sabato 30 luglio 2011

Tracey Emin: Love is what you want

Shadi dice di odiarla, senza mezzi termini, io, curioso come al solito, lo trascino dentro alla Howard Gallery: Tracey Amin... ovvero Damien Hirst in gonnella.

Mi guardo in giro e mi rendo conto che la ragazza è furba, molto furba.
Qui si celebra l'artista, anzi l'artista si celebra e basta, di artistico non c'è nulla, nemmeno l'ostinato tentativo, premiato dai collezionisti e dalla critica, di raccontare la propria vita a partire da sé, in particolare delle proprie, anche tristi e violente, esperienze sessuali.

Roba di una noia mortale*: dai tampax nelle teche di vetro, alle coperte cucite applicando slogan a patchwork, ai neon con le scritte, ai disegni di falli e derivati, ad animazioni di vagine, orsacchiotti e metafore di traumi... il gomitolo di lana rosa con l'uncinetto che unconfortably allude agli strumenti che procurano l'aborto (dice di averne avuti e uno fu molto pericoloso) eccetera eccetera eccetera**.

Furba davvero molto furba, di un dimenticabile femminismo, la sua vita non esce dalla sua vita, ma piuttosto sta lì in pura referenzialità: senza passione, senza coinvolgimento, senza testimonianza.
E di questo egocentrismo spaventoso non c'è nulla di tragico e di maledetto, nulla di romantico (per dire una vita alla Byron o alla Mary Shelley), nulla di interessante, nulla di politico, di sociale e di civile che riesca a essere esemplare e geniale.

Insomma una mostra senza perché e senza emozioni: come una donna nuda in copertina, basta guardare e chissenefrega delle didascalie.
Ma una mostra da vedere per capire che l'arte è talvolta un business che non riguarda il talento, ma solo la commerciabilità estetica, il marketing del significante... esattamente come Damien Hirst, non a caso portato alla ribalta negli anni novanta dal collezionista anglo iracheno Carlos Saatchi, appunto un pubblicitario.

Esco a rivedere le stelle e passeggio con Shadi fino a London Bridge, recuperando un po' di fiducia nella varia umanità che popola Southbank.

*La mostra si intitola Love is what you want, dove you sta per "popolo bue"
**L'idea che l'esperienza del trauma, mostrandola o parlandone, da negativa diventi positiva può valere per lei... vuole sentirsi dire "brava, che fortuna!" e poi?

martedì 26 luglio 2011

La nuda verità: Lucian Freud

Lucian Freud non ritraeva le pelle ma quello che c'è sotto. E il piccolo ritratto della Regina (23cm x 18cm) non fa eccezione.

Chissà lei che cosa mai avrà pensato vedendosi ritratta come un'enorme ranocchiona con la corona in testa... magari se lo aspettava, altrimenti perché rivolgersi a un pittore, maledetto ma non troppo, per un minuscolo ricordo offerto prima a se stessa e poi alla nazione.

Un ritratto che sembra una versione artistica di una delle tante foto da tabloid di cui Elisabetta seconda è vittima, spesso ripresa con uno sguardo arrabbiato o magari attonito.

Lucian Freud - che, come il nonno Sigmund, ritraeva i suoi modelli dal divano! - mi ha sempre turbato: un radiografo dell'anima, come se dal suo occhio io non potessi mai farla franca, come se l'essere nudi non riguardasse il pudore ma piuttosto la verità di noi. Verità dalla quale allontanarsi, coprendola con i vestiti.
Corpi sempre d'inverno, mai estivi, mai fotografati, piuttosto da fumetto realista.

La National Portrait Gallery dedicherà al pittore scomparso una mostra dal febbraio al maggio 2012.

Nel mio personale Dipartimento di Adùnata (o Impossibìlia) mi sono immaginato un ritratto della Winehouse dipinto da Freud... la faccia di lei già devastata con le macchie dell'alcohol e gli occhi allampanati dalle droghe; come dipengere quell'abuso già così evidente?

Ma il gioco è appunto impossibile: il viso e il corpo della Winehouse erano già carne esposta al macello mediatico, storia già scritta, alla verità conclamata non c'era finzione che tenesse dietro... la crudezza del paparazzo da tabloid rendeva tutta la (in)giustizia possibile a quella voce talentuosa.

