martedì 28 giugno 2011

Cristiana e la CNN.

Poi ci sono cose che ripagano della fatica e del silenzio, di un progetto costato a Cristiana giorni di lavoro, di fegato e anche di coraggio, cose come l'articolo di Catriona Davies della CNN.

Bisogna dirlo e bisogna andarne fieri.

Infatti sono fiero di Cristiana, niente altro da aggiungere e anche emozionato.
Averne di persone hungry for adventure!

E sono sempre più convinto che la Palestina sia un nostro dovere.

Nel link sopra, mentre qui di seguito un estratto:

Hungry for adventure? Head to West Bank cookery school

By Catriona Davies for CNN
June 27, 2011 -- Updated 1502 GMT (2302 HKT)

(CNN) -- Women in the West Bank town of Nablus are preparing to open a cookery school to teach Palestinian specialties to foodie tourists.

The school will be part of a cultural and social center, called Bait Al Karama, and will be the first women-led cookery school in the Palestinian Territories, according to its organizers.

It has already joined the Slow Food movement, the international association set up to combat fast food culture and concerned with organic, locally-sourced food.

The old city of Nablus was severely affected by the second Intifada -- or Palestinian uprising -- which began in 2000, with heavy casualties, physical damage and intense restrictions on movement, according to the United Nations Office for the Co-ordination of Humanitarian Affairs.

A report by the organization said that 522 Palestinians were killed in Nablus between 2000 and 2005, more than any other West Bank city.

The project is being organized by the women's committee of the locally-run Nablus Old City Charity Society, set up in 2001 to help the residents recover from the effects of the siege and the intifada, with the help of three Italian artists.

The Italian artists became involved two years ago after meeting members of the charity society while visiting Nablus.

Fatima Kadumy, director of the women's committee of the Nablus Old City Charity Society, said the center would give women the opportunity to become financially independent, especially those whose husbands were killed or are in jail.

"There are a lot of women here without husbands, without sons, without anyone to support them and we need to support ourselves and our families.

"The women here are very strong. This is a way we can help ourselves, help our country, help other people," she said.

Cristiana Bottigella, cultural manager of the project and one of the Italian artists involved, said: "We want people to go to Nablus not to look at what remains of the second Intifada, but because there's something new and culturally relevant there. We want Nablus to go beyond the stereotype of the political situation.

"As artists, we are coming from a cultural background, not one of development or charity.

"We felt attracted by the warmth of the people, the local environment and the need for Nablus to connect with the international community after years of isolation."

She added that the historic position of Nablus had made it an important economic center, particularly in the spice trade and contributed to its unique cuisine. She said the city's desserts, such as knafeh, a doughy sweet made from local white cheese, are a particular speciality.

Kadumy said: "We have a lot of very famous food here in Nablus that you won't find anywhere else. We want people to come here and learn the correct things about us.

"Now is the time for building something and for people to come from all over the world to see our city and our food."

Bait Al Karama already has a three-storey property in the old center leased from the city authorities and plans to start fitting the kitchen next month.

In addition to the cookery school, the center will have a beauty salon, a cafeteria, eventually a restaurant and occasional film screenings, readings and presentations, and artists-in-residence.

It hopes to employ 20 women within the first two years.

Bottigella said: "The beauty salon may sound strange but it is a very important place for women to meet and socialize."

The cookery school is hoping to attract international foodies, chefs, those interested in the Slow Food movement, and more traditional tour groups.

domenica 26 giugno 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 22.11

Tavola periodica: ovvero gli elementi ordinati secondo il loro numero atomico, disposti come su una tavola, detta periodica perché per ogni riga il numero atomico aumenta di una unità.
Non solo, aumenta anche il fascino delle parole: se andiamo di metafora, il significato potrebbe essere "stare a tavola a cadenza regolare", periodicamente appunto.

La cosa avrebbe un fascino istituzionale e una vena di tradizione se decidessimo, per esempio, di ospitare nelle nostre case a cadenza regolare un evento che coinvolga persone, anche a noi estranee, che ci parlano di sé e dei loro progetti.

Anziché sentire sempre le stesse cose, i guai famigliari, i pettegolezzi del quartierino, le gelosie parentali, se -dico se- mettessimo in scena, senza la finzione della festa comandata, una cena a base di buon senso e cucina, se ci venisse più facile invitare amici e un paio di sconosciuti con l'intento di conoscerli, la nostra tavola come quella degli elementi diventerebbe periodica e cambieremmo un po' con il cambiare degli ospiti e loro stessi pure cambierebbero un po'.

Io credo all'esperienza della convivialità come esperienza di conoscenza e di cambiamento, credo al valore politico della convivialità, che non riguarda solo l'istinto o il magnetismo, ma piuttosto un'apertura della mente, una messa in circolo di idee che possono diventare promesse e azioni, godendo di un certo sollazzo gastrico.

Ho partecipato a Tavola Periodica* per il fascino del nome e per l'amicizia che ho con CTRL ZAK, ma soprattutto per il senso del progetto che condivido profondamente: mettere insieme un pubblico che si ritrova in un appartamento LAGO realmente abitato**, prende parte ad un pranzo, assiste alla presentazione di progetti artistici o di coinvolgimento sociale e sceglie attraverso il voto quale finanziare.

Il microfinanziamento (si chiama così***) attraverso eventi semplici e quasi spontanei è una modalità da sostenere e da applicare con convinzione.
L'Italia soffre di un mondo culturale sclerotizzato: direttori artistici ottuagenari, direttori di musei in carica da decenni, docenti d'accademie appartenenti allo stesso gruppo familiare, ministri della cultura impresentabili con codazzo impresentabile e una burocrazia tanto più legalizzata quanto più raggirabile... e nulla di nuovo e di partecipato si finanzia, se non il desueto e il riconoscibile.

