, sulle note di Could you be loved di Bob Marley.

Ritorno a casa, sono triste perché la morte di Christophe fa molta tristezza, ho in mano il libretto con la sua foto:
Oh, please don't feel guilty
It was just my time to go.

domenica 21 agosto 2011

There is no such thing as society

Scrivo di getto così senza riflettere*.

Londra
Di ritorno da due settimane passate ad Eretria -nell'isola Eubea, Grecia- Londra e l'intero paese non sembrano essere più gli stessi, invece quel pezzo della capitale che ci appartiene (e al quale apparteniamo) sembra uguale a prima.

Mi ci vuole del tempo per capire, devo parlare con qualche testimone oculare, leggere e informarmi; a priori e d'istinto però vale quanto dice Eugenio Mastroviti qui e soprattutto qui, al punto che temo in futuro d'avere poco da aggiungere alla sua analisi, anzi vi attingerò a piene mani.

Palestina
Qui sale l'ansia; Cristiana è ben più coinvolta di me, perché a Nablus lavora al progetto di Bait al Karama, ma settembre sembra cruciale: all'ONU si apre la discussione sul riconoscimento dello stato palestinese; in Israele i giovani protestano contro il governo; il Sinai sta scoppiando, complice la precaria situazione dell'Egitto; la Siria sta scoppiando... il Libano etc

Per sciogliere o aumentare la tensione i gialli di Matt Rees con l'insegnante detective Omar Yussef e il libro di Ghada Karmi, Married to Another Man (la versione italiana per Derive e Approdi, vi prego leggetela!)

Italia
Ora che la politica economica italiana (sinonimo oggi di politica in generale) è sotto dettatura della BCE e del duo Francia Germania, nella assenza di politica estera e nel vuoto di politica sociale, si erge l'autorevole voce del sig. Angelo Bagnasco che parla dello scandalo dell'evasione fiscale in Italia...

Metto i puntini perché chiunque di noi dovrebbe civilmente ricordare a questo fustigatore di costumi con l'abito della festa, che migliaia di immobili della Chiesa sono esentasse o quasi e che grazie al meccanismo perverso dell'otto per mille la Chiesa Cattolica beneficia di quasi settecento milioni di euro (dati 2007) che i contribuenti non le hanno donato; un vero e proprio regalo del cosiddetto Stato laico.

Pertanto è ora di dare a Cesare... ma è anche ora che Cesare se ne accorga e si faccia un po' di coraggio. La sinistra ovviamente tace.

*però ringrazio anche chi ha scritto preoccupandosi delle nostri sorti e progressive.

venerdì 5 agosto 2011

Il Gelato, il basilico e la cartella esattoriale

Covent Garden*: ad agosto uno dei posti da evitare, per la calca e per l'eccessivo turismo del luogo.
Però quando Gaia mi ha scritto "troviamoci a Covent Garden per un gelato", ho abbandonato lo snobismo d'annata e sebbene perplesso, mi sono adeguato.

Così in un giorno di umida vampa estiva, vedo Gaia all'uscita dalla metro che mi dice "Scusa per il posto..." (volevo ben dire...) "ma c'è una gelateria torinese e ti ci volevo portare..."

Mi scopro sabaudo e seguendo il consiglio di lei ordino un cono medio con pera e nocciola e... finalmente! un gelato che si fa rispettare, fatto ogni giorno negli spazi della gelateria, personale italiano e piccola bottega sul retro, con prodotti di biscotteria, esposti come rari gioielli (troppo pochi, la credenza bianca sembra una teca, andrebbe riempita).

Il nome non mi piace tanto: Gelatorino (Covent Garden, 2 Russel Street), ma qui siamo troppo severi, un po' di sano patriottismo non guasta.

Insomma, il vero gelato italiano**, non le imitazioni delle imitazioni, ma piuttosto cinque minuti di memorabile goduria, da gustare sgaiattolando da Covent Garden, magari lungo il Waterloo Bridge.

P.S.: Questo post avrebbe dovuto riguardare gli acquisti al novantesimo minuto dei saldi (per esempio qui, qui e qui), ma puntuale come non so che cosa Titti-ticcì, l'incolpevole impiegata dell'incolpevole studio commercialista, mi ha steso con le tasse da pagare per l'anno in corso e a venire, svuotandomi di quelle energie necessarie per un sano robusto incolpevole e sereno shopping***.

Colpito al cuore (fino a tre giorni fa a forma di portafoglio) da una cartella esattoriale sproporzionata, giuntami come un fulmine nel cielo sereno degli acquisti, insieme alle ferite, mi sono leccato il gelato.

Tra poco parto per l'azzurro mare d'agosto, ho il profilo greco, un basilico tra i denti, quasi quarantanni e niente di cui lamentarmi, nemmeno del gelato.

*La foto non c'entra niente, ma l'ho scattata in un quartiere di Londra, visitato di recente, quale?
**Per chi vuole si può bagnare la punta del cono nella fontanella che cola continuamente gianduia!
***un paio di scarpe e di jeans me li sono comprati, ma prima della mail di Titti-ticcì.

martedì 2 agosto 2011

39,99

Arriva una lettera dall'NHS, il Servizio Sanitario Inglese, di un tal Dr Dany Ruta, Joint Director Public Health:

"Dear Francesco,
We are inviting you to have a Health Check. This new check ispart of a national programme foradults between the ages of 40 and 74.
The
aim of the check is to assess your risk of developing heart disease, stroke, kidney disease or diabetes and to help you take early action to reduce the likelihood of developing these conditions."

