mercoledì 30 marzo 2011

Italians: interview 009

Eugenio Mastroviti potrebbe interpretare il ruolo di Nicolas Eymerich, l'inquisitore di Valerio Evangelisti; saprebbe rendere il tratto intransigente, lui direbbe calvinista, del prete domenicano.
Come ogni personalità che si rispetti Eugenio parla di sè con razionale lucidità, mette in ordine e
risponde raccontando aneddoti ed episodi, come fossero parabole laiche.

Lo incontro al Nellie Dean, Soho e di lui conosco il blog In minoranza, politico, arrabbiato: opinioni che hanno il pregio raro di mettermi di fronte a ipotesi diverse, al dubbio che mi possa sbagliare.

Iniziamo a parlare nel chiasso del pub, mi dice che è molto stanco e che la settimana al lavoro è stata pesante; gli avventori al tavolo del biliardo e attorno a noi rendono quasi impossibile la conversazione.

Qualche giorno fa sul tuo blog parlavi di Libia e di Cameron. Il governo italiano prima dice che sono affari interni poi interviene...
Ecco, dirò una bestemmia, ma a un certo punto non è che dobbiamo dare rilevanza internazionale alle prime proteste di piazza che capitano, in quel momento erano affari interni della Libia.
Non dico che bisognava comunque starne fuori, né comunque impicciarsi dal primo momento: se la situazione precipita e il governo inizia a far guerra alla propria stessa popolazione civile allora è giusto intervenire – anche se a quel punto spesso molti cosiddetti pacifisti cominciano loro a dire che si tratta di affari interni. E io mi diverto a prenderli in giro, facendogli eco e dicendo che democrazia e diritti umani sono per i bianchi...
Nel caso della Libia, ci sono anche altre considerazioni, ci sono risorse che dovunque si trovino sono patrimonio di tutti e da cui dipende la vita di tutti... se domani il governo brasiliano dà di matto e brucia la foresta amazzonica è una cosa che ha conseguenze su tutto il pianeta!
Che cosa intendi?

Ci piaccia o no il petrolio è vitale, se tu tagli l'afflusso di petrolio rendi più caro tutto il resto. Il petrolio è una risorsa planetaria che tutti hanno il diritto/dovere di mantenere.

Insomma i Libia i contratti non sono firmati in Bahrein sì...

No, piuttosto bisogna non fare andare in fumo il flusso di petrolio, chiunque abbia i contratti.. il problema della Libia, del Bahrein... non si può rischiare che vengano messi a fuoco i pozzi di petrolio.

Un'opinione in minoranza...

Mi ci trovo meglio, ma sul serio, non come quello snob di Moretti.

Da dove viene questa passione politica?

Dall'Italia... ma sono qui con mia moglie da dieci anni ormai, sono nato e cresciuto nella Murgia e a Bari ho studiato fisica.
E' passione politica o impegno civile?

Non c'è differenza tra impegno politico e civile. La politica è un modo per organizzarsi e cercare di vivere meglio, è stata formalizzata nel balletto tra desta e sinistra... l'impegno civile non è diverso. Servono entrambi per capire che quello che penso io lo pensano anche gli altri.
E
hai trovato una minoranza?
Sì, però per fortuna non riconosciuta
e
scrivi...
Da un anno a questa parte ho poco tempo e sono molto oberato, lavoro nella City, mi piace molto e il mio tempo si misura in minuti...
Tua moglie?

Stiamo insieme da vent'anni... qui a Londra l'ho trascinata io, in Italia faceva la supplente, oggi lavora per la Zoological Society of London.... e fa un dottorato, ma non le piace Londra. Io lavoravo nel settore pubblico (scrivi così meglio stare nel generico), un mondo di piccoli feudi e meschinerie.
C
on il senno di poi...
Avrei dovuto farlo dieci anni prima...perché ho lavorato male e vissuto male...
Q
uindi?
Mi dicono che sono calvinista... lavorare meglio significa vivere meglio.
Dal profilo facebook dichiari di essere ateo... adesso calvinista... rigido insomma.

Sono un calvinista ateo: Calvino era un fondamentalista, bruciava i dissidenti a Ginevra, io sono calvinista solo nel senso che il lavoro è una parte importante della vita e ne dà forma.
Mi viene in mente una scena di Palle d'acciaio, Danny de Vito fa il middle manager parla a più telefoni per volta alla fine esasperato butta giù i telefoni e urla: mi state uccidendo... e alla persona seduta di fronte dice adoro questo lavoro... poi nel film muore d'infarto cinque minuti dopo.
Stai attento, perché se dici di fare la vita di Danny de Vito!

ah, per combattere lo stress ci sono i gatti, la casa, la bicicletta, Lisa.
Beh finalmente un nome a questa moglie...