In inglese l'espressione "a tavola" quasi non c'è; si parla di "time to eat, lunch is ready, tea time...", insomma si privilegia l'azione piuttosto del luogo per eccellenza, la tavola.
Periodic Table credo abbia solo il significato scientifico che Mendeleev ha dato, l'inglese quasi traslittera dal latino.
Eppure qui il microfinanziamento sembra un'abitudine più consolidata, e si deve probabilmente alla presenza secolare delle charity, all'abitudine della donation (vedasi il noto Red Nose Day), all'idea radicata nella politica che l'evento culturale non è politicizzabile né strumentalizzabile, ma semplicemente fruibile e perché tale, sottoposto al giudizio di tutti.
Tanto più ora che la cultura ha subito tagli notevoli dal governo Cameron, la creatività suggerisce strade diverse, più dal basso e meno istituzionali.

Attraverso il microfinanziamento, prima con una cena a Troutbeck House, poi con l'evento**** di sabato 25 giugno alla Qattan stiamo per aprire Bait al Karama: una scuola di cucina gestita da donne palestinesi a Nablus.

La Palestina sempre e comunque: dal pane allo za'tar offerto a Torino al buffet di Tavola Periodica, alle sale vittoriane della Qattan Foundation, per diffondere una cultura fatta anche di cibi straordinari, per rovesciare gli stereotipi e cambiare il vocabolario su una terra d'eleganza come la Palestina.

Niente di meglio che augurare a tutti un'estate piena di persone attorno alla vostra tavola, perché la rivoluzione comincia dalla Tavola, soprattutto se Periodica.
Il fra (che con il Meridiano ritorna a settembre e buona estate)

* Tavola Periodica è anche su facebook, come anche Degustando Arte, l'album di Daniele Madia, fotografo
**un grazie per l'ospitatlità a Marco Crepaldi e Nao Shinohara dell'Appartamento LAGO di Torino, un grazie a Katia e Thanos di CTRL ZAK che ci credono sempre.
***presente a Tavola Periodica Andrea Landini di Eppela.com, il primo sito italiano di crowdfunding, da tenere d'occhio
****qui l'elenco dei ringraziamenti è lungo, molto, ma tralasciando quelli che non si nominano perchè si amano, ringrazio per tutti Gaia che per un pomeriggio intero ha insegnato ai bambini come fare la pasta.

venerdì 24 giugno 2011

Bait al Karama

Sabato 25 giugno saremo tutti alla Qattan Foundation nell'elegante cornice della Mosaic Room, per Bait al Karama.

Un mercato all'aperto, un buffet di cibi italiani e palestinesi, pure il tiramisù di Paola.

Per raccogliere soldi in modo da finanziare una scuola di cucina gestita da sole donne, nella città di Nablus, un progetto al quale Cristiana, non da sola, sta dedicando tempo e energia.

Aggiungo: per cambiare il vocabolario sulla Palestina, per darne un'immagine diversa e vera.

Vi aspettiamo (Clikkate l'invito per saperne di più).

mercoledì 22 giugno 2011

Dieci luoghi per bambini posson bastare

Le dieci mete londinesi che seguono sono state approvate non solo da Matilde e Jacopo, ma anche da noi.
Dicesi approvato quel posto per bambini dove i genitori sono liberi di cazzeggiare e di litigare, mentre i bimbi si divertono e solo ogni tanto ti fanno partecipe del loro divertimento.
Dicesi altresì approvato quel posto per bambini dove i figli si stancano e i genitori no, dove il tempo trascorre tra la soddisfazione generale, ciascuno secondo il proprio gusto.

Offriamo questo elenco a chi viene ospite con prole o anche senza a Troutbeck House o a Londra più in generale, in quanto adatto anche per chi adulto intende retrocedere di qualche decade oppure osservare il divertimento altrui, come fosse il proprio.

Si ricorda che l'ingresso o la visita ai seguenti posta è assolutamente gratuita, fatte salve le offerte libere, i ristoranti e i caffè...

1 Diana Memorial Adventure Playground: dove si può lasciare i bambini scorazzare liberi tra navi pirata e sentieri nascosti, mentre si gode un caffè al sole, a cui abbinare la passeggiata in Hyde Park fino a raggiungere la Diana Memorial Fountain (nei mesi caldi un cambio vestiti è necessario, perché sarà impossibile trattenere i bambini fuori dall'acqua!). Annunciare una cosa per volta per evitare il "chi preferisce che cosa".

2. City Farms, descritte qui. Piacciono ai bambini (soprattutto a quelli amanti degli animali) in alcuni poi i caffè e ristoranti sono particolarmente buoni. Evitare tacchi alti, la puzza sotto il naso e commenti da schizzinosi... la visita serve ai bambini per ricordare che gli animali non esistono solo nelle favole. Quelle in cui andiamo noi sono Hackney, Spitalfield e Surrey Docks ma ce ne sono molte altre...

3. Science Museum. Si si, tutte le guide lo consigliano...ma il nostro suggerimento (soprattutto se non avete una giornata intera da dedicarci) è di andare direttamente al Launchpad al terzo piano. Per il pranzo evitare le cafeterie del Science, ma puntare a quella del V&A a pochi passi di distanza.

4. Crystal Palace, due parole qui . Il modo più veloce per arrivarci: con la Overground da Canada Water. Il modo migliore per goderselo: col cesto da picnic. Ricordarsi che mentre i bambini divorano il cibo voi potete gustarlo, quindi fate la cosa in due tempi, riservate il secondo (tempo) a voi stessi medesimi mentre i figli sono al playground (ispirato ai dinosauri) che smaltiscono le calorie.
Poi chiedendo ai figli il permesso, recarsi a prendere un caffè all'interno del parco, dalla cafeteria si possono scorgere i pargoli e con lo zucchero si scoglie pure l'ansia, tipica del genitore (mediterraneo).

5. Southbank. Meta del sabato pomeriggio, quando la banchina del Tamigi tra il Westminster Bridge e il London Bridge si popola di attori, giocolieri, danzatori e musicisti, bancarelle e tanta tanta gente che passeggia. Sul percorso si incontrano il London Eye, la Hayward Gallery, la Tate Modern, il Shakespeare Globe, Borough Market e molto altro. Per tutti i gusti, ma serve carattere nel bilanciarli e nell'accontentare.

