domenica 27 febbraio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 08.11

Benedetta Barzini ha sessantasette anni e non so dire se li dimostri o meno.
La cosa non ha importanza: il di lei fascino sta altrove e viene fuori lentamente, anche in sua assenza, addirittura qualche giorno dopo.

La incontro ad una conversation al London College of Fashion in pieno centro, in un aula al secondo piano di un edificio anonimo.

Quando arrivo lei non c'è ancora e l'unica immagine che ho di Benedetta Barzini è una foto in bianco e nero di Richard Avedon: lei magra, molto magra, lo sguardo affilato, il braccio destro dietro la testa e la mano destra sulla spalla sinistra, al polso un enorme bracciale, un cubo trasparente.

Siccome la foto risale agli anni settanta non ho idea di come sarà ora, delle tracce del tempo sul viso e sul corpo; mi dicono sia ancora oggi un'icona della moda (grazie a quegli scatti con Avedon e Irving Penn).
Così ad ogni donna che entra nell'aula della conferenza faccio l'esame del tempo e non solo... analizzo il look di tutti i presenti!
La moda, il suo potere seduttivo e l'immaginario che scatena mi fanno giudicare le persone, tanto più in un contesto che sfiora il glamour come quello in cui mi trovo.

I collant neri ad alveare della curatrice, la gonna a tubo che impaccia la camminata all'assistente, la t shirt bianca di un ragazzo (in effetti fa molto caldo), il Borsalino che indossa Gaia, l'intellettuale (forse) con la sciarpa a righe pastello che vuole fare conversazione... una donna di una certa età con i capelli grigio neri, raccolti con la coda, le rughe dell'età, nessun trucco, una maglia a maniche lunghe, un gilè, un paio di pantaloni e delle scarpe comode molto vissute, con le rughe anche quelle, la voce roca ma non troppo, piuttosto su toni bassi che sprofonda un po' quando si fa alta, direi una fumatrice... stando agli stereotipi una radical-chic, stando all'anagrafe Benedetta Barzini.

Lei ha rappresentato la moda nel momento di passaggio tra l'haute couture e il pret-à-porter, e lei di tutto quel periodo e del dopo parla non con la gloria della sopravvissuta ma con una specie di consapevole disincanto, senza la sicumera dell'esperienza, piuttosto con una lieve sofferenza.

Dice che quello della modella è un lavoro passivo; lei era infatti una cosa muta, un manichino che obbediva ai furori dei fotografi, al "gimme the look"; in tutto quel recitare e muoversi nessuno scatto era così vero dal ritrarla veramente*.

Ad un certo punto il telefono non ha più squillato e allora bisognava ricostruire una vita e una professione. Il rischio, quelle che tante modelle corrono e in cui cadono, è non separarsi più dalla finzione, essere sempre una copertina luccicante ma piatta.

E' diventata giornalista (credo anche grazie all'ambiente familiare), femminista militante e comunista, ora anche docente universitario; sostiene che molto le sia capitato per caso, indubbiamente è stata fortunata.
Mi ha colpito sentirla dire che dopo aver lasciato la moda ha iniziato "a diventare una persona buona" e "non più un muto pezzo di carta".

Peccato che Djurdja Bartlett non abbia saputo moderare l'incontro scavando di più dentro la vita di Benedetta, le sue scelte politiche, le sue idee di docente "per caso", interessata alla sociologia e alla antropologia della moda.

Posso solo intuire la difficoltà di dare un senso personale al vuoto di quel mondo, al vuoto di chi l'ha vissuto dentro, alla dis-umanità che nemmeno l'ironia riesce a vincere. Nonostante la fama, nonostante il denaro.

Mentre parla e spiega, a se stessa più che a noi, le mani si muovono nervose, giocano con il bicchiere di plastica ed il tappo della bottiglia, gli occhi si abbassano, poi si distendono e, come le rughe, quasi scompaiono.
Quando scambio due parole con Benedetta, salutandola, lei restituisce qualcosa con lo sguardo, forse se stessa, il suo mistero, quello che di lei si conosce, quello che si ignora.

