lunedì 30 maggio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 18.11

Enza Rejna direbbe pensieri sconvenienti, i miei invece sono convenienti; convengono a me se non altro, forse sono anche a buon mercato: la convenienza talvolta non è solo dei prodotti a scaffale, ma pure dei pensieri.

E i pensieri capitano e spesso non prendono forma compiuta, perché il Meridiano è preciso solo sulla carta.
Io non altrettanto: complice la mia assenza da Troutbeck House per il bank holiday, lascio qui di seguito scorrere quattro riflessioni che non sono ancora riuscito a far marciare in fila lungo appunto la linea immaginifica, ideale e fantastica, che per me è il Meridiano di Greenwich.

Uno. Vivo bene a Londra, mi pare tutto più semplice; intendo la vita, la famiglia, la scuola, il lavoro, la cucina, l'arte, la casa, la burocrazia, le farmacie, la posta, i mezzi pubblici, la BBC, ordinare on line, la return policy, il sistema elettorale, i partiti, la monarchia, i parchi e i weekend.

Eppure, nonostante o in ragione di questa semplicità, non sono mai stato italiano come adesso.

Due. Generazione non pensata: la nostra, quella dei nati nel settantuno e dintorni, amati certo e voluti, ma dati per scontato, appunto non pensati.
Cresciuti negli anni ottanta, noi avevamo tutto, si stava bene e si vedeva ricchezza in giro, si sistemava la casa e si mangiava in tavernetta, nei weekend si andava pure a sciare.
Nulla per cui combattere, tanto era tutto a posto, così abbiamo dimenticato la semplicità e coltivato il mondo interiore come fosse l'unica realtà.
Ora stiamo come stiamo, siamo fortunati, ma manca qualcosa che si fa fatica ad ammettere, perché non sappiamo che cosa sia... e non c'è un quarantenne che fa politica.
Non è mai troppo tardi.

Tre Sinistra: ho (quasi) sempre votato i radicali, non importa da che parte stessero, mi interessava che tre o quattro idee passassero:
la liberalizzazione delle droghe leggere, il testamento biologico e l'eutanasia clinicamente assistita, il riconoscimento delle coppie di fatto, i diritti delle persone gay lesbiche e transgender, all'interno della più completa laicità dello Stato (a cominciare dall'abolizione dell'attuale sistema dell'otto per mille).
Nessuna di queste idee è passata. Di nessuna di queste la Sinistra parla. I radicali intanto sono invecchiati, Emma Bonino le ha provate tutte e Marco Pannella credo sia in fin di vita.
La Sinistra cambia nome, ma rimane un vaso vuoto in cerca di identità, la cosa che più di tutte dovrebbe cercare.

Vivo in un paese, l'Inghilterra, che non senza difficoltà dà per scontato i diritti individuali e considera la religione un fatto rispettabile ma privato.
Nel mio paese chiacchieriamo a vanvera e con vomitevole leggerezza di immigrati, gay, moschee e malati terminali, con un occhio sempre più strabico verso la curia di santa romana chiesa, fintamente ignari di quanta sia la polvere sotto i nostri tappeti.

Confido molto nelle generazioni più giovani, se non siamo stati o non siamo degli attori, possiamo almeno essere dei buoni maestri.

Quattro. Durrenmatt, La Morte della Pizia, Adelphi: ho portato con me questo libro, piccolo, tragicomico e strepitoso, che rileggo ogni qual volta cerco parole molto migliori di quelle che troppo spesso non sono capace a trovare.

Una collega a cui regalai il libro mi disse: "Vedi Fra qui a pag.53 è descritta la situazione che stiamo vivendo noi."
Nel passo, la Sfinge parla di Laio, tiranno di Tebe, padre di Edipo: "...essendo la dittatura dei tiranni lunatica e capricciosa, i sudditi hanno la sensazione di godere di una certa libertà. Non si sentono tiranneggiati da una arbitraria necessità, ma piuttosto da un arbitrio assolutamente casuale che permette ancora una qualche speranza."

Solo per dirvi, qualunque cosa abbiate tratto dal passo e dal Meridiano n°18, che io nutro speranze. Sempre.
Il fra

venerdì 27 maggio 2011

Weekend con il FRAQUORUM

Il Cons. Gen. Uberto Vanni d'Archirafi ci ha spedito le schede per votare i referendum.