6. Greenwich Park e tutto quello che contiene. L'ideale è entrare dal lato di Blackheat, passeggiare lungo la Avenue principale fino ad arrivare al Royal Observatory da cui si gode di una vista stupenda su Londra. Al Royal Observatory nasce e passa il Meridiano di Greenwich . Scendendo verso il Greenwich village - magari dopo ad un picnic nel parco - si può anche visitare il National Maritime Museum che accoglie la storia della nautica inglese, dai galeoni alle barche a vela più moderne.

7. Museum of London nelle due versioni, quello nella City che racconta la storia di Londra dalle origini ai giorni nostri - ed ha un cafè ed uno store che varrebbero la visita anche da soli - e quello ai Docklands che si trova peraltro in un vecchio e bellissimo edificio della Londra portuale tra i canali e grattacieli del Canary Wharf. In entrambi le collezioni sono allestite superbamente, con ricostruzioni a scala reale di antiche strade, di case d'epoca e di attività commerciali.

8. Holland Park Adventure Playground. Un parco giochi e avventura degno dei bambini più agili e intraprendenti. Da abbinare ad una più classica visita del parco in cui coesistono giardini minimal zen e aree boschive da caccia alla volpe. Altrimenti, se avete un cognato come il mio (regge tre figli suoi e due miei) o un ottimo babysitter, sedersi su una panchina, dedicandovi alla lettura.

9. Hampstead Heath. Sensazione da countryside inglese, per veder volare gli aquiloni - e con loro i proprietari... - per fare il bagno nei laghetti, per ammirare i cigni della Regina, e magari poi godersi un Sunday Lunch al pub vicino al parco.

10. Natural History Museum. Ma solo se i bambini hanno una passione per il Tirex e cugini... da visitare in settimana o prestissimo la mattina, altrimenti le code.... lunghissime!

Giustifica

domenica 19 giugno 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 21.11

Questo ostinarsi a fare il pane. Anzi, meglio: questo ostinarsi a fare dolci, perché ora le crisi ai fornelli mi vengono in continuazione, ma davanti ai dolci.
La responsabile (a qualcuno bisogna sempre dare la colpa) è una donna affascinante di nome Lorraine Pascale.

Mi sono alzato in una classica mattina da fine settimana, ho acceso la BBC e me la sono trovata davanti, mentre la tazza di caffè rimaneva a mezz'aria e Matilde invano chiedeva dei cartoni animati.

Lorraine Pascale è lì, mi guarda, sorride di un sorriso che risplende, intanto con gesti e svolazzi leggeri, in punta di dita, sfarina, impasta, scucchiaia, assembla, ricompone e serve.
Io intanto, a bocca aperta, al pari del più innocuo degli ingredienti, mi sento avvoltolato e ripieno come un bignè, trallalero trallalè.

Nel giro di qualche giorno ho già comprato il libro, dal titolo nazional popolare di Baking made easy. Dunque tutto facile, anzi difficilissimo.
Di tutta la di lei scienza però non posseggo nemmeno la leggerezza del cucinare, a me di già insostenibile.

Mi riesce per ora soltanto la carrot cake, ma senza le stratificazioni e le decorazioni che rendono la sua versione un trionfo di colesterolo ed un sollazzo visivo. A me i tre strati non riescono, sforno torte monoblocco e ci spalmo sopra quantità di cioccolato bianco fondente: i bambini di solito gradiscono, preferiscono infatti le coperture glassate al prodotto medesimo stesso. E gli adulti, si sa, nel latte e nel the si può puciare (che verbo) qualsiasi cosa.

Ho provato anche a fare la Mojito Genoise, un'interpretazione della torta genovese, ma trovo strano che usi la farina 00 (plain) e non quella da dolci (self raising), insomma che lei eviti il lievito... mi costringe ad un eccessivo controllo della procedura, e mi sfugge l'automatismo dei tempi. Non commento il risultato. Matilde si è allontanata con una smorfia*.

Ma torniamo a lei: in fatto di eleganza Lorraine Pascale è imbattibile. Gli altri più blasonati e famosi non reggono il confronto, mi riferisco anche alla tecnica pasticciera.
Nestor Bluementhal, Gordon Ramsey, Jamie Oliver e Hugh Fearnley-Whittingstall (questi ultimi due dei veri innovatori in termini di cucina e responsabilità sociale, ma ne parlerò) mi danno l'idea o che sono appena usciti da una doccia o che farebbero meglio ad entrarci.
Non riescono ad entusiasmarmi. Capisco sia un giudizio che esce dal merito culinario, ma l'estetica ha la sua importanza e fa da cornice alla bravura.

La difficoltà delle ricette di Lorraine Pascale consiste proprio nell'eleganza dell'esecuzione e nella precisione dei movimenti. Vero è che un ricettario serve da canovaccio, ma talvolta ho l'impressione che si tratti di matematica e che sia estremamente necessario la precisione nei movimenti e nella sequenza. Questo differenzia l'alta pasticceria dalla cucina?

Comunque Baking made easy di Lorraine Pascale segue nelle vendite solo 30 Minutes Meal di Jamie Oliver. Stando ai libri di cucina e ai programmai televisivi di qualità che li precedono, dovrei vivere in un paese dalla cultura culinaria diffusa.

Non è così. Cucinare da queste parti è un'attività da spettacolo, non pratica quotidiana.
C'è molto vuoto da riempire e stomaci a cui regalar sollazzo.