E mentre la follia di un suicidio annunciato fa il clamore per il tempo di un cerino, i ritratti di Freud rimangono lì come omaggi duraturi alla nuda verità dell'essere umano.

giovedì 21 luglio 2011

Dulwich Picture Gallery

La collezione della Dulwich Picture Gallery va da Guido Reni a Canaletto, da Van Dyck a Rubens, da Poussin a Rembradt, notevole certo, ma troppi quadri e di varie dimensioni alle pareti confondono il visitatore.

La Galleria sembra l'anticamera di un Museo più grande, ha l'ingresso sul lato lungo e si visita in senso orario... se si sbaglia senso, ci si trova all'uscita.
La luce proviene dall'alto, non ci sono finestre alle pareti. Una galleria dunque in senso letterale.

Non ne vado pazzo insomma, nonostante la Dulwich Picture sia la prima collezione pubblica d'Inghilterra e festeggi proprio quest'anno il bicentenario di attività.

Da lì, intorno alle due del pomeriggio, passo ogni giorno in bici, i visitatori a quell'ora sono prevalentemente coppie di anziani, dallo sguardo occhialuto, la carnagione bianca e la zazzera grigia.
Composti e silenziosi fanno la fila, pagano il biglietto e parlottano di arte e ritrattistica e poi vanno a sedersi alla Cafeteria della Galleria.

Forse il luogo del Museo che mi piace di più: aperto a tutti, un taglio moderno, un menù appropriato, i camerieri gentili, una certa informalità. Ai tavoli pare che tutti sussurrino, con quell'aria infrasettimanale da borghesia britannica: le mogli con le amiche, i cani da passeggio, i pensionati benestanti, i passeggini accessiorati.

Dimenticavo (ma volutamente): per rifarsi il trucco la Galleria strizza l'occhio e il portafoglio all'arte contemporanea.
In senso antiorario e pertanto verso l'uscita ci sono quattro sale dove le opere di CyTwonby e di Nicolas Poussin sono accostate in un modo... che non posso definire arbitrario.
Non posso perché l'artista americano ha da sempre amato e emulato quello francese*.
Tuttavia il contrasto li rende inaccostabili: i quadretti di Poussin danno l'idea di confezioni per cioccolatini, quelli di Twonby hanno bisogno di spazi più grandi**.

Per sfuggire alla claustrofobìa che fa rima con gallerìa si può respirare a pieni polmoni nel vicinissimo Dulwich Park (il College Gate è quasi di fronte al Museo), dove Poussin si sarebbe certamente inventato qualche scena bucolica ritraendo personaggi mitologici in pensione.

*Cy Twombly dice di sè: “I would’ve liked to have been Poussin, if I’d had a choice, in another time.”
**Nella sala 10 viene proiettato un video di
Tacita Dean su Cy Twonby, scomparso pochi giorni fa; la Dean farà la prossima installazione alla Tate dal prossimo ottobre.

sabato 16 luglio 2011

Bambini, suoceri e pagelle.

Il ventidue luglio finisce la scuola. Matilde è esausta.

Nel caso di Jacopo credo che esauste siano le maestre.

Leggendo il Profile Report (la pagella dell'anno preparatorio alla scuola), al capitolo Personal Social and Emotional Development Jacopo è "sociable, energetic and fun loving boy who prefers unstructured tasks especially those linked to messy play and outdoor activities..." insomma un simpatico casinaro!

In una pagina vengono descritte le skill del soggetto, precisamente: Communication, Language and Literacy; Mathematical Development; Physical Development, Creative Development.

A proposito di Knowledge and Understanding of the World (!) si dice che Jacopo, dopo aver imparato a schiacciare play and stop su un cd player ora deve imparare a chiedersi perché le cose accadono e come funzionano.
La frase è involontariamente filosofica, oscilla tra il senso platonico della vita e la scienza degli atomi; nella mia illusione epicurea credo sia più salutare comprendere il mondo come è fatto, non perché, ma questo più avanti nel tempo...

Jacopo preferisce giocare con i suoi due amichetti (Skandal e Hun), con cui ha stretto una strong friendship, troppo secondo le maestre, che lo richiamano di frequente quando gli viene richiesta attenzione, disciplina e silenzio.
Lui pensa di non essere a scuola, forse è meglio così: va tra quelle quattro mura per divertirsi.
Non è (ancora) un anarchico... è un leggero e questo, con i dosaggi giusti, aiuta.