Ci siamo conosciuti durante la Pantera, nel '90 '91... devo dire che la politica estremista ha lo stesso ruolo che ha l'alcol per gli studenti inglesi, senza non puoi dire di aver fatto l'università...
Protestavamo contro la riforma del ministro Ruberti e l'aumento delle tasse universitarie... con il senno di poi avremmo fatto bene a concentrarci più sull'accesso universitario (enti per lo studio e tasse) e meno sulla collaborazioni privati università.
D
unque eri di sinistra...
Ero un giovane di sinistra... ingraiano, anima bella tra le anime belle. Ingrao è sempre stato in minoranza, molto a sinistra, con una visione socialista dello stato senza compromessi, ma ebbe il coraggio di distaccarsi dall'osservanza sovietica.
E
oggi? sei ingraiano? stiamo parlando di un ritratto a parete o di un ritratto vivente?
Di un ritratto a parete: oggi non potrei lavorare nella City.
A
ppunto, calvinista ateo igraiano e lavori nella City? come fai?
Ancora con una battuta di Churchill... se non sei socialista a vent'anni non hai cuore, se sei socialista a quarant'anni non hai cervello.
Poi ti rispondo con una barzelletta... C'è un tizio al bar e seduta di fianco a lui una signora molta bella che beve un cocktail, e il tizio dice: scusi signora per cento euro me la darebbe?
La signora scandalizzata urla: ma come si permette! Il tizio dice che non intendeva offenderla ma dopo un po': e per mille euro me la darebbe? La signora sempre più alterata urla: non si permetta più, basta!
Dopo un po' il tizio torna alla carica e dice: e per un milione di euro me la darebbe?
e la signora: beh per un milione di euro... E il tizio sospira: ecco, vede signora, le puttane ci sarebbero, sono i soldi che mancano!

Mmm insomma Parigi val bene una messa?!

Dal mio punto di vista la City è il canto della sirena, mi ha sempre attratto il mondo delle banche... c'è competizione e meritocrazia spietata.
Ti trovi bene?

Se sei cazzuto, fai una carriera sfolgorante se non sei cazzuto vieni licenziato.

Adesso anche cazzuto, non solo calvinista...
Devi essere bravo per fare quello che fai nella City, ci sono dei paletti o li salti o te ne vai. Non li imporrei al mercato del lavoro generale, ma mi sta bene un'arena ristretta in cui si può scegliere di mettersi in gioco totalmente, senza rete.
E tu?
I go where the action is
...

E Ingrao? La sinistra che fine ha fatto?
La sinistra nasce da un malinteso tra due sinistre, una economica e una sociale. La prima parla di ridistribuzione del reddito, di uguali opportunità e di ammortizzatori sociali; la sinistra liberale, quella dei Whigs, non di Clegg, parla di pari dignità sociale e di pari diritti civili; sono due Sinistre non equivalenti... per chi era di sinistra prima del'89 risultavano equivalenti ma oggi quando Cameron, un conservatore, parla in difesa delle unioni civili la sinistra va in crisi...
Mi dici un posto di Londra vostro...

La nostra casa a Northolt e poi forse The Spaniard's Inn, un pub ad Hampstead, l'atmosfera, c'è pure il fantasma del 16° secolo...

Dico "vostro" nell'ultima domanda perchè Lisa ci ha raggiunti al pub e con l'arrivo di lei, ho l'impressione che Eugenio ritrovi una certa calma, un certo agio.

Eymerich
scompare in dissolvenza, resta il nocciolo ingraiano e si finisce chiacchierando noi tre di molte e varie cose.


Tornando a casa penso a mio padre, democristiano doc, che una volta mi disse: Eh di gente come Ingrao non se ne vede più...

domenica 27 marzo 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 12.11

Gayle e Londra, anzi Gayle a Londra, nell'East, quello degli artisti, a due passi da Regent's Canal, che divide Tower Halmlet da Hackney; la casa a Wadeson street, quando entrai la prima volta, sul tavolo arance pomodori e un martini.

Gayle che mi porta da Liberty, a Borough Market, al Browley by Bow Center, che parla del Columbia Flower Market, di Spitafield, di Broadway Market.

Gayle che conosce la città come periferia e dettaglio, come un insieme di posti, quotidiani, raggiungibili e fuori dagli stereotipi: la cafeteria di Victoria Park, i noodles di Mr Lo, la Libreria italiana di Ornella, Goodwins court, il Lounge Lover...

Faticoso seguire il passo veloce di Gayle, lo scatto dei capelli, financo lo sguardo; la vita di un artista poi non è facile, non bisogna solo far quadrare i conti, non basta essere giovani e belli e non basta vivere a Londra.

Parlare della bellezza di Gayle sarebbe troppo facile, se non passasse attraverso un costante sottrarsi all'apparire, se non fosse la vivente espressione di uno stile sobrio, quasi diselegante, fuori moda.

Di episodi legati alla sua bellezza ne conosco troppi, per non cascare nel clichè. Ma la bellezza è un'arma a doppio taglio: da servirsene e da scansare, esiste ma passa e può distrarre dal vero talento.

E il talento di Gayle, come la sua bellezza, difficile dire dove sia: se nella natura o nell'artificio, nel particolare o nell'insieme, nell'intero o nel residuato.

Quando la vedo (e la vedo ormai troppo poco pur abitando nella stessa città) penso a lei come a un'archeologa della contemporaneità.

Nelle sue fotografie si fissano paesaggi che sono stati o diventeranno siti archeologici, senza tempo e datazione, paesaggi fatti di resti di plastiche e di cibo, ingrandimenti di materiale scartato, finito nell'oblio del rifiuto, dello scarto.

