domenica 24 aprile 2011

Le uova nel cappello

Ok vado in Italia, solita pigrizia, non più di due cose in un bagaglio a mano.

Cristiana si materializza sulla mia spalla destra o sinistra come un pettirosso dagli artigli affilati, un promemoria vivente e semiserio; io intanto prendo quel che trovo e lascio quel che trovo dietro me.

Dimenticherò l'essenziale ma la sua gonna corta nera di cotone dovrei averla presa.

Pranzi, cene, Edipo Re, Edipo a Veruno, i biglietti sul comodino, il mondo interiore, il mare nel cassetto, le mille bolle blu, e poi, come dice Paola, sigaretta lunga in bocca:
"L'unica cosa certa è che viene sera."

Buone vacanze.

*Noi ci vediamo domenica prossima, ma noi chi?

mercoledì 20 aprile 2011

Italians: no interview

Condizione della singletudine è l'essere soli per un periodo lungo (anche molto lungo) o breve (anche brevissimo), ma è propria degli uomini, un certo tipo di uomini: quelli che confondono l'autonomia con la solitudine e viceversa, quelli che hanno un mondo interiore talmente forte da lasciarlo solo intravedere, secondo un calcolo o una strategia.

Sono seduto con Danilo a The Oak, dalle parti di Portobello Road, esattamente un anno dopo il nostro primo incontro.
Lo intervistai allora e ne venne fuori un testo, che non piacque nè a me e -credo- nemmeno a lui.

Se volessi riassumere, con freddo rigore, potrei dire che Danilo lavora per un'importante banca d'affari inglese e che, con l'arrivo dell'estate, approderà poi ad un'importante banca d'affari italiana.

Una cosa che un anno fa desiderava, non ancora in modo esplicito; non si tratta per Danilo di tornare in Italia, a Milano, ma di andarci per la prima volta.
La sua carriera si è snodata all'estero, prima ad Amsterdam poi a Londra: ora servono i ritmi della vita italiana, la città, la vespa, il weekend al mare o al lago, il caffè e il ritmo nostro di mediterranei.

L'ho intervistato la scorsa settimana, ma il microfono ancora una volta non ci ha portato a nulla di realmente spontaneo.

Posso provare a riferire di tutto quello che ci siamo detti a microfono spento, ma sono cose che riguardano la nostra generazione, quella mia e di Danilo, che troppo alle prese con se stessa ha dimenticato di cambiare il mondo, tranne forse quello attorno a sé, dove pare comunque si possa sempre iniziare.

Dimenticavo. The Oak è un posto dove vale la pena andare, le pizze sono buone, la migliore mangiata qui: sottile e croccante e asciutta come un grissino, al pomodoro e mozzarella e enormi foglie di basilico. Il personale è in parte italiano.

domenica 17 aprile 2011

Domenica di coppia

Coppia senza figli (in Italia dai nonni) per le vie del centro, perchè Londra notoriamente ne ha uno.
No sbagliato: Londra ne ha più di uno, ma accade che l'euforia turistica si concentri a Oxford Street e al Madame Tussauds: un quattro stanze al costo di venti pound con orario d'entrata e (lunga) fila d'ordinanza.
Alla signora Tussauds va il premio marketing: nulla di più inutile di venire a Londra e vedere delle statue di cera, eppure si muove, anzi muove milioni di turisti.

Senza essere troppo alternativi, ma bianchi e british, si può solo incrociare Oxford Street e intravedere il Madame Tussauds camminando da Bond Street Tube Station* lungo James Street fino a Merylebone High Street, poi da Baker street fino a Myfair. Facile no?

Due ore di passeggiata abbondanti con soste comprese, una punta di invidia, (ma poi per cosa?) ma anche un certo divermento.
Al The Natural Kitchen si mangia organico e biologico. Indimenticabile l'ingresso di famiglia aristocratica in pausa domenicale: lui in giacca di tweed grigia e pantaloni del pigiama, il filgio in giacca di tweed grigia e pantaloni del piagiama, la figlia in golfino di tweed grigio, gonnellina occasionale e ciabattine. Non manca il cinquantenne con la giovane accompagnatrice, in scollo a v azzurro dai gomiti lisi.

Dopo un concentrato di carote e un piatto misto di verdure dal nome eloquente (detox) si esce con lo stomaco che invoca del gluttamato di sodio. Visitiamo negozi di design (che Cristiana stronca), tutti un po' classici e troppo cari.