Matilde (dovrei dire "invece" ma sarebbe improprio) ha un talento naturale per l'attività fisica, che riesce a conciliare con la creatività nell'espressione artistica.
Mi vedo già l'aria di orgogliosa approvazione sul viso dalemiano di mio suocero Andrea, si gonfierebbe il petto con gli occhi lucidi a forma di "Ha preso da me".

Questa idea del prendere qualcosa da qualcuno mi ha sempre incuriosito; che cosa realmente prendono (da noi, dagli altri)? piuttosto che cosa realmente diamo?
Se diamo ginnastica riceviamo ginnastica? La faccenda è complessa e la scopriremo solo vivendo.

Matilde passa sette ore della sua giornata a scuola, che cosa pensa, che cosa prova?
E strappare un commento a lei è difficile, ma ero così anche io, magari anche Cristiana.
Avrà preso da me! oooppppsss.

Io di certo non faccio nessuno sport, so che è un male non farne: trovo cricket soporifero, il calcio una puttanata stile panem et circenses, il nuoto mi ricorda le cure termali eccetera.
Ma fare un po' di autocritica mi gioverebbe: leggo troppo e dovrei stare di più con i miei figli.

La creatività, che è una sorta di senso critico istintivo, non credo si possa insegnare, ma si può stimolare. Matilde è nata in mezzo ad un ambiente fatto di giovani artisti e di arte.

Comunque sia, Matilde è molto stanca: va a scuola dal primo di settembre e fino al ventidue luglio.
Vero che in un anno scolastico gli studenti inglesi fanno una settimana di pausa ogni cinque e che sommando Pasqua Natale ed Agosto i giorni di vacanza sono pari a quelli in Italia, però...

Una cosa ancora: Paola quando va a fare la pausa caffè nel bar sotto l'ufficio di via Trento a Biella cerca di spiegare alle mamme che incontra quanto leggere sono le cartelle dei bambini inglesi.
Mi dice che la ignorano e che continuano a ciacolare, ma Paola dice la verità: la cartella di Matilde è una busta A4 che contiene il quaderno dei compiti e poco altro.
Tutti gli altri quaderni e libri rimangono a scuola e sono un bel malloppo.

Confermo che la scuola fornisce tutto, anche la cancelleria che se ne sta sui banchi dell'aula; quindi la spesa che sosteniamo per Matilde riguarda i pasti (7,50 pound per cinque pasti alla settimana) e le attività del dopo scuola: cricket street dance, le gite, gli allenamenti...

Oggi si va a Surrey Keys a vedere un film con gli occhiali 3D: meglio chiudersi in un cinema, la giornata è piovosa, domani Mati e Jacopo sono invitati a due feste di compleanno diverse, come un anno fa.

Bene. Li accompagno domani ai party e intanto ramazzo la stanza - (il regime di) Cristiana rientra dalla Palestina lunedì - poi mi leggo un libro sul divano con lo stereo acceso.

Ma da chi ho preso?

mercoledì 13 luglio 2011

Carrot cake recipe!

La ricetta dunque. In dosi massicce con risultati barocchi, financo esagerati.

Una torta alle carote ma con il bastone, non un incentivo dunque, ma un aumento (calorico) che si paga subito in bustina (di citrosodina), quando anche i dotati di buono stomaco raggiungono il pianeta Satollo satolli, rischiando il cerchio alla testa.

Una torta che prima deve soddisfare l'occhio e dopo il palato. La Carrot Cake va lasciata troneggiare anche per giorni, possibilmente su un'alzatina quasi al centro del tavolo, a portata di mano, cosicché anche l'ultima fetta non sembri un resto, ma un triangolo da pasticceria, una tentazione di gola.

Devo la scoperta alla - per me mitica - Pascale; eccola qui di seguito con le mie varianti ormai consolidate.