Prima di diventare fotografie quei paesaggi sono stati ceselli e sculture fragili ed effimere, fatti di tagli e odori, messi insieme con la memoria e con gusto enciclopedico.

Infine la pulizia formale, le cornici, i colori e i supporti: il risultato finale dei suoi lavori è di estremo buon gusto, un'estetica pulita e lineare.

Esattamente quella bellezza che ama mostrare e condividere dei posti di Londra e quella tutta sua... informale, elegante e unica.

A lei abbiamo dedicato la prima mostra di Troutbeck House.
Il fra
Qui il sito di Gayle.

venerdì 25 marzo 2011

Venerdì con Valeria e un viaggio in taxi

Valeria divide il mondo tra comunisti e non comunisti; per lei appartengo ai primi... per quanto io abbia votato quasi tutto (si diceva un volta) l'arco costituzionale, prima dell'ottantanove ero ancora minorenne.
Per lei forse sono radical no chic, quelli che dicono di stare dalla parte del popolo e poi girano in cachemere. Boh.

Ormai di politica faccio parlare gli altri e sto a guardare, ma con una leghista in casa esercito l'amicizia, che resiste alla bile celtica.
Valeria è compulsiva anche in politica, ma nello shopping si supera: stamattina mi ha chiesto di cercarle l'indirizzo di Balenciaga e di Victoria secret. Ho obbedito, ma Victoria secret apre a Londra nel 2012.
Incredula, ha urlazzato un "non ci credo" e intanto faceva la colazione ai bimbi... per tutto il resto c'è la carta di credito.

Mentre rientro dal lavoro, mia figlia mi saluta dal pulmino della scuola, va a prepararsi per lo spettacolo di street dance... affretto il passo verso casa, chiedendomi che cosa mai lei, creatura leggera, penserà di me, creatura pe(n)sante.

Verso le tre prendiamo l'Overground, uscita Hoxton: il 32 di Geffrey street, una porta, la vernice bianca che copre la scritta letters; a piedi lungo Hackney road, al 205 il graffito enorme del coniglio. Io ho voglia di fermarmi in qualche negozio ma dobbiamo raggiungere lo studio di Gayle a Mare Street, London Fields.

Qui Jan ci recupera con il suo taxi: i suoi due figli, io, Cristiana e le foto di Gayle... in velocità di crociera verso White Chapel; da un negozio di ferramenta una donna esce smangiucchiando una coscia di pollo, poi Jan si infila nel Rotherhithe tunnel.

Cielo azzurro, gente in bermuda e infradito: come al solito basta una giornata di primavera tiepida per fare di Londra un isoletta dei Caraibi.

A casa la gatta si infila nei pluriball, le foto appoggiate al muro in attesa che qualcuno li appenda e Jacopo che prima di uscire deve sempre fare pipì...

All' Albany Center ogni volta che i ballerini sul palco si sdraiano immobili, Jacopo mi chiede: ma dormono o sono morti?
La musica riprende (quel nocciolo duro/non è semenza)

e buon fine settimana!

mercoledì 23 marzo 2011

Pies e numeri primi

Le patate e la carne trita sono due numeri primi in cucina, sono ingredienti separati, poveri di spirito, nutritivi per talento naturale, nel piatto tangenti ma non in copula gustativa.

Eppure tale matematica si stravolge nella cottage pie e nella shepherd's pie, la prima con trita di vitello, la seconda con trita di agnello.

Ora che dire del fatto di preparare la trita a parte, rovesciarla in una teglia e poi stendere sopra le patate bollite?

Si soddisfa un bisogno di sazietà, ma la vista non ne è appagata... insomma il risultato è rozzo e per quanto cerco di imbellettare la portata, non mi riesce di trasformarla in qualcosa di semplicemente elegante.

Le antipatiche considerazioni di cui sopra si devono al fatto che in questo periodo non mi riesce di cucinare molto bene e riverso la bile su questa cucina monotona e che si accontenta di troppo poco.

E accontentarsi sarebbe anche una virtù: sandwich, tea, fish and chips, pie... però una virtù che non riluccica.

Capita tutti i giorni di vedere bambini che appena escono da scuola si tuffano ad ungersi le dita nei deli a colpi di alette di pollo e patatine, a casa poi non so che mangiano: cioccolato e cheerios davanti alla tivvù.

Sto diventando moralista, non va bene, poi mi compro schifezze pure io, quasi tutti i giorni.

Esco a incontrare Gaia...

domenica 20 marzo 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 11.11

"Sai che oggi vado a scuola in pigiama?"
Non le rispondo, ormai non mi sorprendo più.

Il diciotto marzo per il Red Nose Day, tutti o quasi (automobili comprese) giravano con un naso di plastica rosso da pagliaccio, un'intera nazione a raccogliere fondi per enti e istituzioni benefiche. Alla Edmund Waller School andava in scena una giornata di lezione in pigiama (party), di vendita di torte e di buoni propositi.

Qualche giorno fa Matilde scende a fare colazione vestita da scolaretta vittoriana: cuffia, camicia bianca con pizzi, grembiule domestico e gonnellone grigio alle caviglie.
Rimango a bocca aperta qualche secondo, mi parla di trip in una scuola vittoriana, mi dice che ha paura che la maestra usi la bacchetta sulle dita, che deve quindi lavarsi le mani meglio del solito. E' molto eccitata e non vede l'ora di andare.