Schede di quattro colori non timbrate, da rispedire entro il pomeriggio del nove giugno prossimo venturo.

Istruzioni in inglese, dubbi tutti italiani.

Noi intanto si parte alla volta di un Natural Escape.

Buon Weekend.

mercoledì 25 maggio 2011

Carluccio e Contaldo: Two greedy Italians

Le donne italiane sanno ancora cucinare?  

Antonio Carluccio e Gennaro Contaldo se lo chiedono.
I due hanno lasciato l'Italia giovanissimi in cerca di fortuna e hanno trasformato memorie e sapori d'infanzia in provincia in business milionari a Londra.

Carluccio e Contaldo sono i protagonisti di Two Greedy Italians in onda su BBC2, quattro puntate, il mercoledì.
Viaggio lungo il Bel Paese per capire che cosa c'è dietro l'ars culinaria italiana, ricette raccontate e presentate con semplicità e con grande eleganza.

Memorabile la puntata in cui Carluccio cucina linguine allo scoglio su un improvvisato fornelletto a bordo di una barca dalle parti di Amalfi e il commento di Contaldo all'uscita dal ristorante mille stelle Michelin sempre ad Amalfi "tengo ancora fame", dopo aver speso la bellezza di quattrocento pound.

Una regia e una fotografia che rendono omaggio all'Italia.

Orgoglio o ancora stereotipi?

La sensazione, palpabile e papillabile, che potremmo vivere di cibo e turismo e invece...

Un grazie alla BBC, a cui tra poco rinnoviamo il canone, più che volentieri.


domenica 22 maggio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 17.11

Matilde vuole l'autografo, così ci mettiamo in fila, fuori dal teatro finché arriva il nostro turno.
Lei timida, io calvo scorriamo di fronte a dieci marcantoni, qualcuno con gli occhiali da sole, qualcuno con un dente d'oro, collane e orecchini, ma tutti trasudano una energia, credo si dica una fisicità, imbarazzante.

A Matilde piace molto Marlon Wallen, in arte Swoosh, il fondatore dei Flawless, il gruppo che ha portato l'hip hop sulle platee dei teatri inglesi*.

Io farei due parole con Nathan Gordon, in arte Neo, che ha sviluppato uno stile di danza che fonde insieme street, contemporary e Jazz, chiamata Flo' Ography; non male anche Christian Alozie, in arte Bounce, esperto di krumping, movimento delle comunità afro di L.A., ovvero: wobbles, arm swings, chest pops and stomps... poi c'è Steady l'unico, che fa 43 windmills (un movimento di breakdance) in trenta secondi.

Siamo al Sadler's Well, Peacock theater, il tempio londinese della danza contemporanea e sul palco va in scena un trionfo di energia, ritmo, divertimento che non avevo mai visto.

Troppo attaccato a tragedie greche e teatro parlato, ho sempre guardato alla danza contemporanea come ad una figlia di un dio minore.
La classicità dà sicurezza, poi certo l'interpretazione e lo scandalo anche di un allestimento moderno talvolta servono al rispolvero... ma pur sempre di classicità si tratta: da Le Rane all'Aida, dallo Schiaccianoci al Faust.

Poi nel nostro immaginario di adolescenti degli anni ottanta, se stiamo alla danza (o al ballo?) e non solo, oltre a Flashdance, Fame ci sono i passi di Michael Jackson in Thriller.
Lui ha raccolto, poi ispirato e oggi legittimato la street dance, che era già popolare, perché appunto di strada.

Per i dieci ragazzi sul palco del Sadler's Well Michael Jackson è un mito pop, un modello di musica, il primo; per Matilde invece, Swoosh è un mito vivente di che cosa significa credere obbedire e danzare.

Qualcosa di popolare (in platea bambini, giovani e adulti, tutto esaurito**), una memoria collettiva di musica interpretata con tutto il corpo, con tutti i corpi, un riscatto violento ma non rabbioso dell'anima afro-caraibica, un vocabolario nuovo, un'identità conquistata e riconoscibile. Quasi trent'anni dopo Thriller.