Londra e la Gran Bretagna sono terre di conquista... inforchiamo le forchette dunque che si vada a cucinare.
Il fra
*Faccio meglio a concentrarmi sui piatti unici!

giovedì 16 giugno 2011

Italians: interview 012 (parte seconda)

....segue dal post precedente

Che cosa ha scatenato il disturbo bipolare?
Non è chiaro che cosa lo scateni, almeno secondo quello che mi hanno detto e ho letto. Qui però mi sento curata bene; tutti dicono un gran male della sanità inglese, ma avendo sperimentato entrambi posso dire che sì ci sono dei problemi: c'è burocrazia, c'è il problema di far parlare due enti diversi... Insomma ho curato una crisi di questo disturbo; il disturbo c'è ancora, non si risolve, ma si tiene sotto controllo. E lo tengo abbastanza... un analista mi aiuta e ci si sono stati degli psichiatri.
Anche se non c'è una spiegazione, tu te ne sia data una?
L'idea che mi sono fatta è che io ci fossi portata e che per una serie di stress, tra cui le malattie e l'impegno del master... per esempio non ho mai studiato così tanto.
Ti senti una persona complessa?
Mah cerco di fare tante cose, faccio volontariato quanto posso per una charity che si chiama Stonewall (la charity in difesa dei diritti dei gay, delle lesbiche e dei bisessuali).
Di che si tratta?
Faccio un lavoro d'ufficio, ma il bello è quando mi danno una mazzettona di giornali e mi dicono di cercare gli articoli che possono essere interessanti, io mi ci tuffo e sono felice,
Perché fai il volontariato, lo dici in relazione alla complessità...
Si per la complessità... sono stata sempre “complessa”. Poi per me la questione dei diritti gay è fondamentale, se qualcuno mi chiede di identificarmi, io mi identifico come bisessuale.
Tu ha un certo punto nel blog scrivi: “Partiamo dal presupposto che tutti noi preferiamo una società in cui il colore della pelle e l'orientamento sessuale sono ininfluenti nell'avere diritti e opportunità. Peccato che non ci viviamo!”
Non ci viviamo certo, quindi facciamo qualcosa.
In Italia avevo provato ed ero rimasta molto delusa: ero andata ad una riunione di un gruppo lesbico a Milano e avevo scoperto che c'erano ben quattro di gruppi lesbici a Milano, uno in lotta con l'altro, sembrava una scena di Brian di Nazareth.
A Londra vedo un altro mondo, frecciate pesanti sì, però al Pride vanno tutti insieme
Come nasce questo impegno?
Ci vedo un nodo, un nodo di personale esperienza con altre persone: mi ricordo al Liceo un mio compagno gay aveva tentato il suicidio per questa cosa; la reazione di una delle prof era stata fare battutine. Lei era di CL, ma io ricordo che mi son sentita morire: per lui, per me, per chiunque potesse esser gay nella classe; come faceva quella prof a dirlo.
Perché non ci viviamo in un mondo dove essere gay è una delle cose della vita...
Ti parlo di Milano e Londra: in parte si deve ad un retaggio culturale forte: ai tempi di mia madre non era normale sapere che qualcuno era gay. Io l'ho scoperto a 14 anni e la mia prof del ginnasio mi ha spiegato che Achille e Patroclo beh insomma erano amanti: “ah davvero esiste anche questa possibilità?” nessuno me l'aveva mai detto.
Credo che da un lato la comunità gay debba mettersi a spiegare: c'è ignoranza e da lì nasce la paura del diverso; penso sia anche una questione di vocabolario: bisogna usare le parole giuste, certo non si può imporre, ma allo stesso tempo bisogna direi dei no.
In Italia poi la situazione dei diritti gay è imbarazzante, io ho sentito persone anche ben intenzionate nella teoria dire: “ma sei sicura che gay non si diventa”. Parlarne nelle scuole sembra impossibile, ti dicono: “sei sicuro che non si faccia proselitismo?” Ho sentito usare questa parola, anche da un persona molto bene intenzionata, di sinistra.
Quanta strada...
Quanta strada c'è da fare in Italia per una sinistra che abbia il coraggio delle proprie azioni ed opinioni? Anche se la questione gay e del razzismo è qualcosa di trasversale, perché ci sono gay a destra e a sinistra e non dovrebbe contare.
Ma tradizionalmente la sinistra dovrebbe prendersi cura del progresso e del cambiamento sociale.
I Dico in Italia erano abbastanza offensivi, addirittura non ci si presentava insieme allo sportello per evitare... non so cosa.
Che cosa manca alla sinistra per essere tale?
Smettere di esser suddita, terrorizzata per la precisione, dal Vaticano.
Il Vaticano ha chiaramente scelto per Berlusconi; pensa a CL, che è una corrente di Forza Italia, per battere il Vaticano, la sinistra deve differenziarsi
Dicendo cosa?
Puntando sui diritti civili veri; deve riprendere in mano, sentire di nuovo la base, rifarsi una base, perché la mia impressione, derivata dall'esperienza di amici nei partiti, è che la sinistra e anche la destra, ma non lo so, si parlino addosso, si esaltino con le proprie parole d'ordine, ma non vadano a cercare cose nuove nel mondo e ce ne sarebbero molte.
Tu sei una persona di fede religiosa, dal blog si vede chiaramente... il tuo non essere esattamente eterosessuale con la fede non è in contraddizione?
No, anzi, il contrario. Intanto io sono cristiana valdese. Sono stata agnostica per dieci anni circa, poi dopo un cammino di preparazione, nel 2004 sono diventata valdese.
Già dagli anni sessanta c'è il sacerdozio femminile, poi certo è una chiesa molto aperta sul fronte dei diritti.
Ma io non sono valdese "perché i valdesi sono gentili con gli omosessuali (a differenza dei cattolici, più o meno implicitamente)". Io sono valdese perché mi ritrovo in una serie di professioni di fede tipiche di quell'area di cristianesimo, per esempio: la mancanza di libero arbitrio dell'uomo, almeno su molte cose fondamentali; il dovere/diritto di avere una propria idea sul sacro senza prendere per oro colato quel che ti viene dall'alto (fermo restando l'importanza del parere di quelli che quel sacro l'hanno studiato più di te); la salvezza per fede; la mancanza di "santi" nel senso cattolico...
Poi, credo non sia un caso che da queste posizioni "teologiche" discenda una posizione di apertura (e di impegno per l'apertura del mondo!) nei confronti dei "non-conformi" (donne, gay, transgender, migranti...), che ritrovo – di nuovo - come mia.
Mi dici un luogo di Londra che ti piace molto e un ristorante..
Borough Market, mi piace l'atmosfera e quelle bancarelle così diverse e il ristorante giapponese Ten Ten Tei a Brewer Street, Soho.