In un ciotolone capiente: un mezzo litro abbondante di olio di semi, quasi mezzo chilo di zucchero fine di canna (anche meno), quattrocento grammi di carote gratuggiate, otto rossi d'uovo, due bucce di arancia grattugiate, cinquecento grammi di farina (qui ha già il lievito dentro, pertanto oltremanica serve l'opportuna quantità di lievito per dolci, che non so).
Mescolare il tutto con cannella a piacere (o le chinese five spices) e gocce di vaniglia con judicio.
Montare a neve i bianchi d'uovo e quando solidi aggiungerli nel ciotolone e mescolare di nuovo con la dovuta pazienza.

Versare in due tortiere diverse la stessa quantità di impasto.

Cuocere al forno per quaranta minuti: utile palparle al centro, quando alla pressione del dito la torta risale lenta è pronta, altrimenti valga la prova coltello.

Su un'alzatina ricomporre le due torte, non prima di avere spalmato abbondante marmellata di arancio tra i due strati, infine glassare o spalmare con cioccolato bianco (sciolto a bagnomaria).
Mettere in frigo per un po' ma poi sempre fuori.

Servire con yogurt bianco o greco per un'illusione dimagrante o con un gelato alla vaniglia a illusione perduta.
Esagerare con le porzioni e poi... tutti sul divano.

domenica 10 luglio 2011

Carrot cake deception

Sono le quattro del mattino, albeggia, al 20 di Troutbeck Road la festa è finita.

Nel pomeriggio di ieri la coppia di adolescenti, nostri vicini, suona alla porta con una bottiglia di vino francese e due pacchi di caramelle, lui biondiccio, lei una di quelle ragazze che cinque centimetri in più di altezza avrebbero giovato; faranno una festa e si scusano della musica e del disturbo.
Io apro con in braccio Jacopo febbricitante, che come un velociraptor afferra le caramelle, sorride e si sfebbra in pochi secondi.

Timeo Danaos et dona ferentes.


Se il sonno dei bambini è inossidabile e a Massimo conviene prestare dei tappi per le orecchie, la mia camera per fortuna dà sul lato della strada, dove la musica arriva attutita.
Come immaginavo, a festa ormai finita, scrivo con il chiacchiericcio strascicato degli ospiti che si salutano; non sono neanche troppo ubriachi.

La giornata è cominciata con l'arrivo di Massimo che non vedevo da più di cinque anni... mi sono beccato del deceptive, l'appellativo di persona che non rende chiaro agli altri quello che fa e quale direzione prende nella vita professionale.
Ha ragione: la mia vita professionale non mi descrive completamente, né ora né mai.

Massimo mi ha conosciuto in Cattolica e poi ci siamo persi di vista nel post laurea; io all'università ero un carrarmato: consideravo studiare lo zenit della mia libertà individuale.
Lavorare ha poco a che vedere con la mia libertà, appartiene piuttosto al senso del dovere: siccome è indotto, non mi appassiona, ma nemmeno mi ripugna.

La giornata è proseguita con Matilde, che improvvisamente si accorge di essere invitata al compleanno di Clement. Nessun problema: infila il costume da bagno in una borsa, mi schiocca un bacio e si avvia con la sorella di Clement, venuta apposta a prenderla! Matilde ritorna ore dopo con la sua solita sostenibile leggerezza e io rimango lì tra l'orgoglio e l'invidia.

La giornata è terminata con riso ai funghi, trota salmonata (rainbow trout, dove rainbow suona meglio di salmonata!), pasticcio di patate con pistacchi di Bronte e la carrot cake, imbottita di marmellata di fragole, come richiesto da lady Matilde.

Sono le cinque del mattino, sì è fatto tardi... meglio, si è fatto presto, adesso scelgo tra il sonno e un caffè solubile.

Buona domenica.

giovedì 7 luglio 2011

News of the Carrot cake

Degli attentati a Londra del sette luglio (7/7) non ho trovato traccia alcuna di ricorrenza.
Rimozione collettiva? Capitolo chiuso? E le commemorazioni?
Mi deve essere sfuggito qualcosa, eppure...

Sui giornali si parla solo di Mardoch e del NoW (News of the World), tabloid che uscirà per l'ultima volta domenica.

Dopo centosessantotto anni il NoW chiude travolto dallo scandalo delle intercettazioni telefoniche (phone-hacking). Per avere sempre succose notizie, tramite detective un po' equivoci e i soliti baciapile, il giornale, pagando la polizia, spiava non solo i personaggi famosi ma anche i parenti dei soldati morti in Afghanistan e perfino le vittime degli attentati di Londra.
Scandalo. Indignazione. Corruzione.