Esco a Oxford Street che fa buio, nelle vetrine la collezione primavera estate di Zara: i manichini indossano la stessa parrucca liscia, marrone... dozzinale.

Mi accorgo che tutti, consapevolmente o meno, ci domandiamo che cosa ci sia sotto il vestito, nostro e degli altri, e tutti siamo terrorizzati dalla possibile risposta.
Il fra
*il figlio Beniamino però prova a farle un ritratto qui.

venerdì 25 febbraio 2011

La politica e la prostata.

Leggo in un articolo firmato Redazione on Line de Il Corriere della Sera la seguente frase:

"L'APPOGGIO DI MUGABE - Dallo Zimbabwe, intanto, arriva la notizia che il dittatore Robert Mugabe avrebbe inviato dei combattenti per dare man forte al colonnello Gheddafi. Il presidente dello Zimbabwe, che da anni soffre di un cancro alla prostata, avrebbe inoltre offerto asilo nel suo paese al leader libico".

Data l'età, forse anche Gheddafi è malato di prostata e chissà quanti dittatori potrebbero raggiungere i dorati palazzi di Mugabe! insomma mal comune, mezzo gaudio; oppure l'intera redazione del Corriere potrebbe essere affetta da una sorta di copia incolla del pettegolezzo mediatico: dall'era post atomica a quella post bunga bunga.

Fin troppo facile sostenere che si tratti di un commento del cazzo che (s)copre una assoluta assenza di informazioni!

giovedì 24 febbraio 2011

Up patriots to arms

Per uscire da questo stato da sfigato mambo, faccio il famoso salto in centro e mi vado pure a vedere una conferenza al London College of Fashion.

In cerca di gravità, quella che non mi fa cambiare idea sulle cose e sulla gente, faccio una camminata e respiro l'aria di Londra, le vetrine superflue della moda, l'odore delle librerie e poi la mia lentezza nella confusione degli altri.

Poi oggi ho visto the Queen, qui a New Cross Gate su una jaguar verde capelli grigi splendenti, traffico fermo motociclette e luccichii vari, ho pensato "guarda...una cosa di buon auspicio..."

Gheddafi dice di essere al potere meno anni di lei, quindi perchè -sostiene lui- dovrebbe andarsene...

mercoledì 16 febbraio 2011

La Sindrome dei giorni dopo

Faccio fatica a dare alle cose che penso un filo logico e un ordine. Saltello da un muretto all'altro senza mantenere un equilibrio decente, infatti lo perdo e cado giù.

Sono a Londra e non me ne sono ancora accorto!

Postumi di un fine settimana italiano? Mmm sarà... serve un'immersione londinese: posti da vedere, ristoranti, persone, ricette, libri.

Intanto l'intensità: inevitabilmente la vita da italiano, dico la mia personale, in un pezzo d'Italia (Malpensa Arrivi, Milano, Veruno, Arona e Malpensa Partenze) si concentra in tre giornate concitate e gli affetti, anche solo i sentimenti, si addensano, stipati dentro settantadue ore, di cui sessanta di veglia, e non ho né il tempo né la forza non solo di comprenderli ma nemmeno di osservarli.

Non sono gli impegni in sé (le visite le cene etc), ma piuttosto la forza delle cose, i gesti delle persone: mio padre e il suo mal di piedi, il suo pacchetto di sigarette al giorno, il Corriere della sera, il mazzo di carte, la carriola con la legna, le stanze con i mobili coperti dalle lenzuola in attesa dell'estate.
Io vago, un'anima in pena, fino a quando non trovo una postazione sicura, al riparo di che cosa e da chi non so: così accendo il camino in sala, sfoglio dei libri presi a caso, apro cassetti e accendo la tivvù.
Finisce che mi incazzo davanti a telegiornali inguardabili, in mezzo a notizie assurde si parla di donne italiane che protestano in piazza (a due settimane da quelle egiziane)...

Qui, dove vive un uomo solo, mio padre, ci sono tre televisioni, di cui due sempre accese come le sue sigarette. Ognuno ha diritto ad abbrutirsi come crede.