Il blog di Marta: www.feathers.me.uk

mercoledì 15 giugno 2011

Italians: interview 012 (parte prima)

Intervistare Marta Maria Casetti è stata per me un'esperienza arricchente. Molto.

Credo sia stata la sua calma quasi disarmante, la sua onestà intellettuale.

Siamo seduti sui divani bassi di Domali, un locale al 38 di Westow Road, in cima alla collina di Crystal Palace.

Lei mi ha dato appuntamento lì; percorro a piedi la salita che separa la metropolitana da Westow Road, trovo pure il tempo di scoprire un antiquario, poi accelero il passo.

Marta è già nel locale, la riconosco subito. Ordiniamo qualcosa e iniziamo a parlare.

L'identità di una persona non passa tutta attraverso il blog, però vorrei iniziare da lì, dal tuo blog.
Il blog è molto parziale, però c'è abbastanza di tutto.
Perché l'hai chiamato feathers, io lo conoscevo come resto del mondo...
Si chiama resto del mondo il blog in italiano, ma il dominio rimane faethers perché collegato con un tumblr in inglese.
Faethers perché sono piume che devi asciugare?
No, in Rio Bravo di Howard Hawks, che è uno dei miei film preferiti, il personaggio femminile si chiama Feathers.
Interpretato da?
Angie Dickinson, Feathers è un personaggio femminile in un mondo maschile, che rimane molto femminile ma gioca con gli uomini e diventa one of the boys.
Una cosa che mi piace molto. Poi ha una bellissima battuta: quando John Wayne scopre che lei corrisponde alla descrizione di un baro ricercato - e lei è effettivamente un baro ricercato ingiustamente - le consiglia di smettere di giocare a carte e lei dice: io lo farei se fossi il tipo di donna tu credi io sia.
Mi piace questa idea di donna che gioca sul filo dell'apparenza che è per bene nonostante l'apparenza ed è così per bene che non deve dimostrare di esserlo.
E non aspetta il giudizio degli altri e tu in questo ti ritrovi?
Abbastanza, cerco di trovarmici.
Un'altra cosa mi ha colpito del tuo blog è l'immagine iniziale, i tuoi piedi nella sabbia, in soggettiva. Quando immagino la soggettività, penso all'occhio che vede quello che ha davanti, tu invece hai scelto di vedere i tuoi piedi nella sabbia, mi spieghi questa immagine...
Sono i miei piedi piantati nella sabbia di una spiaggia neozelandese, io guardo il mondo ... il resto del mondo oltre a quei piedi...
Quindi una collocazione geografica, vedi il mondo da lì o sei tu il resto del mondo?
E' anche una citazione da una frase di John von Neumann: “parliamo di matematica e di resto del mondo”. Io studio matematica, ma nel blog non parlo di matematica perché appunto parlo del resto del mondo.
Però la matematica è parte della tua vita ed è alla radice del tuo modo di ragionare e vedere la realtà?
Sì decisamente.
In che modo?
In maniera molto logica, matter of fact, rendendomi però conto che questo non è tutto del mondo; c'è, nella matematica, una forte parte di intuizione, una cosa che viene spesso sottovalutata, e di estetica. In matematica si dice che un teorema è bello, però non ho un criterio, ce l'ho per dirti che è giusto, non per dirti che è bello.
Mi stai parlando di una sensibilità tua?
No, è propria di tutti i matematici in generale.
Hai sentito però la necessità di parlare del resto del mondo, anche se sei una matematica, come mai?
La matematica e basta non mi basta, poi in realtà mi sembrava un buon titolo per un blog.
C'è anche un gioco di parole... resto del mondo nel senso di rimango di questo mondo: per quanto io voglia astrarmi o diventare di puro intelletto, per quanto abbia questi afflati romantici, una parte di me rimane legata al buon cibo e alla buona compagnia.
Insomma rimani del mondo, soprattuto se dichiari il tuo amore per il cibo; da dove viene? Perché Faethers non me la vedo ai fornelli.
No però è una che mangia e che beve molto!
In casa mia si è sempre mangiato bene. Mia nonna materna, che mi ha cresciuta perché mamma lavorava, era parmense, quindi mia madre ha sempre cucinato bene, in maniera molto creativa più che tradizionale, ma solida: belle porzioni, non nouvelle cousine.
Ho sempre dato per scontato mangiare bene, fino a che non sono finita in ospedale... cioè da quando ho avuto tredici anni.
Dico ho iniziato perché non ho mai smesso, hai visto sul blog l'etichetta “cartella clinica di 10 kg” ? ecco è vero, io l'ho pesata la mia cartella clinica ed è di dieci chili.
Ecco mi ricordo una sera, dovevano farmi delle trasfusioni e sono rimasta quasi 24 ore senza cibo, fino a quando è arrivata un dottoressa che mi ha tenuto da parte una cotolettina e mi è sembrato un gesto... da lì sono diventata un'esperta in cucina ospedaliera.
In Italia punta sempre sulla minestrina e la crescenza, sono tristi ma sono standard, mentre il prosciutto cotto è infido e la pasta è scotta...
Invece la minestrina e la crescenza quelle sono!
Sì quelle sono, mentre qui a Londra, beh ci sono stata una sola notte in ospedale e ho mangiato baked potatoes!
Ti dicevo che quello ospedaliero è stato il mio primo approccio con il cibo.
Poi c'è stata la chemioterapia e lì l'appetito è completamente sballato, perché in chemioterapia non è semplicemente che tiri su, è che hai le papille gustative sfasate, per cui ho dovuto imparare a inventarmi un menù che aggirasse questo problema.
Quando hai iniziato la chemioterapia?
A 19 - 20 anni, cucinava mia mamma ma insieme avevamo coordinato un menù che mi andasse bene. Poi l'ultimo passo è stato cucinare pane, una passione che mi è venuta quando ero all'ultimo anno di università, dovevo fare un esame, non mi riusciva e ho iniziato a fare pane, come se la testa del professore fosse l'impasto; una cosa che mi riesce bene e mi dà grande soddisfazione.
Nel blog ci sono ricette di pane e dichiari che mangi qualsiasi cosa. La tua malattia non ti ha impedito di mangiare?
No, mi ha reso più curiosa. Se qualcuno mi propone qualcosa da mangiare, lo assaggio, a meno che non ci sia melone o cetriolo. I fichi e cachi non mi piacciono, ma non sono allergica...
Mi dici un piatto tuo... che offri agli amici..
Il carpione.
E una cosa che ti piace della cucina inglese
Fish and chips, al Superfish, dietro Waterloo accanto all'Old Vic: ambiente meno dieci, patatine e pesce da urlo e in quantità pazzesche: è sufficiente uno in due.
Che voto dai al cibo inglese?
Rischioso: se è fatto bene, ti manda in paradiso, se è fatto male, ti tiene compagnia per tre giorni.
Non ti ho ancora chiesto come mai sei qui a Londra.
La vera ragione... per scappare dall'Italia.
La scusa è stata un Master alla London School of Economics in matematica applicata.
Mi hanno preso e mi sono buttata a pesce; finita la la laurea in Italia, ho iniziato a mandare domande per l'estero ovunque, una quindicina, in Europa e negli Stati Uniti, nell'ambito della teoria dei giochi.
Mi spieghi che cosa è?
Un gioco in matematica è un modello di interazione tra due o più agenti intelligenti, diciamo due agenti con delle scelte.
La dama e il poker sono giochi, la roulette non lo è, anzi lo è, ma è un gioco molto poco interessante, come il tiro di un dado o una moneta.
Questa teoria ha delle applicazioni a livello economico e sociale, e anche in biologia, io sono brava con la parte matematica.
E sei venuta qui...
Mi prendono alla London School of Economics, che aveva un programma interessante, il mio -allora- fidanzato avrebbe avuto facilità a trovare lavoro, così io prendo il posto, lui nel giro di due mesi ha il lavoro e io sistemo la casa in attesa che il corso cominci, ti parlo di 5 anni fa.
In Italia non c'erano prospettive dell'ambito che mi interessava e l'Italia è un posto in declino.
Cioè?
Un paese con dei problemi e quale luogo non ne ha, ma i problemi andavano peggiorando e se ne aggiungevano di nuovi.
Con il senno di poi?
Sono molto contenta di essere venuta qui, ma altri posti sarebbero stati altrettanto interessanti.
Dopo il master ho fatto gli esami, ma non ho fatto subito la tesi, l'ho fatta con un anno di ritardo perché nel frattempo è arrivata una diagnosi di disturbo bipolare. Ho fatto la peggiore estate della mia vita a letto, piangendo.