Guardo Matilde, uno scricciolo biondo e ancora fragile, piccola street dancer, e mi chiedo sempre più spesso che cosa mai può pensare una bambina di tutto quello che vede e che vive. Lei risponde con monosillabi e entusiasmi brevi, in metropolitana mi fa la sua personale classifica dei più bravi: Smooth, Bounce, A.D. che le ha scritto xxx nella dedica...

Poi la prendo in braccio prima di arrivare a casa, si sente stanca, è quasi mezzanotte: il mito ha sfiancato i suoi sensi.

A casa Cristiana ci mostra un video de Il volo, tre ragazzi napoletani, detti i tenorini, che cantano 'O sole mio; dice di averli appena visti in tivvù.
Vent'anni belli bravi, dalla voce strepitosa, che cantano una canzone... del primo novecento e altre cover. Prodotti da Tony Renis.
Silenzio.

Ma dimmi quando, quando ci inventeremo qualcosa di nuovo?!
Questa è la musica che gli inglesi vogliono sentire da noi? la musica melodica? Questa la musica che noi vogliamo e sappiamo dare loro? Non c'è altro?

Però poi non lamentiamoci degli stereotipi, dei mandolini, di volare perché tanto all'alba vincerò.

Nessun dorma! tranne Matilde, che intanto culla i suoi miti nel blu dipinto di blu.
Il fra
*qui il video della loro prima a Britain's got talent nel 2009.
**solo per la cronaca un biglietto bambini nelle prime file costa poco più di 15 €.

venerdì 20 maggio 2011

In barca a vela contromano con ricetta

Dentro alla biemmevù rossa, modello barca a vela (ammainata), ci sono gli attrezzi di lavoro di Andy, il carpenter che per un mese ha avuto libero accesso a Troutbeck House e che ha costruito la cucina.

Smantellato il cantiere, martedì con gli ultimi ritocchi l'impresa può dirsi finita, per la regia di Cristiana e in grazia dei miei pigri contributi.
Andy abita nella via di fianco: con la barca a vela rossa o a piedi può all'occorrenza intervenire, se e quando la cucina scricchiola, si scompone o chiede aiuto.

Non rimane che cucinare, tocca a me, niente scuse ormai... devo sistemare le stoviglie poi le spezie e poi le piccole cose di pessimo gusto che abbiamo tutti e a cui siamo affezionati.

L'ultima volta che ho cucinato seriamente è stato da Daniela, alias Povera Pazza.
Lei mi ha ospitato, i suoi fornelli pure, di corsa è andata anche a prendermi un ingrediente, nonostante fosse il lunedì dopo Pasqua.

La ricetta è raccontata da Daniela, alias Povera Pazza, nel suo di lei blog in questo post.

E non rimane che augurare un buon fine settimana...

mercoledì 18 maggio 2011

Dinosauri e altri animali

Dinosauri, animali strani, anche orridi, all'occorrenza chiassosi e da me sempre ignorati.

Nel jurassico della mia vita credevo fossero il frutto di fantasie giapponesi, tipo Gozzilla, poi è arrivato Spielberg e allora i dinosauri sono diventati quadrupedi della porta accanto, con tanto di sequel e gadget.

Ma che ci sia stata e ci sia ancora una qualche ragione per considerarli materia di studio per bambini in età scolare faccio ancora fatica a crederlo.

Sono i miei pregiudizi da europeo dell'area €uro. Matilde li ha studiati un intero trimestre l'anno scorso e Jacopo a stento pronuncia dinosauri nella sua lingua madre, preferisce un più minaccioso dainosarrrrrr.

Leggo da qualche parte che a Crystal Palace Park ci sono dei dinosauri, in forma di statua e pertanto - e sottolineo pertanto - decidiamo di fare una visita, in compagnia di Valeria per un totale di tre adulti e quattro bambini.

Da queste parti più di cento anni fa si tenne un Expo e per l'occasione fu costruito un palazzo di vetro, poi distrutto da un incendio, che diede il nome all'area.
Ci si arriva in treno o con la Overground in una stazione vittoriana in mattoni, gigantesca e sproporzionata, che fa molto set cinematografico.