A farne le spese i giornalisti mentre la proprietà dice sostanzialmente di non saperne niente (!?).

Non male anche il personaggio di Rebekah Brooks (con gli scrupoli della Miranda Priestly de Il Diavolo Veste Prada), che nel 2003 era direttore, ora chief executive dell'intero gruppo. Finisce che la arrestano? o se la caverà?*

Poi c'è pure di mezzo l'acquisto della BSkyB, una tivvù satellitare, da parte dei Murdoch (oltre a Rupert c'è anche il rampollo James) . Il governo Cameron avrebbe dovuto dare proprio in questi giorni il via libera, ma ha rimandato la decisione in autunno.

Veniamo a noi. Ultimamente reagisco facendo torte, Matilde le vuole semplici (Victoria Sponge), io tendo come sempre al barocco, ispirato da Lorraine Pascale (Carrot Cake).

Cristiana ha telefonato da Nablus prima di godersi una grigliata all'ora del tramonto, al travaso di bile che mi è immediatamente salito, ho risposto terminando un lavoro assurdo (attaccare i pendagli di finto cristallo ad un lampadario), scrivendo una to do list e appunto facendo una Carrot Cake.

La foto di cui sopra risale a un esemplare precedente, ma dato che rischio la logorrea, conviene che dia la ricetta tra qualche giorno, perché più che complessa la Carrot Cake è elaborata e forse io la elaboro fin troppo.

Ora et (e)labora.

*imperdibile l'editoriale del Guardian, da leggere pure il Times, di cui Murdoch attraverso la News Corporation è proprietario

lunedì 4 luglio 2011

Meridiano ottimista

Raccolgo un profilattico da terra, caduto dalle mani di un ragazzo, glielo restituisco, ma lui mi dice che me lo posso tenere... Tanto non li usa, lui appartiene all'organizzazione degli asessuati.
Infatti.

Regge un cartello con una fetta di torta disegnata sopra: Where the cake isn't a lie. Asexuality: where someone doesn't experience sexual attraction.
Muoio dalla curiosità e scopro che gli asessuati ammettono di avere le libido, ma non vogliono fare sesso, non è che si astengono, semplicemente non piace loro e stanno bene così. Non sono votati al celibato; l'asessualità è un orientamento sessuale, cercano intimità ma non vogliono finalizzarla con l'atto sessuale.

Voglio saperne di più ma è tempo di cominciare la parade. Inizio a socializzare e conversare, poi a un certo punto all'altezza di Oxford Circus siamo letteralmente circondati dalla folla, qualcuno scavalca le transenne e ci raggiunge dietro lo striscione.
Davanti a me Alessandra Catavero continua a fare foto*, ma lei non sembra stanca.
Io pensavo di fare un pezzo di marcia, poi sono rimasto fino alla fine, cioè fino a Trafalgar Square. In mezzo a facce contente, a tanta allegria e a una certa diffusa soddisfazione.

Sorrido all'idea di trovarmi al London Pride, penso alla novella boccaccesca di Guido Cavalcanti che con un gesto leggero scavalca un muretto e sfugge a tre bulli che lo molestavano, mi sento leggero anche io.

Sono al Pride perché Gaspare Giacalone di SeL Londra mi ha invitato, perché Marta fa la volontaria ad un banchetto di Stonewall a Trafalgar Square, perché non posso più predicare uguali diritti ed opportunità per tutti e non alzare mai il culo dalla mia sedia, dai miei libri, dalle mie idee.
Vado con il Manu e ci saremmo andati tutti se Matilde non avesse avuto al festa a scuola e Cristiana non avesse promesso di dare una mano.
Penso a come si sarebbero divertiti a vedere la gente, le mascherate, quanto avrebbero ballato e quanto avrebbero camminato: il Pride è anche una festa per bambini.

Vado perché la sinistra italiana è ancora troppo timida sul tema diritti GLBT, sulle coppie di fatto, sull'adozione, sulla legge 40, su molte altre cose su cui ho anche già scritto. Anzi è silenziosa.
Quando dice che l'Italia non è ancora matura, la sinistra mostra in realtà di avere paura, e tremando fa l'occhiolino al cosiddetto centro, un'area stracotta, fatta di politici bolliti, per nulla affidabili.