(... continua domani)

domenica 12 giugno 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 20.11

A Tooting, quartiere nel sud ovest di Londra, mi portò Kam per la prima volta dieci anni fa.
Lui negli anni settanta era solito andarci con la madre da Battersea dove abitavano.
Lei, indiana sikh nata a Nairobi, durante la settimana lavorava in una conceria nell'East London, e raggiungeva Tooting il sabato per fare la spesa.

I negozi sono quasi gli stessi di allora: Patel Brothers per esempio, alimentari e merceria insieme.
Ricordo di essere impazzito lì dentro: non avevo mai visto in vita mia tutte quelle spezie assortite, i sacchi di lenticchie (lì ho scoperto l'esistenza delle lenticchie arancioni) e di riso impilati fino al soffitto, verdure e frutta a me ignote, il tutto stipato in corridoi stretti e lunghi, dove a stento passa una persona.
Volevo comprarmi tutte le spezie anche se non ne conoscevo l'impiego. Kam cercava di starmi dietro, mi raccontava del tandoori, del curry, di come la madre cucinava un piatto di melanzane piccole (patau), con le patate (aloo), in un sugo piccante.

Tooting fu il primo vero approccio con Londra. Mi pareva che dicendo Tooting mostravo di conoscere una Londra segreta, quella dei suoi quartieri meno noti, come fossi un nativo: Tooting, tuuutin' era la parola che spiegava quel segreto.

Uscii da quella giornata con uno spice box, un contenitore rotondo di alluminio, che (non scherzo e non esagero) mi cambiò la vita: mi costrinse ad essere creativo, a combinare i sapori e a sperimentarli; iniziai da allora ad occuparmi di cibo, insomma a cucinare.

Da quando vivo qui, vado a Tooting almeno una volta ogni due o tre mesi, insieme a Tarik e Sumaira: facciamo la spesa per l'asilo dove lavoriamo.
Ogni volta che arrivo all'incrocio davanti alla metropolitana di Broadway, mi vengono i brividi: la vita che scorre lungo i marciapiedi, i sari delle donne indiane, i vestiti leggeri degli afro caraibici, i colori di Bollywood e gli odori dei cibi di strada e dei mercati.

Per esempio il montone cucinato da Lahore Karahi*, un ristorante con il bancone-cucina a vista, due enormi vetrine sulla high street, l'interno vociante e disordinato, i piatti saporiti ed economici,
Una settimana fa ho scoperto il mango maturo, giallo e succoso, venduto in scatole di carta colorata, e sempre grazie a Sumaira, il sindi biryani, un mix di spezie molto piccante.

Non rinuncio ad una puntata da Punjab Sweets (172-174 Upper Tooting Road), una pasticceria con i dolci del Punjab: rimango estasiato davanti al bancone di vetro pieno di dolci coloratissimi a forma di cubetti; i besan halwa alla carota sono buonissimi, i gulab jamun succosi come dei babà... ineguagliabili botte caloriche però, quasi come cenare. Li servono dentro confezioni rosse e probabilmente li compro solo per la confezione.