E si è subito nel parco e prima di arrivare in una pianura di verde c'è un laghetto con una ventina di enormi sculture di dinosauri, che emergono dall'acqua, che camminano sulla riva, che si inerpicano verticali o che riposano orizzontali.
Questi mostri* dai nomi ormai familiari hanno un'aria un po' vecchiotta, sembrano datati... e lo sono perché non sono lì da un decennio ma da ben centocinquant'anni.
Il mio preferito è quell'obtorto collo che si sta facendo un eterno bagno nello stagno, per gli annali un teleosaurus (forse).

Probabilmente al visitatore del secolo diciannovesimo dovevano fare meraviglia, per quanto fossero riproduzioni scientifiche o presunte tali, mentre al visitatore attuale, abituato a ogni genere di mostruosità, fanno persino tenerezza e si vorrebbe pure salvarli dalle intemperie e dagli inverni della perfida Albione. I giardinieri qui manutengono i mostri oltre che le aiuole.

Splendido parco comunque, dove i genitori amanti del cazzeggio possono limonare o litigare tranquilli mentre i figli giocano nei playground con la sabbia e gli attrezzi in plasticazza (dalla forma degli scheletri dei sauri).

A Crystal Palace Park tra qualche giorno in compagnia di sedici bipedi in età scolare festeggieremo il compleanno di Matilde ma ahimè su questo esercito di bimbi io e Cristiana dovremmo tenere gli occhi aperti... per litigare avremo poi il divano a disposizione nel silenzio della casa.

*opera di Benjamin Waterhouse Hawkins ma non senza l'aiuto del biologo paleontologo Sir Richard Owen.

domenica 15 maggio 2011

L'Ora del meridiano di Greenwich 16.11

Incontro Fawzi Karim alla Qattan Foundation.
Non so chi sia, ma l'idea di andare a sentire un poeta iracheno che presenta una sua nuova pubblicazione all'interno del più importante ente culturale palestinese potrebbe essere una di quelle cose tipicamente snob che vale la pena vantare.

Oltretutto appena fuori dalla metro di Earl's Court c'è un negozio palestinese, forse l'unico di Londra, che vende za'tar, halloumi... insomma può scattare pure l'acquisto del prodotto locale.

Dicesi snob infatti la persona che ostenta e sottolinea la propria superiorità sociale, attraverso le cose che fa e che dice di fare, oppure la persona che aspira a tale superiorità, ma che rimane intimamente volgare (nel pezzo che segue indicherò con scioltezza nomi e luoghi come se degli stessi sapessi tutto o quasi).

Appartengo un po' a questa definizione, devo ammetterlo; anche solo perché ogni occasione ha un certo dress code, un atteggiamento calcolato da tenere, amicizie da sfoggiare, il chi sei e il che cosa.

Pazienza se assisterò ad una mattonata di poesia e pure in lingua araba.

Con aria leggera entro con Cristiana alla Qattan, dove Omar in pantaloni di tela e camicia ci saluta in italiano, poi mi porta a vedere l'installazione di Ayed Arafah, un artista palestinese: sacchetti di plastica pieni d'acqua che pendono dal soffitto, che esemplificano l'assoluto controllo che Israele ha delle risorse idriche palestinesi.

Cristiana mi mostra il cortile interno, intanto con in mano due bicchieri di vino rosso prendiamo posto, ci sono una quarantina di persone, la stanza è piena.

Fawzi Karim legge in arabo, io chiudo gli occhi per trasformare in ritmo una lingua sconosciuta; un attore rilegge in inglese.
Quattro poesie, quindici minuti in tutto, infine Fawzi si alza con un sorriso e noi tutti applaudiamo.

Ha quasi settant'anni, dal settantotto vive a Londra, dopo avere lasciato Bagdad e l'Iraq di Saddam Hussein.
Del dittatore dice: "Un albero maligno piantato da noi intellettuali negli anni cinquanta, quando cercavamo di definire la nostra vita come una lotta tra le diverse ideologie, soprattutto di sinistra. Noi abbiamo preparato il terreno a Saddam. Noi siamo responsabili".
E poi ancora: "Noi dovremmo imparare a trattare le ideologie non come religioni secolari, da accettare ciecamente e da usare come armi, ma solo come interessanti letture, da mettere poi sugli scaffali. Per questo abbiamo bisogno di tempo e di pazienza e per un iracheno il tempo è come l'acqua..."