Poi una certa impazienza, altrimenti nota come tempesta ristrutturativa: ogni volta che metto piede nel mio passato, a Veruno dico, penso al futuro e costruisco castelli, insomma rifaccio la casa quasi dalle fondamenta.
Immagino alberi, una piscina, pavimenti decenti, muri senza umidità e mentalmente mi figuro raid aerei e chirurgici bombardamenti contro gli stupri architettonici e d'arredo degli anni ottanta e lo sterminio sistematico dei geometri che stanno trasformando Veruno in un villaggio a metà (strada) tra Salice D'Ulzio, Milano Marittima e Caresanablot.

Livore a parte, Matilde si diverte ad entrare ed uscire con il cane dentro a quest'enorme e vuoto scatolone e fa da alibi vivente alle mie responsabilità di figlio probabilmente mancato.
Io continuo a mettere legna nel camino come il macchinista di un treno a vapore, direzione sconosciuta.

Meglio trovare una ricetta (medica) e scrivere un bugiardino.

lunedì 14 febbraio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 06.11

Ritorno sul multicultarismo e David Cameron a costo di essere noioso, ma l'argomento è interessante ed attuale.

Dunque sembra non abbia funzionato: permettere a tutte le culture di esprimersi le lascia separate tanto quanto prima e l'integrazione è un'utopia.

I valori sui quali quella tolleranza è fondata sembrano non penetrare dentro le singole culture: le libertà individuali sono solo formali, mentre la singola comunità perpetua le proprie abitudini ed il proprio credo tra simili. L'altro è un estraneo, anche se da quell'altro (dalla sua storia e dalla sua cultura) arriva tutta la libertà presente.

Tanto per scendere fino a terra, anzi fino a New Cross Gate, dove viviamo noi, le scuole sono frequentate da ragazzi di culture molto diverse, ma se li guardi all'uscita o nei caffè dopo la scuola, i bianchi stanno con i bianchi ed i neri stanno con i neri e... le coppie miste stanno con le coppie miste.
E non scherzo: la notte di capodanno ci siamo trovati ad una festa unica coppia bianca in mezzo a sette coppie miste (le signore bianche e i signori neri), a riprova del fatto che noi italiani siamo un po' come la maionese: andiamo bene con tutti i piatti.

Sempre qui negli asili del sud est (almeno nei tre che abbiamo frequentato) è bandita la carne di maiale, per non urtare la suscettibilità dei musulmani o meglio per levarsi un problema.
Nell'asilo dove lavoro, la carne si compra dall'Halal, la macelleria araba, dove l'animale viene tagliato in un certo modo e dissanguato e dove l'impuro maiale nemmeno si vede.

Mi domando se per obbedire al blando principio del politicamente corretto quello che è considerato impuro da una minoranza non solo non viene mangiato da quella minoranza ma nemmeno servito a tutti gli altri, in una terra che ha la tradizione del bacon e della sausage.

E non capisco perché si vieti la carne di maiale e si promuova il capodanno cinese?
Certo quest'ultimo urta meno perché è una festa che non tocca i sacri libri e le abitudini alimentari di Allah.

Festeggiare il capodanno cinese nelle scuole è politicamente corretto, ma ha poco a che vedere con il multiculturalismo, è un modo per prevenire un problema futuro, la non integrazione cioè la disintegrazione sociale.
E' meglio far sapere ai bambini che esiste una festa ricca di colori e fuochi d'artificio e far passare la civiltà cinese attraverso la porta del capodanno, civiltà che un giorno , diventati adulti, non sarà più estranea.
Tutto questa puzza di mera strategia e non sa ancora di risultato.

Il multiculturalismo si confonde insomma con il politically correct, che è una strada ma non è il risultato.
Non bastano le strategie, serve il tempo, servono le generazioni, serve viaggiare, conoscere, leggere, mescolarsi.

Spesso l'ostacolo principale è stato ed è la religione: il suo pensiero unico e la sua ortodossia non riesce a stare dentro la lineare espressione della spiritualità individuale.

Si tratta di confinare definitivamente ed una volta per tutte la religione in una sfera rigorosamente privata. Credo che questo uno stato laico degno di questo nome debba fare: permettere che la libertà individuale venga non solo espressa ma anche rispettata da tutti i cittadini.