Gli avvisi sono per natura preventivi, ma questo è sintomatico, cioè genera sintomi.
Infatti io mi sono dovuto sedere, atono, con il labbro tremante e la bavetta.

Sono a 39,99 anni, con il quorum che scatta a settembre e una depressione sottile, oggettiva, di quelle un po' cercate, come vene di compiacimento per una meta cronologica, falsa, ma vera, almeno per convenzione sociale.

Ho passato l'intera domenica a sfuggire la formula matematica dei quaranta e accettarli sull'orlo della Public Health, ora che mi si deve prelevare il sangue per pura prevenzione! caro Fra, benvenuto nell'età del rischio.

Intendevo vincere la mia gioventù con la carta di credito, ma ho sparato a salve: uscito per antiquari, ho finito con l'esplorare negozi di abbigliamento a metà tra i saldi di fine stagione e la nuova collezione.
Esattamente come me, un saldo FRA la vecchia e la nuova stagione autunno inverno.

Ho visto una bella giacca da Bolongaro, la ragazza pallida, il rossetto rosso, annichilita alla cassa dopo una notte di alcool, alla richiesta di un biglietto da visita stacca l'etichetta di un vestito femminile e mi guarda senza pupille.

Io... che proprio qualche giorno fa sono rimasto a chiacchierare con Shadi fino alle due, bevendo succo di cocco e bollicine varie, entrambi quasi astemi, per poi alzarmi l'indomani esausto... così guardavo la ragazza con l'invidia di un hangover, di un mal di testa, uno di quelli veri, non il colpo dell'ipocondria, che mi martella anche adesso.

Scappo da Columbia Road con un succo di frutta tropicale in mano, distribuito gratis da due minorenni, avrei fatto meglio a comprarmi un'orchidea e tornare a casa, invece infilo Brick Lane, entro da Religion, ma l'odore dei vestiti e di chiuso mi dà la nausea, esco dalla parte del mercato russo e ritorno a Shoreditch.

Ordino una zuppa ai ceci (con i pomodori di pachino dentro, ma che senso ha?) da Leila's cafè, poi vado a sedermi nel giardino di St. Leonard Church.

Una chiesa con la facciata di un tempio greco, all'incrocio tra Hachney Road e Shoredicth High Street, l'aria trasandata del parco intorno, dove le coppie si baciano seminude e fanno picnic, qualcuno legge sulle panchine consumate, trascurate come le aiuole... un posto decadente, eppure straordinario: la chiesa imponente e pagana fuori, dentro un antro gelido come un presagio, attorno un'area verde disordinata ma a suo modo accogliente, le larghe ombre degli alberi, i quadrati del sole.

Di proposito calpesto le cortecce dei pioppi che cadono al suolo, poi punto verso Hoxton Square e mi calmo un po' parlando di politica con gli amici del Sel.

Avrei dovuto finire la giornata lì, invece avevo prenotato al BFI un biglietto per L'Annéè dernière à Marienbad di Resnais, uno di quei film di cui ho sempre sentito parlare come di un capovaloro.
Inesistente trama: X (Albertazzi) insegue A (la Seyrig) attraverso i corridoi senza fine di un hotel di lusso, cercando di persuaderla di essersi incontrati l'anno precedente, mentre M (Pitoeff), che forse è il marito di A, sta a guardare. Ma siamo in una sorta di eterno presente, con scene ripetute in sequenze atemporali: forse l'anno scorso non è mai esistito e nemmeno un possibile futuro. In loop.

Un film del 1961, in un nudo e barocco bianco e nero. Estetica pura, nessun contenuto dice qualcuno... come se l'estetica non bastasse a definire un capolavoro.

Solo che vederlo non mi ha aiutato: una pellicola che per me è la paralisi e l'assenza della memoria e la contraddizione tra ricordare di avere vissuto e vivere. Scioccante, sull'orlo del ridicolo, non commovente.
Avrei dovuto vederlo quando ero un cinefilo e un cinofilo, cioè quasi venti anni fa.

Sono uscito poi nel vento e nella luce serale di Waterloo Bridge, con gli occhiali da sole che mi danno sempre più carisma e sintomatico mistero. Il Tamigi sembrava un lago, immobile.

Mi sono accomodato sul 172, pronto ad affrontare un lungo viaggio verso casa e ho pensato che:
- ho più passato che futuro e quel passato mi sembra lontano, profondo, confuso, non mi appartiene,
- per quanto mi ostini a guardare avanti, ora la memoria pesa e non si allegerisce, anzi accumula,
- per quanto mi riempia la vita di cose, il mondo interiore ha sempre un inesorabile sopravvento su quasi tutto quello che faccio
- io che io che io eccetera

So bene che non ci sono solo io, ma in istanti definiti e precisi come quelli scanditi dalle fermate di un bus, ci si trova implacabilmente soli.

(Saper) nuotare ed avere paura d'affogare o di affondare.
Un gesto leggero, una gag comica, un romanzo da scrivere.
Vedere gli altri felici. Agire. Fare.

Vivere a trentanove virgola novantanove.