Lo guardo, mentre con la mano che trema, mi scrive due righe di dedica, piccolo, quasi dimesso ma elegante, la voce rauca, le rughe, la vecchiaia spesa in un paese straniero e la nostalgia profonda della sua città (i caffè saturi di fumo, le piazze piene di gelsi, le strade...) sembra uno di quei passanti anziani e occasionali che si vedono sulle strade di Bagdad, di Kabul, di Ramallah e di Gaza, nei reportage della BBC.

Non c'è nessuna cattiveria in questo uomo e non parla di politica; un poeta è, credo, come un grande giornalista: registra, informa e poi interpreta la realtà e in più intrattiene.

Una lezione di stile, in versi e in quindici minuti. Per tutto il resto (Iraq, Palestina e altre amenità) c'è un intero vocabolario da cambiare.
Il fra snob

mercoledì 11 maggio 2011

Italians: interview 010

Vedo Gaia al Monmouth Cafè di Covent Garden, mi aspetta seduta sulla panchina all'ingresso.
Ci salutiamo poi proviamo ad entrare, il locale è molto piccolo, il caffè molto buono, ma non troviamo posto. Così optiamo per il Jazz Cafè all'interno di Foyles, la più grande libreria del centro: ordino un cappuccino e lei un succo di frutta.

Inizio con uno stereotipo, quello della ragazza borghese, benestante, che a un certo punto scopre l'amore per la pasta fatta in casa, che è qualcosa di popolare, casereccio e forse poco borghese. Non è un po' radical chic?
Ho sempre lavorato nella comunicazione (tredici anni).
Sapevo di volerlo fare e credo di avere fatto la scelta giusta. Ma la comunicazione è il mestiere del tutto fumo. Infatti sono ad un bivio. Mi sono dedicata a questa passione per la cucina che può diventare importante ma voglio anche continuare a fare il mio mestiere, in una direzione che Londra mi permette: sui contenuti, le storie e la creatività...
Una passione nata come?
Da una classica famiglia italiana, che ha passato la tradizione di cucina, attraverso la mamma, la zia e la nonna, le cene delle ricorrenze... io ricordo ancora le ricette.
Il mio approccio operativo è stato per soldi, quando mia mamma invitava a cena gli amici, otto dieci e faceva il risotto. Se lo seguivo mentre lei intratteneva gli ospiti mi dava cinquemila lire e io lo rimestavo per i suoi 18 minuti
Prima il risotto poi?
Ho cominciato con il risotto poi a tagliare l'arrosto...
E quali tipi di risotto?

Risotto con i porcini freschi, la mamma andava al mercato da due o tre contadini... che mi davano le carote e mi dicevano che facevano venire gli occhi belli; poi anche il risotto radicchio e salsiccia, quello agli asparagi...
Cucinato come?
Faccio il brodo niente dado, il soffritto, poi il riso, il vino e il brodo...
Torno alla tua domanda però sullo stereotipo... sì ci sono persone così, che pensano alla cucina come una moda, in realtà ne ho viste tante, a Torino li chiamerei i sabaudi... io ho sempre lavorato, la cucina e’ un di più...
Fino a che punto è un di più? Come convive la passione della cucina con il mestiere della comunicazione?
Io lo vedo come un possibile business ma voglio anche continuare a fare il mio mestiere e qui ho provato come si può farlo bene, posso lavorare su grosse cose e togliermi anche degli sfizi
Il tuo blog si chiama No Kitchen Orphan, un titolo che esprime una volontà di proseguire e recuperare, ma perché secondo te ci sono orfani di cucina?
Non vorrei suonare antifemminista ma alcune cose si sono perse per colpa delle donne.
Con il dimostrare di essere brave, se non più brave nel lavoro, nel business, abbiamo perso le nostre qualità in cucina, ma una bella donna elegante e brava sa anche invitare e sa cucinare.
Dove sono andate le donne?
A fare carriera e dimenticare la parte più familiare di sé: il sapere essere donna.
Le signore di Modena mi hanno insegnato a fare la pasta, la generazione dei nati negli anni 60 e 70... e poi ci sono quelle come me... io ho scoperto che avevo un forte bisogno di qualcosa di tangibile, il cervello dopo un po’ stanca, la cucina rilassa...
Non c'è il rischio che qui a Londra anche la cucina sia una moda?