Baker street,
se percorsa a passo serrato, conduce verso Grosvenor Square, dove imponente come la sede di una qualche servizio segreto innominabile, l'ambasciata americana fa mostra di sè: vetrate e cemento armato, tanto quanto le guardie agli ingressi, lungo la facciata le cinquanta bandiere degli stati, come tante tshirt colorate. Un aquilotto abnorme in cima all'edificio... più che un'ambasciata sembra una pezzo di una portaerei pronta a fare fuoco (!).

Vagamente intimoriti raggiungiamo Mount Street... le case sono rossastre, splendide, girano taxi e auto di lusso decappottabili e i soliti cinquantenni in camicia azzurra.
Diresti che si assomigliano tutti: un gruppo di cloni con pancetta e zazzera grigia, orologio d'oro e denti bianchi, evidentemente felici.

Conduit Street: Vivienne Westwood, Issey Miyake e Yoshi Yamamoto, curioso guardare come i clienti comprano, i giapponesi sopprattutto, così timidi e discreti.

A Soho compriamo delle ciotole di miso, non importa se abbiamo già la casa piena di ciotole: sempre e solo nei dettagli scopriamo di essere ridondanti.

Poi la serata finisce a casa di David con gli spaghetti alla bolognese.

La favola dimostra che la coppia senza cucina e senza figli non ha un centro (come Londra).
*sul lato di James Street da vedere St Christopher Place

mercoledì 13 aprile 2011

Horace, Margaret and so on.

Horace era forse un muratore o un elettricista, un messaggio lasciato ai posteri e all'intonaco, un momento di pausa... decifrare manoscritti o graffiti riguarda i filologi: il punto esclamativo significa qualcosa e sarei pure disposto a lasciare la scritta, ma Cristiana mi fulminerebbe.

Eliminata la cucina anni novanta, che a sua volta eliminò un camino eduardiano di cui sono rimaste solo le fondamenta, eliminato un idraulico idiota, eliminati alcuni vecchi tubi del gas che spifferavano veleno, siamo rimasti io (latitante), Cristiana (housemaster) e nell'ordine:

Andy il falegname con una BMW rossa usata e pagata cento pound, che sta facendo la cucina e che in nostra assenza si occuperà della casa, del gatto e delle relazioni sociali;

Mr Brown, l'elettricista, che trova strane tutte le installazione elettriche che vogliamo in casa e con un sorriso maligno ci dice "are you sure?" ogni tre parole;

Andrea
e i suoi aiutanti (muratori e piastrellisti), che non si sa come, fanno tutto in fretta ed in poche ore.

L'obbrobrio anni novanta si è cumulato davanti a casa, ma passanti occasionali e armati di trapano si prendono un pezzo per volta e quel che rimane finirà con la mia proverbiale indolenza nel contenitore dei rifiuti.

Noi senza cucina si esce a cena e si ricapitola la giornata e pure il futuro, si rientra poi a casa abbastanza esausti, vagamente satolli: il ristorante indiano di New Cross Road sa come riempire gli stomaci.

Con un misto di sadismo e un tocco di masochismo guardiamo su Channel Four "Supersize vs Superskin", un programma che nel nostro caso mostra una cicciona e una anoressica che si scambiano la dieta.
Agghiacciante, ma lo guardiamo fino alla fine (su un corpo obeso e' terribile far indossare reggiseno e mutandine coloro carne!).
Di tutte queste storture alimentari i responsabili sono i genitori, alcolisti nel caso della cicciona, ossessionati dalla bellezza nel caso della anoressica.

Riflessioni con tazza di the sull'essere genitori e quasi litighiamo: perché Matilde al telefono risponde a sillabe e Jacopo invece racconta nei dettagli, di chi è la colpa?

Cristiana e Tinkerbell crollano definitivamente su Margaret Thatcher, documentario di Yesterday Channel.

Conveniamo entrambi che una donna in Italia non diventerà mai primo ministro per una ragione molto semplice: perché è donna in Italia.

domenica 10 aprile 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 14.11

Quando i capitoli iniziano spesso con una descrizione del tempo atmosferico alberi cielo vento e temperature, il romanzo mi risulta mortalmente noioso.
Ultimamente non riesco a finire neanche un libro: li impilo tutti sul davanzale della finestra che mi fa da comodino.

Ma dato che sono indulgente solo con me stesso, non posso fare a meno di parlare della primavera, degli alberi in fiore lungo le strade di Londra, del cielo azzurro di questi giorni, del vento della sera eccetera eccetera eccetera.