Tra qualche settimana andrà in gita tre giorni con la classe nel Kent, in una sorta di adventure playground, quindi si divertirà e imparerà a gestirsi da sola.

L'anno scolastico qui va da settembre a luglio, è diviso in tre Term (quadrimestri), ogni cinque settimane di frequenza si fa una settimana di pausa ed in ciascuno dei Term Matilde studia argomenti e soggetti diversi: l'Inghilterra vittoriana poi l'India e adesso gli Egizi...

Nel mio passato scolastico gli Egizi si studiavano alle elementari, alle medie e al Liceo, in un crescendo di dettagli; i dinosauri invece venivano confinati in un'era indefinibile e liquidati per quello che erano: ritrovamenti ossei mortalmente noiosi. Qui sono oggetto di studio al pari dei Celti.

La storia così mescolata non capisco se sia frutto di un metodo diverso e se la nostra mediterranea consecutio temporum degli eventi sia più utile della confusione temporale che si fa da queste parti.
Mentre di certo vedrò mia figlia vestita da Iside incamminarsi verso al scuola walking like an egyptian, non vorrei che in futuro Nefertiti venga scambiata con l'eccentrica secondogenita della regina Vittoria.

A livello teorico mi ha sempre affascinato l'idea di far studiare la storia e l'arte al contrario, cioè a partire dal contemporaneo: i bambini potrebbero trovare più comprensibile Andy Warhol di Fidia, più osservabile l'Inghilterra dell'Egitto; come tirar fuori la creatività dei più piccoli se non attraverso l'oggetto, il gioco, l'espressione, il colore? però...
... non riesco ad uscire dal mio sistema educativo e mi scopro, come dire, un tradizionalista conservatore.

Ammetto che mi viene la nostalgia della maestra, che noi italiani chiamiamo sempre per nome come la mamma.
La mia si chiamava Adriana e da lei so di aver imparato molto di più che nozioni elementari; Olga e Antonella hanno insegnato a Matilde come scrivere bene e un certo senso dell'ordine che l'ha molto aiutato nei suoi due anni di scuola inglese, il primo con Mr Naught poi con Miss Henson.

Il nostro sistema scolastico* rende robusti e meno farfalloni; si tratta di capire fino a che punto quelle nozioni diventino utili.
Ho l'impressione che la differenza stia qui: nella semplificazone inglese la nozione viene resa un oggetto visibile e quindi comprensibile, non solo: si insegna lo spirito critico, si insegna ad avere un'opinione.

Noi resistiamo alle novità, rimaniamo piuttosto fedeli a noi stessi, a tutto quello che dobbiamo trasmettere in grazie della nostra millenaria cultura.
Ossessionati dalla dimensione storica, non affrontiamo il contemporaneo: come si può studiare la Seconda Guerra Mondiale senza conoscere le Guerre Puniche e Annibale? Meglio pontificare su Augusto e Carlo Magno che andare a impelagarsi con fascisti e partigiani. Il nostro passato recente è ancora troppo politicizzato, ambiguo... insomma un nervo scoperto.
Di certo non mandiamo i figli a scuola in pigiama e vestiti da carbonari o mazziniani in gita a Teano per celebrare l'Unità d'Italia!
I plessi scolastici non prenderebbero neanche in considerazione l'ipotesi liquidandola come bizzarra, figuriamoci i genitori...

Però potremmo adottare in Italia le cartelle leggere come buste A3 che si usano qui e far leggere più libri, commentarli e disegnarli e non più soltanto interpretarlo: insomma non solo chi è Pinocchio ma anche se piace e perché.

Nella perfida Albione a rendere meno pesante (nel senso anche letterale del termine) l'impatto con la scuola per i bambini e per le famiglie libri quaderni e matite sono forniti gratuitamente a casa si porta solo il quaderno dei compiti.

Perchè non avvicinare i due sistemi e gettare il cuore oltre l'ostacolo delle Alpi e le correnti della Manica?
Ne parlerò alla maestra Adriana, ammesso che dopo quasi trent'anni mi riconosca ancora.
Il fra
*Però i tassi (non gli animali) di abbandono scolastico al duemilanove tra l'Italia (19,2%) e l'Inghilterra (15,7%) sono simili, comunque sopra la media europea (14,2%): il problema ancora c'è e probabilmente non è solo legato al metodo.

venerdì 18 marzo 2011

Il secondo giorno del centocinquantesimo anno (con Gaber)

Ricordo che chiesi a mia madre chi mai fossero le prostitute libiche che cantava Battiato in Sentimento nuevo.
A me davano l'idea di tettone coperte di veli pronte ad ogni virtuosismo erotico, ovviamente di stampo dionisiaco... e non era tanto la parola prostituta, era l'aggettivo libiche che mi eccitava e non poco!

Lei se ne uscì con una spiegazione sul nostro passato coloniale; appresi con orgoglio che ne avevamo uno (che spiegava perché certe vie cittadine avessero nomi come piazza Tripoli e via Bengasi).
Seppi poi che i genitori di una mia compagna delle elementari fuggirono di corsa da Tripoli, al posto del re salì al potere un colonnello, tale Gheddafi; più tardi conobbi una signora avanti con l'età chiamata Evora, dal nome di un fiume libico, attorno al quale il padre combattè.