David Cameron ha messo in discussione il multiculturalismo all'inglese, ma qual'è l'alternativa? una versione più muscolare della società liberale inglese? quale altro modello ha funzionato?
Forse solo il tempo, le generazioni e i matrimoni misti porteranno a forme di integralismo più profonde, a culture nuove e mescolate, che ora nemmeno riusciamo ad immaginare.

Di certo la politica arriverà per ultima, fuori tempo massimo "prenderà atto dell'esistente", quando l'umanità sarà già un passo avanti.
Il fra

giovedì 10 febbraio 2011

La sindrome del giorno prima

La pioggerellina di Londra, l'approssimarsi del weekend, la pigrizia... mi ci vorrebbe un po' di raschietto in gola, un sintomo di febbre, il formicolio al piede sinistro e un testicolo che così d'improvviso mi si retroverta (mi hanno detto che è molto doloroso).

Niente di tutto ciò, sto benissimo quindi vado in Italia, ma come al solito l'avvicinarsi della data è inversamente proporzionale all'entusiasmo di quando ho preso il biglietto (un mese fa).

Cristiana: "Il solito egoista". Il compleanno di papà, visite cene, poi Matilde ci rimarrebbe troppo male, quindi vado.

Si tratta di una levataccia però! perché motivo non sono partito questa sera? poi svegliarsi alle cinque, anche per Matilde, dico, è pesante.

Cristiana: "Come al solito".
Quindi vado: non posso pensare sempre alle mie ipocondrie. Poi in fondo sono contento, vorrei solo essere già arrivato.
L'attesa mi frega; inventeranno il teletrasporto prima o poi: scomporsi ricomporsi, come Star Trek.

Matilde ha fatto lo zaino (la sua ex cartella, quella rosa con le Wings), io ho fatto lo zaino, quello color verde militare e giallo topo.

Ritorniamo domenica, quindi non può dirsi una vacanza, piuttosto una puntata.
Una puntata in Italia.

mercoledì 9 febbraio 2011

E' successo un trentotto

Ci eravamo organizzati un weekend con i fiocchi, poi è andato tutto a gambe all'aria.

Game over.

Per quello strano meccanismo per cui in due non si fanno le cose che si sono programmate in cinque, io e Cristiana abbiamo cancellato ristorante, babysitter, tour per la città, varie ed eventuali e abbiamo festeggiato il di lei compleanno in sordina e tra noi, bambini compresi.

Ora, la nota discrezione di Cristiana non contempla nemmeno un post postumo come questo, ma io non voglio parlare dei suoi anni, che sono segretissimi, quanto del suo piede, che è un bene pubblico e patrimonio dell'umanità.

Non è feticismo, ma amore per le scarpe, il suo di lei che le indossa, ed il mio di me che le compro (e mi diverto): calza un femmineo trentotto come un miliardo di altre donne e pertanto cercarle una scarpa non è impresa da poco.

Ho però trovato un negozio, Sugar, in quel di East Dulwich e lì ormai mi rifornisco regolarmente per la di lei gioia, almeno credo...

Ho inteso infatti darle una spinta ulteriore di tacco su scarpa rigorosamente nera ma con una traccia colorata in tono su tono (una fibbia, un laccio...).
Il design del feticcio deve essere classico ma contemporaneo e sempiterno, nel senso che bisogna suscitare stupore ed immaginazione nella figliolanza, che infatti viaggia a scarpe sportive ed accessoriate.

Dove i bambini riempiono noi sottraiamo, al massimo concediamo al dettaglio un carattere barocco, il resto diventa sempre più un colore primario o tutto bianco o tutto nero, poi il viola ed i suoi consimili.

Ma non c'è nulla di più stupefacente (uno stupefacente forse) di vedere Cristiana che apre una scatola di scarpe, che aspira l'odore primario che precede l'usura da calpestio, che indossa, spesso senza la grazia di un abbinamento o anche seminuda, il paio ed emette il verdetto. Per mia fortuna positivo.