Ieri ho incontrato un amico italiano in bermuda e maglietta color pastello, elegante ma per fortuna senza infradito ai piedi: italiani a Londra sì, ma con stile; ci siamo presi un caffè seduti all'aperto, io, come al solito nero vestito, sentivo appena un certo tepore.

Per le vie del centro la nudità è leggera e se i turisti italiani o mediterranei camminano con gli arti coperti e lo zaino, i londinesi invece esibiscono carni bianche flaccidine ed un po' sudaticce, effetto marmellata al sole.
In prossimità dei parchi i corpi si rilassano completamente e si prende il sole come in spiaggia. Qualcuno fa esibizione di sé, ma la folla inghiotte tutto: anche il bipede più eccentrico.

A King's Road gira il ricco borghese, l'europeo un po' snob, l'informale chic: caviglie a vista su sandali in pelle, occhiali da sole, chiffon, camicie bianche su jeans, passeggini accessoriati, furore di dettagli ed accessori. Non si vede una coppia di colore neanche con il cannocchiale.

D'obbligo la visita alla Saatchi Gallery, metri cubi sprecati dove va in onda l'arte dei collezionisti da portafoglio, vuota e senz'anima: tele enormi, mostruosità tridimensionali che hanno il valore che l'economia di mercato ha assegnato loro. Il talento sta nella bulimia, la cultura altrove.

L'urbanistica di Kensington e Chelsea però restituisce alla bellezza le giuste geometrie; a rendere nitidi i contorni ci pensa appunto la giornata di sole.

Nei quartieri di periferia invece si cammina a torso nudo con le cuffie, le ragazze indossano spolverini, impazzano gli infradito, i fianchi splafonano e i bambini girano solo con il pannolone indosso.
Il cibo a buon mercato nutre i copri più del dovuto, si mangia camminando e si posa il culo non appena manca il fiato. Le etnie impazzano, i neri soprattutto, musiche ad alto volume, macchine accessiorate, unghie lunghe e colorate, dettagli in evidenza e kitsch fuori moda, ma in piena street fashion.

Dovunque il pudore passa in secondo piano: vince la giornata di sole, vince il weekend, ci si veste come vuole e ci si veste per l'aria aperta. Tutti gli angoli del corpo, grassi o magri che siano, hanno diritto di godere la primavera: un'aria da trionfo democratico, una cosa di popolo.
Forse il sole è il più democratico dei pianeti e aprile il meno crudele dei mesi.

"Non hai idea come sia la primavera a Londra" mi ha detto un ragazzo pakistano in un bar di Shoreditch "diventa calda e lunga e piena di sole, se vuole". In realtà abbiamo parlato d'altro ma una nota sul tempo non deve mancare mai in una conversazione occasionale.

Osservare la varia umanità, a cui beninteso si appartiene, è un esercizio meno noioso che parlare del tempo atmosferico, ma tenere lo sguardo orizzontale non basta.

Virginia Woolf amava passeggiare per la città nelle sere d'inverno, proprio quando il freddo spingerebbe chiunque ad affrettare il passo verso casa.

Insieme alla città degli uomini però convive anche la città verticale, quella degli edifici e degli alberi, che ci sta attorno e che ci sovrasta.

E con questo invito ad alzare lo sguardo dovunque siate concludo, se facessi un qualche passo in più, scivolerei goffamente su qualche luogo comune.
Il fra
*Dimenticavo: Buona Pasqua a tutti; il Meridiano con la scusa di una serie di festività al di qua e al di là della Manica ritorna l'otto maggio, dopo lungo e immeritato riposo.

venerdì 8 aprile 2011

El Consolador de la Republica das Bananas

Decidiamo che è ora di fare i passaporti ai bambini. Non che in realtà ci servano, ma è uno di quei simboli di  appartenenza che da 'immigrati' sentiamo il bisogno di avere.

E' l'inizio di gennaio, e comincio a confrontarmi con le pagine 'passaporti' del Consolato Italiano a Londra

Nonostante creda di padroneggiare piuttosto bene la lingua italiana, molti punti mi risultano oscuri e la procedura non molto chiara. Si possono chiedere informazioni via email, ma alla mia email nessuno risponde. Si può telefonare (dalle 2 alle 4 due volte a settimana), ma alle mie pur lunghissime telefonate nessuno ha mai risposto. Decido allora (ho altra scelta?) di seguire la procedura consigliata e di prendere un appuntamento via sistema telematico. 
Prima data disponibile: alle 11.24 del 1 Aprile. Prendere o lasciare.