Noi abbiamo la nostra cultura... preferisco cucinare a casa... quello che mi piace di Londra è l'accessibilità, la scelta e l'eccellenza nelle varie cucine. Vale la pena spendere per un grande giapponese e per un ottimo italiano.
Qualche nome?

Locanda Locatelli, Bocca di Lupo, L'Anima
E perché la cucina giapponese?

Ho vissuto a Vancouver (costa pacifica) ero lì per la tesi, amici da tutto il mondo, tra cui un coreano Jim che era appassionato di Giappone e mi ha introdotto agli udon, poi sono venuta qui e a Londra vedi... quello che Londra è.
E che cosa è Londra?

Quando sono venuta a Londra mi son resa conto che Milano e Roma sono provincette, anche Torino è proprio una provincia, qui ho scoperto un mondo fatto di mondi... L'unico motivo per cui un po’ mi manca l'Italia è proprio l'idea di provincia... a Londra gira un mondo grande dispersivo, a cui non sempre sento di appartenere.
Fino a che punto l'appartenenza non diventa una necessità?

Certo... io sento la necessità dell'appartenenza: sono venuta a Londra con Oscar, abbiamo realizzato che non vogliamo tornare indietro e dobbiamo fare parte di Londra, ci siamo abituati ed affezionati. Qui c'è un mondo pieno di stimoli, di tornare in Italia ripenseremo più avanti, magari per la pensione?
Il senso di appartenenza è parte di un mondo in cui sono cresciuta: il quartiere, il bar con il barista, il verduriere sono quei punti di riferimento. In tre anni e mezzo qui a Fulham è cambiato tutto talmente tanto che per quanto sia il mio quartiere non mi sento ancora a casa...
Il solito al bar non esiste...

Sì davvero questo è l'unica cosa che mi manca eh sì tutto il resto pesa dalla parte del negativo, Londra significa opportunità per me e per Oscar.
Dimmi i posti di Londra che ti piacciono di più, che fai vedere agli amici?

Il Columbia road flower market,
la domenica mattina, incontri i londinesi, la gente colta creativa, le signore dal pollice verde, coppie giovani, la Londra della domenica mattina
Ronnie scott,
tutti passano da lì
Il parco di Clapham
, una zona che sto guardando: grosso parco centrale, mix di tipologie umane, un po' borghesi... poi sai gli inglesi hanno un modo di gioire, sanno rilassarsi nel week end... ecco l'inglese che esce con i bermuda e i flip flop è proprio da weekend inglese, la birra con gli amici il venerdì sera...
Dimmi una parola a favore della cucina inglese, che io non riesco ad amare...

Mah no dai! io mangio nei ristoranti british... la cucina inglese sa di materia grezza, il pork belly e le mashed potatoes il massimo nella goduria... ma non tutti i giorni! ...sono proprio sabauda!

Sorrido con lei all'idea delle attitudini sabaude rimaste o meno alla radice del nostro essere italiani: i savoiardi sono rimasti ma sono ormai biscotti demodè.

Divagazioni a parte, ci salutiamo pecorrendo insieme un pezzo di Charing Cross Road e scopro che finiamo sempre con il parlare di cibo. Uno stereotipo che piace ad entrambi.

Per saper di Gaia cliccare nokitchenorphan.

domenica 8 maggio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 15.11

Da qualche giorno vado al lavoro in bicicletta.

Non so per quanto ancora resisterò alla sella dura, ai cambi rotti, alle ruote mezze sgonfie e alla lunga salita di Berry Road che mi svuota le energie.

Venerdì ho preso il P13, che mi ha portato al lavoro quasi un'ora dopo, contro la mezz'ora di pedalata alla Fra.

Il P13 è un bus. Non un double deck, ma un parallelepipedo corto e rosso, un po' scassato, che si muove lento, molto lento, tra New Cross Gate e Streatham.