Ovviamente il mio lato drag queen aiuta; non appartengo a quella categoria di uomini che entra in un negozio e si lascia consigliare... scelgo a colpo sicuro dopo ricerche ed introspezioni: in quelle scarpe si proietta una relazione, non un compiacimento salottiero e non è la carta di credito che striscia, ma il mio amor proprio e quello altrui, in una specie di comunione di beni.

Quelle scarpe sono anche mie; consiglierò l'opportunità di indossarle, il quando, il dove e perfino il perché.

Non c'è niente di più intimo che decidere come vestirsi. Tutto il resto è noia.

E pensare che volevo fare un post su "il risotto del rimpiazzo" e la cottage pie...

domenica 6 febbraio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 05.11

Mi ci portò Gayle cinque anni fa. "Ti faccio vedere un posto..." mi diceva.
In una delle nostre corse per Londra, inseguendo il passo di lei così... londinese, tra un appuntamento e l'altro.
Un vicolo cieco, umido, che non si trova a meno di conoscere bene Chinatown; infatti lungo Gerrard Street, il cuore del quartiere, si passeggia distratti e veloci, sia da turisti che da cinesi.

Sono ritornato giorni fa in Dancey Place e ho rivisto l'insegna: Mr Lo's Noodles Factory. Mi sono infilato in una porticina dalla soglia consumata, di fronte a me una rampa di scale ripide, su un lato una stanza angusta illuminata a neon, degli anonimi macchinari da pastificio e ovviamente lui, Mr Lo.

Non so se sia proprio Mr Lo, ma mi va di crederlo: alto, i denti grigi, gli occhi a fessura, Mr Lo passa la giornata rinchiuso a confezionare i noodle e i dumpling più freschi e più buoni della città, in sacchetti di plastica trasparenti senza etichetta. Tutto d'un fiato, in un inglese vocalico, spara prezzi e ingredienti e non puoi che acquistare, perché alla fabbrica dei noodles, come in quella di Willy Wonka, si vede un mondo intero chiuso in una stanzetta.

Esco nella confusione di Gerrard Street piena di lanterne colorate; si festeggia il capodanno cinese ed è un brulicare di gente, tutti un po' fuori traiettoria, come se, appena varcati gli ingressi a pagoda sui lati della strada, fossimo tutti dentro una specie di circo, una quinta di teatro dopo la prima.

Siamo da qualche ora entrati nell'anno del coniglio e dato che anche nelle scuole del Regno si celebra l'evento (c'è un bambino cinese in quasi ogni classe), io non mi tiro indietro, anzi la spesa oggi la faccio da Loon Fung Supermarket*. Un'ora di acquisti in un tripudio di confezioni colorate.

Che cosa significhi l'anno del coniglio ovviamente non so, ma il capodanno per i cinesi coincide con la Festa della Primavera, ovvero la celebrazione del primo novilunio dell'anno, propria di un calendario che va appunto a lune. Dato che le lune come gli umori variano, la festività può cadere tra il 21 gennaio ed il 19 febbraio di ogni anno e dura comunque una quindicina di giorni, fino alla festa delle lanterne.

Indubbio che noi non ci si possa improvvisare cinesi, ma che si voglia piuttosto riempire i vuoti di uno dei mesi più lunghi e pallosi dell'anno, gennaio appunto, o che si provi a vincere lo spauracchio del tempo che passa abituandosi a festeggiare tradizioni altrui...

Confesso che però la mia identità occidentale non ne viene scalfita, per quanto si possa scalfire una cultura dominante, per non dire proterva nei secoli come la nostra. Comunque di fronte ai cinesi siamo una risibile minoranza, ma in una città come Londra, anche i cinesi sono una minoranza e per semplificare un po' qui siamo tutti ospiti di tutti.

Pare che sia arrivato il tempo di discutere il significato di multiculturalismo e capire se funziona ancora un modello di società inclusiva come quello inglese che però appunto lascia i simili con i simili (i cinesi con i cinesi, gli arabi con gli arabi, gli indiani con gli indiani). David Cameron, nel suo intervento durante la Conferenza sulla Sicurezza, tenutasi recentemente a Monaco, dice "abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate".