Preparo con cura tutti i documenti - ho tre mesi di tempo.... - e il 1 Aprile mi reco con Jacopo al prestigioso indirizzo di Belgravia Square. Ingenuamente penso 'se l'appuntamento è per le 11.24, meglio arrivare per tempo, saranno fiscali al minuto!' e alle 11.15 varco la soglia. 

Dopo i controlli all'entrata passo alla sala passaporti: in coda, prima di me, almeno 40 persone. 
Schiatto di malumore a pensare che dovrò passare la giornata intera lì dentro con Jacopo, che all'una dovrebbe anche andare a scuola. 

Nel frattempo, allo sportello, si sta per materializzare una tipica scenetta all'italiana...me la godo.
Dopo aver fatto richiesta per il passaporto del figlio ed essersi visto arrivare (a Brighton) un passaporto con 'bambinA' invece di 'bambinO' il padre qui presente è dovuto ritornare a Londra per rifare il documento da capo. Non paghi del disturbo arrecato, allo sportello gli stanno richiedendo la delega della moglie (evidentemente rimasta a Brighton) che lui aveva già presentato per fare il passaporto poi annullato! 
Il signore - che probabilmente pensa di essere finito o su Scherzi a parte o su Marte - non riesce a capacitarsi di tanta follia burocratica e cerca con insistenza il supporto dei compaesani in attesa. 
Alla sua richiesta di un n° di fax (forse per far mandare la delega?), l'impiegato risponde che il numero è appeso allo sportello ma che è meglio che sia il signore stesso a scriverlo con le sue proprie mani così se sbaglia non è responsabilità dell'ufficio! 

L'impazienza mi sale dalle scarpe e decido di chiedere spiegazioni sulle procedure: ma dopo quanto tempo mi danno i passaporti dei bambini per esempio? informazione impossibile da recuperare via internet.

L'impegata all'entrata mi dice tre mesi. Decido che non vale la pena passare la giornata lì dentro per poi aspettare altri tre mesi e vado verso l'uscita dove chiedo alla guardia l'indirizzo per poter spedire i documenti via posta. 'Ma suvvia signora, è venuta fino a qui. Aspetti, mi dica come si chiama che la faccio passare!'

Velocemente passo in rassegna le mie possibilità: 
1. indignarmi e uscire (e poi spedire tutto per posta); 
2. approffittarne; 
3. far finta di niente, con galanteria andarmene e poi spedire per posta. 
Opzione 3 scartata immediatamente, passo alla 2. Fornisco il mio cognome e ritorno con aria indifferente nel girone dantesco. 

Dopo pochi minuti allo sportello fanno il mio nome, non posso crederci. Ma ormai qui sono e vado fino in fondo. Cerco di imprimermi sulla faccia un'aria tipo 'scusate ma ho una malattia pazzesca e devo per forza passare davanti a tutti' o simili e mi avvicino. 
L'impiegata raccoglie i miei documenti, mi guarda e dice: ma lei deve fare due passaporti. Però ha preso solo un appuntamento, quindi le posso fare solo un passaporto, mi spiace è il regolamento! 
Ecco, ora su Scherzi a parte ci sono io!

Nonostante dentro di me stia montando bile e controbile e stia pensando a quale parte del bancone sbranare per prima, decido di fare faccia da schiaffi e vedere come va a finire. 
E infatti va finire all'italiana: i passaporti me li fa tutti e due e che anzi, me li consegnano direttamente venti minuti dopo, fatti e finiti.

Alle ore 12.30 passo il confine italiano e mi godo Belgravia Square.

*Trovate qui un articolo sul Console: elogi sul centralino automatico e altre amenità.

mercoledì 6 aprile 2011

In my shoes

Le scarpe... per quest'anno non voglio più calzare alle feste comandate o anche solo occasionalmente un quaranta e mezzo con tacchi ; basta! perché i ciliegi giapponesi (ma davvero?) stanno per fiorire, le giornate si allungano e madre natura non mi ha dato i piedi di una geisha.

Sabato, mentre Cristiana stava mettendo i cartelli direzionali fuori dalla porta, una macchina ha rallentato e parcheggiato davanti a casa, scendono due signori, uno dice:
"Scusi che cosa fate qui? un open studio?... Noi abitavamo qui al 22, cinquanta anni fa con i nostri genitori, che adesso vivono a Norwich..."
Stupore collettivo, breve visita e mancia augurale di sette pound.

"La casa da fuori è brutta, però quando entri cambia...".
Così una inglese dal viso rattrappito e capelli neri ha apostrofato Troutbeck House durante l'open studio di domenica, alla faccia del politically correct.
Ho guardato la punta delle mie scarpe che si sono strette e per cinque minuti ho calzato un trentotto, soffrendo pene inenarrabili, poi la tipa è uscita e le scarpe si sono rilassate.