Per una strana ironia dieci anni dopo sono di nuovo a Tooting a comprare cibo in quantità per sfamare bambini dai 0 a 4 anni e non solo.
Mi è parsa la chiusura del cerchio e, beninteso, l'apertura di un altro.
Il fra

mercoledì 8 giugno 2011

Italians: interview 011

Avevo incontrato Beniamino Barrese mesi fa per caso.

Appena l'ho visto mi ha ricordato Manu, mio cognato, quando aveva vent'anni, quasi vent'anni fa.

Inizio così a guardare il suo blog e dopo averlo cercato per un po', lo incontro al Breakfast Club dalle parti di Hoxton Square.

Lui parla velocemente, ogni tanto infila una mano nella felpa e si gratta, poi dà un occhiata al cellulare, poi si guarda in giro, dinoccolando pensieri e parole.

Quando ti ho visto la prima volta hai fatto il baciamano ad una donna, la cosa mi ha sorpreso...
Ero ubriaco

Allora finiamo qui l'intervista...
No dai
Comunque anche al telefono non fai altro che dire “grazie mi spiace grazie prego”... insomma una gran gentilezza

E' una provocazione. In mezzo a tutta questa superficialità bisogna offrire gentilezza. Io sono da sempre così: aperto e accogliente, io tocco, abbraccio; se sento che una persona mi comunica qualcosa poi, io mi sciolgo.
Perché hai sempre con te la macchina fotografica?

Il piano delle relazioni è instabile e con la fotografia ci costruisco sopra qualcosa che rimane di più. I rapporti umani sono il grado zero, con la macchina fotografica io lavoro sul grado zero.
Parlami di te

Ho 25 anni sono laureato in filosofia politica alla Statale di Milano, ho frequentato la National Film and Television School a Londra in direzione della fotografia, poi faccio ritratti di musicisti e attori.
Come mai cinema qui a Londra?

A Milano non c'era modo, non c'è più cinema a Milano, a Roma il cinema è mafia, i favoritismi sono troppo spinti e non si rimane puri*.
Puro che cosa vuol dire?

Mantenere la mia visione, la mia personalità, misurarmi con le mie capacità. A Milano e a Roma c'è troppa arroganza, l'arroganza nasconde paura, ignoranza, insicurezza. Però ecco a Roma ci vorrei tornare un giorno. Perché se vedo un paese, come l'Italia, che mi fa piangere, lo voglio rendere migliore. Io non riesco a vedere la mia vita come un nucleo a parte, non c'è solo la mia carriera, ma anche la comunità intorno a me.
Da dove vieni e dove pensi possa arrivare questo tuo ecumenismo laico?

Ti assicuro che è così da quando sono piccolo, i miei fratelli mi dicevano “sembri un democristiano”. Non sapevo che cosa fossero i democristiani, ma comunque dico delle cose tipo Hermann Hesse. Provo fastidio per la dimensione individuale della vita, da sempre, credo dipenda dall'avere vissuto a Milano dove la gente fa i cazzi propri. La mia famiglia è stata un esempio per me: una comunità che nel tempo si è disgregata, i miei fratelli, ne ho sei, si sono un po' dispersi, ognuno dietro alla propria vita. Ho sempre avuto interesse per la politica.
Che cosa è la politica?

Per me la politica prima di tutto è interessarsi di quello che succede fuori dall'ambito individuale, non è solo andare a votare, ma fare domande e fare critica: il contrario dell'accettare le cose senza farsi coinvolgere.
La fotografia allora? Non è una cosa intima o intimistica? C'è qualcosa di politico nelle tue foto?

C'è eccome! Sono molti i livelli del politico, pensiamo che sia la sola dimensione delle leggi o parlamentare, quella più alta forse. Ma politico significa partecipato, è qualcosa di comunitario.
Il discorso con un amico vero e profondo su una storia d'amore è lo stadio zero di un discorso politico. Quindi fare una foto in cui comunichi e racconti una storia è un grado zero di politica.
Quello che dici è uno stile o lo stai sviluppando adesso?
La cosa fondamentale per me è raccontare con la fotografia. Io racconto, prima in modo inconsapevole adesso consapevole, qualunque cosa approccio.
Non tutto è raccontabile: c'è la foto commerciale, anche estetica.
Però fai anche cinema e la fotografia è uno stadio che precede la sequenza in movimento del cinema, uno stereotipo...

Il potere della fotografia è grande: la singola immagine ha la capacità di contenere vari elementi e di raccontare tanto. Io non credo sia un rapporto evolutivo: non abbandonerò la fotografia per il cinema, sono due cose diverse, in questo momento vedo la fotografia come una ricerca indipendente e personale, il cinema è più politico, la fotografia riguarda la mia libertà.
Il cinema ti obbliga ad avere a che fare con le persone; la fotografia è sempre stata elitaria, io credo che la fotografia esprima ma il cinema è più completo, coinvolge di più.
Ora ho queste idee poi dall'altra parte ho anche necessità economiche....
Nel blog scrivi “Londra è una realtà che odio e amo, mi ha insegnato a essere freddo e razionale”

Londra non è la terra della comunicazione e della politica. Per me è stato come tornare in una Milano più grande se a Milano uno è chiuso nella propria casa, qui ancora di più!
Londra è la patria del destino individualizzato, per me è come fosse la mia America, dove faccio carriera, il mito insomma.
Londra non è comunitaria e relazionale?

Londra è il luogo dove la gente viene per scrivere qualcosa sul curriculum, il tempio del capitalismo. Il cinema in Italia è una mafia, ma per questo acquista una certa aura di romanticismo che qui non c'è. A Londra il cinema è un'industria, come quella dei cioccolatini: qui impari il mestiere e applichi le regole.
Londra è un passaggio?

Un laboratorio di studio, poi io odio il freddo, sono mediterraneo e tocco sempre, la gente qui non si tocca. Londra per me è una medicina al contrario.
Che cosa ami di Londra? Se in una zona in o posch no!?