Vado perché sono stanco delle battute da trivio e da bettola che si fanno sull'omosessualità, sono stanco delle platee che ridono appena sentono il nostro primo ministro dire che la sua parte gay è lesbica, sono stanco della sicumera della signora Binetti (che teme il proselitismo dell'omosessualità!), della volgarità di Borghezio, del sorriso beffardo di Buttiglione.

Quest'ultimo spesso confonde Cesare con Dio, la colpa con la responsabilità, il peccato con il crimine; Porta Pia è caduta e lo Stato non benedice caro Buttiglione, ma offre opportunità, difende diritti e sancisce doveri.
Per alcuni, pochi o tanti che siano, queste battute da caserma (nel migliore dei casi spocchiose opinioni) sono pugnali, sono cappi al collo, sono schiaffi.

Una sinistra matura e compiuta deve tutelare, proteggere e ridare dignità e diritti, e con la forza della ragione deve legiferare norme che siano schiaffi all'intolleranza, all'omofobia, al razzismo**.

Sui diritti non si deve cedere, anzi sui diritti si devono fare conquiste sulle quali portare un giorno il consenso di tutti, anche della destra.

Esattamente quello che è accaduto in Inghilterra***.

E' bastata l'aria ottimista che ho visto sulle facce italiane di chi ha sfilato con me per farmi credere in un'altra Italia.

Un'Italia dove the cake is't a lie, dove la torta è finalmente una torta, non più una promessa non mantenuta.

*le foto del post sono sue, grazie per avermene concesse l'uso.
**quasi un piccolo manifesto Daria Bignardi in un articolo del suo blog
***Si veda per esempio The Employment Equality (sexual Orientation) Regulations 2003

venerdì 1 luglio 2011

Dieci negozi per me posson bastare (by Valeria)

Shopping: snob o meno, sine nobilitate o cum nobilitate, non riesco a farne a meno.
La carta striscia, il contante sparisce e io riluccico, povero ma bello.

Talvolta lo shopping è liberatorio, ogni tanto compulsivo, spesso premiante quando sento di meritarmelo... e io modestamente lo meritai.

Come ogni religione, lo shopping tende all'idolatria e ha bisogno di sacerdoti, ma non è maschilista... io infatti seguo come una pecorella smarrita i consigli di Valeria Donati, la mia sacerdotessa dello shopping.

L'avevo preannunciato qualche mese fa... ora è finalmente arrivato il momento di divulgare la lista dei dieci posti top shopping di Valeria. Senza dimenticare che questi sono i giorni dei saldi, quindi dei soldi e poi delle illusioni. Ecco la lista:

"TAPISSERIE da non perdere sotto Natale per le Christmas stocking: delle vere opere d'arte.

BUTLER&WILSON per gioielli unici, barocchi e oltre il kitch

TATTY DEVINE famose per le Name Necklace

THE HAT GALLERY in Conduit Street dove si trovano cappelli di ogni genere e brand

TOP SHOP tempio per le londinesi (indimenticabile la linea firmata dalla Moss)

OFFICE per le scarpe da ginnastica, introvabili in Italia

ALL SAINTS (il più bello a Commercial Street o a Covent Garden) per le graphic tshirt e i vestiti

ANYA HINDMARCH a Sloane Street ma in particolare il Bespoke SHOP a Pont Street dove si trovano le famosissime Bespoke Ebury e Be a Bag ovvero come personalizzare con dediche tutta la piccola pelletteria e borse.

LULU Guinness al 3 di Ellis Street (traversa di Sloane Square) con le famose borse fatte a lips e le altre in stile anni '50.

MULBERRY (anche per lo shopping last minute in tutti i terminal di LHR) Bond St, Brompton Rd., Covent Garden...per le borse, la più famosa Alexa e Bayswater, da poco in Italia, anche se non esiste ancora il monomarca.

Da ricordare sempre e comunque i tre templi della moda inglese: Vivienne Westwood, Stella McCartney e Alexander Mc Queen: esistono anche in Italia, ma Londra è Londra!"

*in foto busto del Fra con un esemplare di Butler&Wilson