Attraversa le strade interne di Pechkam e Dulwich, fermandosi durante il tragitto nel parcheggio di ben tre supermercati.
All'andata delle otto del mattino ci salgono studenti di tutte le età, che mangiano cibi troppo odorosi per le mie narici italiane e al ritorno delle due pomeridiane sale ogni possibile campionario umano, povero, ai margini o alla periferia della città o di se stessi: anziani che devono fare la spesa, uomini che faticano a camminare e hanno le stampelle, quelli fuori di testa che parlano da soli o che seguono la musica in cuffia.

Salgono seni enormi e culi immensi, che sbordano dai sedili e occupano il corridoio, sudate propaggini di corpi fuori controllo tirano il fiato e si distendono con i loro sacchetti e i trolley stracolmi.

Capita spesso che le donne anziane salgano sul P13 e poi si accorgano di avere sbagliato direzione: s'affannano d'improvviso dopo essersi rilassate invano, e recuperano energia residua aggrappandosi al bastone e ad ogni possibile appiglio, infine corrono dall'autista.

La pazienza è un dovere per chi guida il P13, perché l'autista si sente uguale alla gente che trasporta, una specie di angelo con la faccia di un Caronte.

Nel viaggio di ritorno sono quasi l'unico viso pallido, ma non resisto alla voglia di vedere gente e liberare parole, opere e omissioni e chiudere così un po' di capitoli che ho in testa.

Per pensare infatti devo farmi trasportare, rimbalzare insieme al bus, guardare i passeggeri che si posizionano sui sedili come goffe lumache e diventare lumaca.

Sperimento una certa cattiveria come se il P13 fosse una calibro 9, il target è antropologico e nel centro del mirino ci metto tutta la varia umanità possibile, e mi domando se tutto quello che mi circonda o quasi possa trasformarsi in un aneddoto, in un racconto, in una storia.

Il P13 è uno dei viaggi possibili dentro Londra, un autobus che dalla collina di Dulwich potrebbe decidere di volare, seguire la scia di uno dei tanti aerei che tagliano il cielo della città e finire su un titolo di tabloid: P13 takes off, landing on a caribbean island.

Bah! Ho letto molto questa settimana, probabilmente troppo: fiumi di cazzate (cose farlocche dice Eugenio Mastroviti) su Obama e Osama, le elezioni amministrative, la vittoria del partito indipendentista in Scozia, la tenuta dei Conservatori, la pesante sconfitta dei LibDem di Clegg e del referendum sul nuovo sistema elettorale.

Cose che inevitabilmente passeranno, che salgono e scendono dalla cronaca, per poi sparire nel buio come goffe lumache.

Il fra

mercoledì 4 maggio 2011

Matilde on school journey


Matilde è in gita quattro giorni e tre notti, fino a venerdì, giorno del suo nono compleanno.

Ora dato che "going on school journey is an important part in your personal and social development" noi, un po' preoccupati e sempre secondo i consigli della scuola (in foto), le spediamo pure una lettera: Matilde Strocchi, Margaret McMillan House, Gravensend Road, Wrotham, Kent.

Il programma elenca con precisione anglo-elvetica gli oggetti da portare, ben venti, mentre la vestaglia da sera e gli stivali Wellington "would be good to send if you have it but do not buy especially for the trip".
Figlia di tanto padre Matilde ha la vestaglia, i boots anche, ma non Wellington.

Poi i consigli pratici (solo alcuni):
"Please do not send your child with new shoes that might prove to be unconfortable".
"Please put a label on the outside of your child's luggage with his/her name on it. This will make it much easier finding cases at the end of the week";
quello che invita a stare leggeri: "Only put as much luggage in the case as can easily be carried unaided by its owner. The dormitories are a short walk from the car park.
e "Cuddly toys are very welcome".

Adoro queste frasi così british: una lingua precisa che dice tutto in quattro parole, pragmatica e per me, così prolisso, del tutto inarrivabile.

E infine le attività:
Team Challenges, Night walks(!), Hike, Archery, Tyre Course, Orienteering... washing yourselves daily and making our beds...