Amo la mia zona, ha una sua autenticità, qui sono tutti africani, la mia via... mi ci sono innamorato, questa zona mi ricorda l'Italia, i bar, a Hoxton Street ci sono i fruttivendoli...
Vivo in una council house, all'apparenza pessima... da fuori peggio di Billy Elliot, poi ha un un backyard cementato dove prendiamo il sole e facciamo barbecue...
Mi piace la diversità... a Parigi non c'è quest'apertura, i parigini ha un unico standard di vita: c'è un modello ideale, il parigino o il milanese con la famiglia, la ricchezza, la macchina, il cane, a 25 anni il lavoro a trenta una casa, qui non c'è questo schema, il versante buono del capitalismo individuale. Londra però è brutta.
Dici l'urbanistica?

Sì troppo grossa, mi perdo... devo scegliere gli amici, altrimenti come faccio a frequentare persone che vivono a ovest?
Che cosa è stereotipato a Londra?

La scarsa attenzione all'alimentazione, si beve il the con patatine catch up e tazza di latte e un petto di pollo, la freddezza. Trovo la gente un po' brutta: le ragazze non sono belle, i ragazzi sono belli...
Due o tre posti di Londra che ti piacciono?

Angel, la fermata della nera c'è un corridoio con una specie di mercatino ho passato un giorno lunghissimo in pene d'amore pazzesche, aspettavo una persona che non è venuta e ci sono rimasto affezionato, poi ci passavo ogni giorno andando a scuola, in bici.
Leila shop... a Calvert Avenue, il caffè più buono di Londra.
Stoke Newington Church Street, dove ho girato un video, l'Italian Bookshoop a Leicester Square, Queen's Wood a Highgate... ci sei stato? è un bosco a Londra... pazzesco selvaggio...

*credo si riferisca alle scuole di cinema.

domenica 5 giugno 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 19.11

"Are you Matilde's father?"
Non ho la prontezza di riflessi di rispondere a John che sono passato di lì per caso, ma lui mi guarda sorpreso. Rispondo che sì lo sono.

John si aspettava un uomo alto e snello campione degli ottocento piani oppure basso ma muscoloso, medagliato in ginnastica artistica, invece no si deve accontentare di me, un bipede intellettualoide con cappello al capo...

La lezione di cricket del mercoledì pomeriggio è finita e John, l'allenatore, mi comunica che Matilde è molto brava... insomma bisogna che continui a giocare.

Cricket, chi è costui? Cric piuttosto! una di quelle parole che saltano fuori quando si buca una gomma e si cerca (disperatamente) l'attrezzo che solleva il mezzo. Mai toccato in vita mia ovviamente, quelle due volte che ho forato ero con il o la John di turno che ha risolto la situazione.

Ma non divaghiamo, da qualche mese il cricket è entrato nella nostra vita, anche solo perché Matilde, in preda ai furori del self training, ha colpito un vetro di casa, scheggiandolo.

Ora non vale la pena né cercare l'etimologia, né dare un qualche accenno storico, perché Matilde si annoia appena cerco di documentarmi, secondo lei per comprendere il gioco bisogna o vedere le partite o prenderne parte. Devo però e al più presto conoscere la giusta terminologia e poi assistere ad una partita, allo stadio di Oval, il tempio del cricket londinese.

Mi sono informato: una partita può durare anche tre giorni, nel qual caso Eleonore mi ha consigliato di andare con il cesto da pic-nic e con qualche birra, mi ha detto che con il padre da piccola lei passava intere giornate allo stadio.

Non è il caso che io mi presenti sugli spalti armato di libri, ma l'idea del pic-nic è confortante poi nell'ipotesi di tifare Inghilterra potrei esultare quando gli altri esultano e fingere di capire.
Potrei scegliere tra un gruppo di paesi (in ordine di ranking): India, Sudafrica, Sri Lanka, Australia, Pakistan, West India, Nuova Zelanda, Bangladesh e Zimbabwe.
Opterei per West India, che sono poi le isolette caraibiche Barbados, Jamaica etc... ma non posso che seguire le magnifiche sorti (e progressive) dell'Inghilterra.

Il cricket è uno sport post coloniale e se non ci fosse stato l'Impero non si sarebbe diffuso o si sarebbe diffuso in altre nazioni.

Non sono mai riuscito a fare una conversazione sullo sport nella mia vita, nemmeno davanti alla macchinetta del caffè il lunedì mattina, trovavo l'argomento soporifero, un surrogato di mascolinità che si svende tra uomini, ora con John cerco di parlare di cricket, il che significa che faccio domande e affermazioni di un qualunquismo imbarazzante.

Come quando gli dico che in Italia tutto ruota intorno al calcio, lui mi risponde che recentemente la squadra italiana di cricket under 17 ha vinto un torneo, io mi mostro interessato e praticamente giuro che d'ora in poi mi terrò informato.

Infatti scopro che abbiamo una nazionale, composta anche da ragazzi di origine indiana... forse gli indiani e gli inglesi hanno questo sport nel sangue, forse no: il talento nasce dalla pratica, si tratta di scoprirlo, di coltivarlo e il talento non ha confini, bandiere e colori.

Intanto un compagno di classe ha regalato a Matilde un libro che spiega il cricket, libro che mi sto leggendo io, a pagina due viene spiegato il gioco al foreign visitor così:

You have two sides, one out in the field and one in.
Each man that is in the side that is in goes out, and when he is out he comes in and the next man goes in until he is out.
When they are all out, the side that is out comes in and the side that's been in goes out and tries to get those coming in, out.
Sometimes you get men still in and not out.
When both sides have been in and out including the not-outs
that is the end of the game!

Sulla carta chiaro no?!. Infatti dirò a John (alla macchina del caffè) che cricket mi ricorda quattro cantoni e anche palla prigioniera.
Gli andrebbe prima di traverso il caffè, poi proverebbe a spiegarmi il cricket.
Invano.
Il fra