Solo l'estate scorsa la carnevalata della visita di Gheddafi a Roma, per la firma del Trattato di nonsoche: allora lessi i resoconti ironici della stampa inglese.
Da queste parti il Colonnello è inviso per la strage di Lockerbie e le centinaia di vittime di quell'incidente.

Ieri in quattroequattrotto con (in)credibile solerzia arriva una risoluzione Onu per l'intervento militare aereo, Francia in testa e Governo inglese dietro*: la Libia è una terra di contratti petroliferi e l'oro nero non puzza, anzi ha il profumo della libertà.

I ragazzi del Bahrein possono quindi continuare a protestare e anche a farsi ammazzare, lì i contratti sono già stati firmati.

L'Italia offre le basi aeree; nonostante i privilegiati rapporti con Gheddafi, ci tocca calare le braghe: prima parevano affari interni della Libia, poi sono diventati problemi internazionali, tra poco dolorosi cazzi nostri.

La storia, in silenzio, come una donna dalle vesti fruscianti, ci sfiora; difficile capire se siamo dentro o fuori, dove accada e quando, se sia solo nei titoli di giornali o anche nei nomi di persona, insomma nel nostro quotidiano.

Jacopo ieri ha guardato con me quel signore stanco ingobbito e quasi centenario pronunciare il discorso del centocinquantenario, e ha urlato "Guarda il Bis!".
Giorgio Napolitano assomiglia un po' al (Bis)nonno Mario; era lì in piedi pallido impacciato un novantenne ex comunista tra un ex fascista e un senatore ex-qualcosa.**
Non una donna su quegli scranni... quando le donne prenderanno in pugno l'Italia, allora magari cambierà qualcosa.

Pensiero del giorno dopo, come una chiacchierata davanti ad un espresso, nella pausa lavoro, a ridosso del weekend.

Buon fine settimana.
*sulle figuracce di Mr Cameron e soci un post illuminante qui.
** e se bastasse Gaber per spiegare tutto quando canta...

mercoledì 16 marzo 2011

Il trecentosessantacinquesimo giorno del centoquarantanovesimo anno

Mi chiedo che cosa ci sia da festeggiare, a parte la solita dose di snobismo, a parte gli articoli sui giornali inglesi, a parte quelli che in facebook mettono il tricolore nella profile picture, a parte le mie lacrime di coccodrillo.

Non mi ricordo di avere mai studiato la storia del Risorgimento: siamo sempre stati tiepidi con il nostro passato recente, forse perché a Porta Pia in fondo non abbiamo aperto alcuna breccia, forse perché per venti anni abbiamo avuto una dittatura finita male e da dimenticare.

Non è che l'ultimo passato glorioso che abbiamo avuto è quello dell'Imperatore Adriano? quell'età di mezzo tra la fine del paganesimo e l'inizio del cristianesimo?

Leggo che al suono dell'inno nazionale c'è chi scappa e va a bersi il caffè, pare che costoro abbiamo una tradizione celtica... quando i Romani portarono gli acquedotti in Britannia, i Celti che la abitavano cagavano in una ciotola e gettavano la merda fuori dalla finestra così l'odore almeno non stava nella capanna.
Provengo da una civiltà diversa: a Matilde l'ho spiegato, Jacopo è troppo preso con i dinosauri per capire dove mi piacerebbe mettere il sole celtico.

Giornata in cui Matilde ha rotto un vetro scagliandovi un sasso, non l'ha fatto apposta eccetera... e nell'eccetera sta tutto il resto, tra cui "che cosa avremmo fatto con quei soldi".

Giornata in cui un tipo che fa una ricerca sugli stranieri che vivono a Lewisham è venuto ad intervistarmi e mi sono sentito italiano a Londra nonostante qualcosa... e non so che cosa sia quel qualcosa (l'ho trattenuto a cena rifilandogli trota salmonata, in celtico rainbow trout, rosso delle donne e vino aromatico delle Cantine Conti, tiè).

Giornata in cui Facebook mi ha dato dei capogiri: non mi capacito dell'utilità del mezzo, eppur lo uso e me ne drogo (ho ritrovato vecchi amici, ma non potevamo trovarci in un altro modo?).

Intanto il Giappone affonda e noi, in attesa che il nucleare diventi apocalittico, dimentichiamo i morti perché show must go on.

E la nave va (da centocinquantanni ormai).

domenica 13 marzo 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 10.11

Bringing Italy to London, recita così lo slogan de La dolce vita, fiera di food drink style travel and property al Businnes Centre di Islington, uno dei quartieri più posch di Londra.

Sul manifesto lo stereotipo dei due tipi in vespa con l'aria appunto da dolce vita, come se mezzo secolo non fosse passato e un grazie sempiterno a Fellini, amen.

Entro e sulla destra un palchetto con il logo della Galbani, sulla destra in un angolo dell'area soppalcata il chiosco della Nutella, al centro della sala i caffè gratuiti della Kimbo e le macchinette da cucina della DeLonghi.