Da far contento mio suocero Andrea: fanatico di scoutismo, robustezza fisica, sfide al sole senza creme, prove pratiche e machismi vari; ma da far preoccupare me, che già intravvedo una gita a Kandahar con un aereo della Raf e un weekend alle Falkland per imparare a cucinare l'asado.

Comunque: essere responsabili dei propri oggetti personali, decidere se spendere o risparmiare, tenere la stanza in ordine, farsi il letto, lavarsi i denti al mattino, comportarsi bene a tavola, farsi regolarmente la doccia, scrivere una lettera ai vecchi, rispettare la privacy, i sentimenti e gli stati d'animo altrui, dare valore alle differenze, essere un buon timekeeper, prendere decisioni in autonomia, essere pazienti, lavorare in gruppo e occuparsi degli altri...

...sono noiosissimi buoni propositi (mai visti elencati così in dettaglio in nessun vademecum di una gita scolastica delle elementari) che potrebbero però portare i figli alla piena autonomia e lasciare noi genitori alla solitudine della vecchiaia... fatti i conti se i figli uscissero di casa a diciottanni, avremmo forse l'occasione di un'altra vita.

Sto delirando?

The adults will care for you and will help you when you get stuck. They will always be there if you need them.

domenica 1 maggio 2011

Displacement

Displacement: la sensazione di non essere a proprio agio a casa propria o in un luogo familiare del proprio, anche recente, passato e quindi sentirsi altrove.

La sindrome di cui sopra ha forse colpito Cristiana ben più che il sottoscritto e si è materializzata a Troutbeck House con la cucina ormai montata ma intoccabile e priva di luci e lo strato sottile di polvere bianca.

Questo giro d'Italia non mi è piaciuto: le feste comandate non aiutano, il tira e molla delle location altrettanto. Tirati e lasciatisi tirare tra Veruno e Candelo, siamo scoppiati, fino a trovare pace di coppia e furore di sensi solo alla tavola de Il Timone grazie a una sequenza di memorabili antipasti di pesce seguiti da un piatto di gnocchetti ad hoc.
Pietro si è dedicato a noi una sera e chissà che davvero noi non si apra un ristorante a Londra insieme.

Bisogna trovare un centro mi ripetevo (e mi ripeto), il solito quello della gravità se non permanente almeno di parziale durata.

Veruno è un blocco edipico che io non sblocco e a Candelo c'è troppo disordine: io mi confino nei bagni a leggere duemila noiosissime novelle e penso ad altro.

Meglio viaggiare lungo l'Italia; meglio preparare un pranzo per Daniela (alias Povera Pazza) e da Daniela (sempre Povera Pazza) e osservare il mondo dal suo terrazzo; meglio distendere lo sguardo tra le colline novaresi al volante di un auto a noleggio; meglio accendere il camino con la scusa della mezza stagione e poi aprire le finestre perché fa improvvisamente troppo caldo.

Non posso costruire un centro di gravità stando a Londra, ma non sono in grado di costruirlo nemmeno "in presenza". Quando sono in Italia infatti, di base a Veruno, sono sparpagliato, dislocato, mi persuado e mi dissuado, tutto da solo, dentro un labirinto di (auto)analisi, né Teseo, né Minosse!

Cristiana
scaccia i suoi fantasmi e fa quello che può per aiutarmi; per fortuna i bambini sono sempre felici: gli spazi, il verde, i coetanei, i nonni e gli animali abitano tutti dentro il mito e l'innocenza del viaggio in Italia.

Mio padre è l'inerte guardiano della casa e di ogni cosa che mi appartiene e non parlo degli oggetti, che hanno vita più lunga della nostra.
Tra domande mal poste e risposte mal date io e lui non abbiamo nulla da dirci perché nulla ci accomuna, ad eccezione del sangue, dove le radici affondano, albero da albero, ramo da ramo.
Tocca a me insomma: gestire il rapporto o il conflitto è cosa ardua, ma non c'è alternativa.

Al punto che per un po' me ne starò a Londra, asciugherò qui le mie piume oppure con un unguento aromatico curerò le mie invisibili ferite e Cristiana con me.

Andy martedì darà gli ultimi ritocchi alla cucina, poi nuovi menù, cene, pranzi e angeli alla mia tavola.

Il passato è una terra straniera.