E così la prima exibition è trascorsa, in attesa della prossima che faremo con CTRLZAK, prego informarsi, seguiranno dettagli.

domenica 3 aprile 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 13.11

Francesca Stavrakopoulou, Senior Lecturer del Dipartimento di Teologia e Religione dell'Università di Exeter, esperta di Bibbia, ha ideato diretto e condotto Bible Buried secrets, in onda alle nove di sera sulla BBC2.

La serie in tre puntate ha raccontato come le recenti scoperte archeologiche possano cambiare l'interpretazione del testo biblico: se Dio abbia avuto una moglie e se gli Israeliti credevano a un unico Dio; se Re Davide sia esistito e quanto grande fosse il suo regno; sul Giardino dell'Eden che la Dr. Stavrakopoulou ritiene sia realmente esistito.

Difficile immaginare una giovane docente di Teologia e Religione condurre sulla RAI in prima serata un programma sulla Bibbia, intervistando storici archeologi e religiosi e arrivando alle conclusioni a cui è arrivata la Dr. Stavrakopoulou.

Credo che il nodo dell'informazione si sciolga qui: non importa che opinione si abbia, importa argomentarla (nel senso che importa anche l'argomento!), fornire prove, mettere a confronto pareri, ma sempre portando avanti una tesi originale e personale.

I programmi della BBC, l'ho già scritto, non sono interrotti dalla pubblicità... perché scopo del servizio pubblico è informare, meglio presentare delle informazioni e la pubblicità non informa, serve a vendere, non presenta fatti e opinioni ma suggestioni, inviti, illusioni.
Legittimi ma commerciali e portatori di interessi, i consigli per gli acquisti sono in naturale contrasto con l'idea del servizio pubblico.

Penso quindi che la campagna da fare non sia "non pagate il canone RAI", ma piuttosto "togliete la pubblicità".
Il servizio pubblico, come la scuola e la sanità, si paga con una tassa, il canone. In quanto pubblico è neutrale, ma la neutralità consiste proprio nel fornire punti di vista diversi.
E a furia di par condicio, per esempio, in Italia la politica è uscita dalla tivvù, diventando avanspettacolo, e con la scusa di non poter esprimere opinioni, non si danno neanche più informazioni e prevale la cronaca... e non intendo quella nera o grigia, ma proprio il resoconto cronachistico, la morbosità del fatto e sempre più raramente l'approfondimento..
I problemi sono altri e non stanno solo nella cronaca.

La scure dei tagli alle spese e al personale cadrà presto sulla BBC intera (come su altri settori pubblici del Regno Unito) ma il carrozzone RAI senza l'introito pubblicitario verrebbe sfasciato, gli interessi da toccare sarebbero troppi e via raccomandando, sindacando, politicizzando e in ultimo disinformando.

Paragonare un telegiornale inglese, guarda caso in onda solo su uno dei 4 canali pubblici, la BBC1, con quelli della RAI è puro masochismo e come noto io appartengo invece alla categoria dei sadici: dovrei infierire ma non lo faccio**.

Intrattenere non significa sempre fare spettacolo... ai miei tempi (odio l'espressione, ma ormai...) ai tempi cioè delle prime erezioni dentro il pantalone della tuta, quello con le strisce, restavo alzato fino alle ventitré per vedere su Raidue Il Cappello sulle Ventitré.
Tra un'intervista e l'altra, la signora di turno faceva strip tease... Rosa Fumetto e una certa Diva Terminus, che sapeva di trivio latino, ma molto provocante... l'ora in cui l'erotismo non era ancora peccato, tanto l'indomani si andava a messa.

Non so dire se quella fosse cultura, di certo era qualcosa di ardito e, per uno strano paradosso, era un programma che non suscitava clamori, semplicemente andava in onda, eppure Diva Terminus si spogliava fino al terminus.

Quello che abbiamo bisogno oggi è mettere a nudo ben altro che il corpo, ma piuttosto stereotipi, rendite di posizioni, privilegi, interessi e caste. A costo di ferite profonde, questo fa l'informazione.
Ma di quante Dr Stavrakopoulou avremmo bisogno per arrivare a tanto? e di quante Diva Terminus? Quest'ultima -s'intende- dopo le ventitré.
Il fra
*qui i bananarama live da Il cappello sulle ventitré
**per il masochista che il sadico non infierisca è cosa ancora più sadica!