Giro tra un quarantina di stand: i prodotti della Basilicata promossi dall'Unioncamere, il comune di Riccione con la sua offerta turistica, le agenzie immobiliari della Toscana e Italy for Sale, Property Seminar (un incravattato con il microfono spiega come acquistare casa nel Bel paese), l'oleificio abbruzzese, i dolci di Capri... Jody Scheckter (ex campione ferrarista degli anni settanta) che fa la mozzarella di bufala in una fattoria delle campagne inglesi, grazie, credo, al know how del personale italiano (e ai miliardi).

Una fiera senza anima, senza obiettivo. Quale è il target? Chi è il fruitore, il cliente di questa manifestazione? Come si può mettere la Galbani, la Ferrero e la DeLonghi (già presenti nei supermercati inglesi) con produttori locali di consorzi di vino e i dolciai siciliani. E Jody Sheckter che nella sua brochure dice: "In Italia i bufali non circolano liberi e non pascolano all'aperto..." come nella sua fattoria, che cosa c'entra?!

L'impressione è che gli interessi stiano da un'altra parte, mentre in fiera va in scena l'organizzare tanto per organizzare e lo spendere i soldi senza una vera e chiara politica di promozione.

Jody Scheckter, né la Galbani, né la zuppa con il pan bagnato, o la scarpa con la zoccola promuovono il made in Italy, ma piuttosto equivoci e luoghi comuni, un evento che non cerca clientela di settore ma mostra interessi consolidati o di corporazione a tutela soltanto di sé, anziché del prodotto, della gente che ci lavora, del "fatto in Italia".

Vado ai tavoli del Consorzio Nebbioli Alto Piemonte e saluto Elena e Paola Conti. Scambio con loro opinioni ed idee sulla fiera e intanto mi offrono l'Elixir, una bottiglia di boca aromatizzato, un vino da conversazione strepitoso. Un po' di disillusione, ma anche tanta energia: la voglia di emergere nel mercato inglese, la necessità di trovare un distributore, i locali giusti, i nomi giusti, il bisogno di andare oltre l'italietta degli interessi.

Eppure qui ci amano; gli inglesi sanno che in fatto di cibo siamo insuperabili, quasi un oracolo, ma non basta più, come non basta più la dolce vita, il lascito e la rendita del boom economico degli anni cinquanta*.
Perché non siamo più l'Italia, siamo un pezzo d'Europa nel mar mediterraneo, non siamo solo eredi di una storia millenaria, non siamo solo pizza, Armani e cioccolata. Ma ben di più; che cosa siamo però?

Centocinquantanni di una festa che non ci importa e non sentiamo, perché non sappiamo che cosa celebrare, perché la pizza non si festeggia, ma si mangia e perché la dolce vita -Fellini insegna - può anche diventare una tragedia o un enorme pesce agonizzante sull'arenile di Ostia.

Timothy Ash in un articolo sull'Unità d'Italia finisce così: So, happy 150th birthday, (dis)united Italy. We love you. And we urgently need you back in the vanguard of the great ancient and modern project that we call Europe. After all, you invented it.
Bevo un caffè: l'urgenza di essere un paese all'avanguardia! mettono i brividi parole così. e mi vengono gli occhi lucidi.

"Tutto bene Francesco?"
"Sì, sì... sai, sono le lenti a contatto..."

La solita bugia, come fossi antani prematurando la supercazzola...**
Il fra
*per un classifica di (quindici) cultural exports o stereotipi basti l'Indipendent qui; il solito articolo di costume del Corriere qui
**e tanto per confermare la tesi dell'assenza di idee e degli stereotipi, quel bamboccione di Christian De Sica fa il prequel di Amici Miei. Che pirla! Un bell'articolo qui.

giovedì 10 marzo 2011

Prospettive

Vado in lavanderia a ritirare i due tappeti che ho comprato pochi giorni fa a Gerusalemme.

La signora - dall'aspetto potrebbe essere pakistana - me li consegna e dice 'pure beauty'!
'Where did you get them?'
'Jerusalem' rispondo io, ma noto uno sguardo interrogativo...
'Where?'
'Jerusalem... Palestine...Israel....'
Mi guarda come avessi nominato un pianeta dell'undicesimo sistema astrale.

Siamo sempre convinti di essere al centro del mondo. Ma di mondi, per fortuna, ne esistono molti...

mercoledì 9 marzo 2011

Sono complicato, ma non su Facebook


"Il suo stato di famiglia mi sembra complicato".
"E allora scriva complicato".

Avevo risposto così ad una donna stipata dentro un ufficio al neon dell'Ospedale di Biella che non trovava la giusta definizione anagrafica al bipede neo padre che aveva davanti.

Matilde
era nata da qualche ora, ma io e Cristiana avevamo residenze diverse, non eravamo sposati, né divorziati, né conviventi e così finimmo nella casella Altro, quella con i puntini...
Non so che cosa quella infelice (ne aveva l'aria) abbia poi scritto sul pezzetto di carta e che grado di travaglio burocratico abbia patito il documento, ma da allora per quel bisticcio, tanto io quanto il mio stato siamo complicati.

Anche in rete It's complicated è un Relationship status e da qualche parte ancora mi qualifico così.