Il bersaglio più scoperto è certamente l'estremismo islamico e, aggiungo io, la religione musulmana, che è un sistema di valori ancora incapace di stare dentro una sfera esclusivamente privata.

Il Primo Ministro però non ha o non dà ricette.. magari sono proprio le ricette la soluzione: cucinare e mangiare i piatti del mondo, come se lo stomaco fosse il punto di integrazione più condiviso.
La tavola sì che incoraggia culture differenti a vivere insieme, almeno per qualche ora!
Il fra
*la pubblicità del sito dice: per il cinese che c'è in te! Divertente. Quanto cinese c'è in me? D'ora in poi chiamatemi il fla!

giovedì 3 febbraio 2011

La scoperta dell'acqua fredda

In questi giorni (con una concitazione dovuta a non so bene che cosa; pare che tutti abbiano la fregola) io e Cristiana cuciniamo con spasmo... un po' isterici e ognuno sulle sue.

Sabato sera a cena da amici abbiamo in coro e quasi urlazzando respinto l'idea di condire la pasta con la chutney (salsa piccante indiana a base di frutta) che una commensale londinese ci ha proposto con educata disinvoltura.

Essere pronti a tutto o quasi, accogliere abbinamenti i più vari ed originali, ma la chutney con la pasta, magari buttata (la pasta dico) pure in acqua fredda... No! Non è nemmeno il fatto di fare i puristi, è semplicemente sbagliato.

In pieno orgoglio italico abbiamo rimesso gli ingredienti al loro posto: la chutney con le carni e la pasta con i sughi e le salse appropriate.
Intanto il nome comune di cosa (pasta) va sempre specificato: fusilli, penne, tagliatelle, spaghetti, linguine, bavette etc... ma qui si rischia di diventare saputelli, quindi poco british!

E ancora: sempre un po' scettico sul dover cuocere il cous cous nell'acqua calda, come il retro delle confezioni consiglia, grazie alle recenti invasioni palestinesi, ho scoperto l'acqua fredda.

Se lasciato un po' di tempo in una dose doppia di acqua fredda, il cous cous si sgrana bene, è quasi croccante e può essere condito come si crede.

L'acqua fredda è decisiva nel tabouleh: va lasciata insieme al succo di quattro limoni in cento grammi di cous cous. A parte tagliare finement(issimament)e quattro mazzi di prezzemolo, un mazzo di menta fresca, un cipollotto fresco e quattro pomodori a cubetti.
Infine aggiungere al cous cous, nel frattempo gonfiatosi, l'olio d'oliva sale e pepe. La proporzione delle erbe è tale che il cous cous deve sparire o quasi.

Chissà quale è la ricetta che fa passare la concitazione, altrimenti detta fregola?

mercoledì 2 febbraio 2011

Consolato d'Egitto

Le informazioni sui passaporti per i bambini si possono richiedere via mail o direttamente chiamando il Consolato Italiano a Londra.
L'ufficio passaporti del Consolato italiano apre le linee lunedì e mercoledì dalle due alle quattro del pomeriggio. Da settimane Cristiana prova a chiamare: quando la linea è libera, l'operatore non risponde.
Alle email inviate, inutile dirlo, nessuna risposta.

In alternativa ci si può presentare al consolato prendendo un appuntamento, compilando un modulo on line... il primo giorno libero è il cinque aprile.

In alternativa per avere i passaporti dei bambini dovremmo spedire documeni originali e richieste firmate per posta all'indirizzo del Consolato ed aspettare - a tempo indeterminato - che ci vengano rispediti. Pur fidandoci delle Poste di Sua Maestà non possiamo spedire documenti che nel frattempo ci servono. Sui tempi di rilascio dei passaporti: nessuna informazione. Una settimana? Un mese? Sei mesi? L'incertezza va comunque sommata all'attesa del cinque aprile.

Sicuramente non avremo i passaporti dei bimbi in tempo per le vacanze di Pasqua, a fine aprile. D'altronde, come scandalizzarci, ci siamo mossi solo a gennaio.

Intanto guardiamo con apprensione quanto sta succedendo in Egitto.