Però dopo aver letto che Facebook è diventato la causa principale di divorzi almeno negli Usa (ma anche in UK non si scherza), non serve stare più attenti, siccome lì vanno in onda quotidiane relazioni e cazzeggi vari, le coppie e/o le amicizie finiscono con scivolare su qualche dettaglio e la vita virtuale di Facebook è fatta di dettagli.

Tutto quello che è reale sparisce nel virtuale, ma che importanza ha! Che cosa è mai il reale?

Per esempio un collega all'asilo dove lavoro mi ha chiesto l'amicizia, ho ovviamente accettato: lo trovo più simpatico su Facebook che quando lo incontro dal vivo.
Sicché la nostra è un'amicizia virtuale ma anche reale, da qualche parte insomma esiste.
L'amicizia sembra un'altra cosa. Secondo uno studio oxfordiano, nella vita reale non possiamo gestire più di 150 amici, dopo ci sono conoscenze ma nei social network siamo un po' amici di tutti.

Ovviamente razzolo male, nonostante le mie reticenze, mi sono messo in Facebook e il mio status, autorizzato non subitissimo da Cristiana, è in domestic partnership with...
in traduzione letterale rapporto casalingo di natura pantofolara (picca libera per tutti un passo fuori da casa), o anche rapporto addomesticato? il contrario è in wild partnership with, una cosa da catene e fruste?

Finisco sempre con il riempire moduli o davanti ad infelici impiegati dell'anagrafe o davanti a schermi azzurri e luminosi come i sogni.

domenica 6 marzo 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 09.11

Un po' di più di mezzo pound è quello che il contribuente ogni anno paga alla Regina Elisabetta per l'esercizio del suo ruolo e dei suoi doveri di rappresentanza.

Apparteniamo anche noi quattro alla categoria; pertanto l'equivalente di un cappuccino annacquato con schiuma di latte flottante e un brownie finisce nelle tasche di Sua Maestà, la quale è certamente ricca di suo (ha un immenso patrimonio personale) e del mio cappuccino farebbe volentieri a meno a vantaggio di un fumante the con le amiche.

Comunque la faccenda è seria e si chiama Civil List, ovvero il contributo che il governo dà alla Regina (in vigore dal 1760!) in cambio della gestione patrimoniale delle proprietà della Corona, ammonta a 7,9 milioni di sterline, è congelato da decenni e non basta più per tirare avanti la monarchia.

Il governo vuole abolire o quasi la Civil List e restituire parte della gestione patrimoniale alla Corona stessa. Quest'ultima cosa è rischiosa, perché la famiglia reale potrebbe recuperare un peso maggiore sulle scelte politiche dei governi e condizionare il potere legislativo del Parlamento.
Per alcuni un passo indietro rispetto all'orizzonte repubblicano, per molti rispetto alla solida e rodata monarchia costituzionale.

La discussione è aperta, il governo di coalizione diviso; qui non c'è di mezzo il mio cappuccino annuale ma si toccano i fondamenti della democrazia d'oltremanica.

Ovviamente io sono anche un contribuente italiano; con spocchia potrei dire che pago le tasse due volte, ma è cosa buona e giusta e non ci posso fare niente, a meno di sparire dalla scena fiscale del mio paese.
Giusy
, la mia commercialista e nota pallavolista, sarebbe contenta, ma tra le cose della mia patria non rinnego nemmeno la denuncia dei redditi e i suoi surrogati.

Tra i surrogati c'è la destinazione dell'otto per mille del mio gettito irpef*.
Io da anni non esprimo una scelta, ma nel momento in cui non decido a che istituzione religiosa destinare la mia donazione, il mio otto per mille viene ripartito comunque in base alle scelte espresse dagli altri.
A favore della Chiesa cattolica devolve* solo il trentacinque per cento dei contribuenti, ma per il meccanismo della ripartizione delle scelte non espresse è come se devolvesse* il novanta per cento dei contribuenti, tra cui quindi io! 991 milioni di euro anziché i 300 milioni e più che le spetterebbero (dati del 2007).

Tralascio di entrare nel merito dell'utilizzo, dico solo che nonostante lo zucchero delle pubblicità, alle opere per il terzo mondo va solo l'otto per cento dei proventi e quasi il cinquanta alle esigenze di culto: per esempio il restauro del seminario di Biella che non ha più nessun seminarista.
Il grasso evidentemente cola**.

Dunque a parte che mi conviene esprimere una scelta (sono indeciso tra chiese avventiste del settimo giorno per via del nome e lo Stato), l'otto per mille è uno spreco di risorse ed uno scandalo che uno stato laico non può tollerare a meno di una evidente connivenza con gli interessi del Clero. Per non parlare dell' ICI che la Chiesa cattolica non paga, nonostante i tanti immobili sul territorio italiano e non tutti adibiti a culto.

In Inghilterra le confessioni religiose, qualunque esse siano, si arrangiano a raccogliere soldi e pagano le tasse.

Posso anche dare a Elisabetta quello che è di Elisabetta, a Cesare quello che è di Cesare, ma di dare a dio quello che è di Cesare proprio non mi va.

Perché non fare qualcosa? e se non ora, quando?
il fra
*bisognerebbe studiare grammatica fiscale, gettito/contribuente/devolvere/scorporo sono parole bellissime, come le tasse sic!
** i dati che riporto non sono quelli del sito
Strocchicomunistasenzadiocontrolachiesacattolica.com, ma del link rendiconto nel sito www.8xmille.it della chiesa cattolica medesima stessa con musichetta dolce e vecchietta su panchina.

giovedì 3 marzo 2011

Censura con torta di mele

Giornata di pensieri sconvenienti, con tanto di post cattivissimo, ma dato che non posso passare dalla censura di Cristiana, che non c'è, applico quella preventiva, depongo i livori, le armi e gli odi per sparpagliare pensieri più sereni.

C'è polvere in casa, Paola con la mascherina sta piallando la porta d'ingresso; più fa lavori da merlo maschio più si ingentilisce: ieri era pesantemente depressa perché uno dei suoi strumenti di lavoro dal sovrumano costo di trecento euro (in sterline circa quaranta libri tascabili) si è fuso; mettici il malessere intestinale ed il tempo di merda avevo la suocera con il morale a terra.

Una breve visita da B&Q (l'acquisto di una seghetta e altri accessori) e l'arrivo della nuova e superdotata lavatrice/asciugatrice l'hanno rimessa in sesto...

In testa mi rimane come un memento la voce di Benedetta, l'assenza di Cristiana a cui chiedo tutto e forse troppo, l'acquisto di un lampadario e le manopole della doccia da montare.
Poi L'Espresso, che mio suocero Andrea, in una visita lampo, mi ha lasciato sulla scrivania dicendomi per circa sei volte "Ho lasciato delle copie recenti del L'Espresso, se ti interessa le leggi, se no le butti".
Tentato da un gesto killer di buttare lui, ho afferrato invece una copia che sto ancora leggendo.

Ho scoperto che L'Espresso è diventato un settimanale tristo (con la o) e un po' troppo moraleggiante... se la situazione è quella che viene descritta c'è da spararsi, ma siccome mi sparerei anche a leggere Panorama, mi domando se non si possono far confluire le due testate ne il Panoresso, vagamente porno ma forse più allegro.

Poi giorni fa ho rifilato via skype la ricetta della torta di mele a Valeria (torta e foto sue), non so se sia esattamente come quella del cuoco Pietro, ma io dico che è la sua: le ricette per fortuna non appartengono a nessuno, si tratta solo di saper cucinare e Pietro sa.

Potrei diventare il pasticciere trozkista di Troutbeck road, fondare quindi il Troutzkismo, che consiste nel coinvolgere gli abitanti della via in un ballo collettivo e in un cena a base di dolci.

Invece come tutti i giorni viene sera.

mercoledì 2 marzo 2011

John Galliano e i Pentecostali

Un paio di notiziole.

John Galliano, inglese nato a Gibilterra e vissuto a Londra, è stato licenziato da Dior perché ha detto carinerie come "dirty jewish face, you should be dead" a una coppia di avventori in un caffè di Parigi.
Ubriaco fradicio ha pure dichiarato il suo amore per Hitler mentre un cellulare lo filmava e il Sun, tabloid sempre a caccia di scoop, ha fatto il resto.

Cade una stella; che ne sarà della casa di moda senza il suo deus e della collezione che sfilerà venerdì durante la mitica settimana della moda; Galliano, dicono alla bibissì, ha bisogno di fare rehab, beve troppo eccetera eccetera eccetera.
Galliano che da ubriaco fa il nazista ha un che di tragicomico, tipo Helmut Berger ne La caduta degli dei di Visconti.

Eunice ed Owen Johns
sono invece due placidi signori sulla sessantina appartenenti alla Chiesa Cristiana Pentecostale che volevano ottenere l'affido di un minore dal comune di Derby, ma se lo sono visto negare perché all' assistente sociale la coppia ha dichiarato che, per via della loro fede, "non potevano dire al bambino che lo stile di vita omosessuale è accettabile".

La corte di giustizia a cui si sono appellati ha negato loro l'affido.
Una sentenza, secondo i giudici, non contro la religione, ma contro i pregiudizi propri della religione, che non possono trovare posto in una società laica e pluralista.

I due però si sentono discriminati loro volta perché cristiani e non capiscono come si possa privare un bambino di una casa e di una famiglia come la loro.

Discussioni aperte (ma non troppo), intanto il diritto inglese viaggia compatto verso l'eguaglianza sessuale che, come dire, supera i fondamenti vari e molteplici delle singole religioni.

Tra le motivazioni (citate in questo articolo) questa: "la religione - qualunque sia la fede del credente- è senza dubbio qualcosa da incoraggiare ma non è un affare del governo o delle corti di giustizia" e "though the courts will, of course, pay every respect and give great weight to the individual's religious principles. Article 9 of the European Convention, after all, demands no less. etc..."

Tutto molto british, perfetto mi dico, chissà chi vincerà?

Mi faccio un caffè o un the? tra un attimo decido.

Già che ci siamo mi vien da consigliare Negri, froci, giudei. Un libro di Gian Antonio Stella, che raccoglie un campionario secolare di intolleranze non solo dell'italico suolo, ma anche della perfida Albione. Una lettura che, come la caramella dufour, non serve ma aiuta.