domenica 30 gennaio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 04.11

Capita che, per tenere occupata la mente, nei momenti d'attesa tra un treno e l'altro o durante il viaggio l'occhio mi cada sugli avvisi affissi sui sedili o vicino alle uscite.

Un'abitudine di lunga data ed una specie di malattia leggere e rileggere le scritte, una cosa comune forse dei caratteri malinconici e delle persone curiose.

Ricordo a memoria ancora adesso i programmi della lavatrice che stazionava nel bagno di casa esattamente davanti al water: leggevo al contrario, toglievo le vocali, contavo le consonanti, quante c, quante s... Un momento rassicurante come tutte le cose dell'infanzia.

Non divaghiamo; sui vagoni della Southern Line una serie di avvertimenti in cui ogni mattina mi imbatto:
- di avere rispetto e considerazione per gli altri, in generale dunque... gli altri come altri, non gli altri sfortunati. Infatti "Please show consideration etc..." invita a non parlare ad alta voce, usare il cellulare senza disturbare i vicini e non gettare la carta per terra;

- di cedere il posto in particolare a disabili, donne in gravidanza, anziani e a coloro che portano in braccio bambini piccoli

e, ciliegina sulla torta:
-"Per favore ricorda che l'aver bisogno di questo sedile potrebbe non essere immediatamente ovvio. Grazie."

Quest'ultima frase, molto british, svela intanto l'efficacia della lingua inglese nello spiegare le cose, semplificandole, poi soprattutto dimostra un senso civico spiccato, una sorta di umanesimo pragmatico e spicciolo, che ha il pregio di essere condiviso.

Ogni giorno assisto all'autodisciplina che questo popolo esprime nel quotidiano, come una sorta di gratuita lezione di galateo applicato.
Cerco di adeguarmi, con difficoltà e quindi di non parlare ad alta voce al telefono, di non stravaccarmi sui sedili, di non pulirmi gli orifizi, di non fare insomma mediterraneo clamore della mia esistenza in vita.

Qui nemmeno gli animali sono esenti da regole e mostrano anche loro lo stesso aplomb dei loro padroni.
Nei parchi o dovunque ci sia del verde pubblico si trova "Be a responsible dog owner and clean up after your dog" e non si vede (quasi) nessuna merda in giro.

A leggerlo, mi viene sempre in mente il cartello affisso ad un ingresso del parco di Villa Marazza a Borgomanero, Novara: "E' obbligatorio tenere i cani al guinzaglio ed asporare le deiezioni degli stessi. Regolamento per la detenzione dei cani....
A parte l'italiano comico-grottesco (il cane detenuto?!), i lati del viale di accesso erano una gara di merda (scusate: di deiezioni).

Mi sto convincendo che, in tempi di cortigiani e concubine, buffoni e ballerine, la migliore reazione sia la buona educazione: per esempio masticare con la bocca chiusa evitando di fare rumore, mettere la mano davanti quando si sbadiglia o si tossisce, aprire la porta ad una signora, precederla nel scendere le scale, seguirla nel salirle, ringraziare sempre anche quando si declina un invito... insomma ripristinare un codice civile non scritto e regolamentato ai sensi di nessuna legge se non quella del buon senso e della responsabilità (quest'ultima non a vanvera).

Non so se arriverò al punto di asportare una deiezione di un cane detenuto da altri, come ho visto fare qui! Sono italiano e per ora me ne vanto. Però...
Il fra

venerdì 28 gennaio 2011

Centro di tahineh permanente

...è uno di quei giorni in cui mi chiedo che ci sto a fare in cucina e sogno un negozio in centro dove posso ammiccare vendere e anche scheccare con il commesso più giovane in piena angheria isterica...

Devo questa vacuità al fatto che alle tre del pomeriggio sono a casa dal lavoro e così m'imprigrisco tra chat, libri e cazzeggi in rete.

In più Cristiana inizia a fare pubbliche relazioni in giro per mostre ed inaugurazioni e io sono geloso, ma anche no perché il divano è un'attrazione fatale, il freddo fuori una scusa, il buio pomeridiano un pretesto.

Serve una indigestione londinese e domani nel pomeriggio provvedo a risolvere la malinco-noia con una puntata in centro, che avrà quasi certamente effetti collaterali.

Bisognerebbe io fossi così come questo barattolo di tahineh (pron: tahìna), cento per cento crema di sesamo, un monolite e invece... in quanto umano(ide) di cento per cento non ho nulla.
Però la tahineh va in cerca di combinazioni.

Vediamo infatti che cosa combina la tahineh con la melanzana per esempio... coniugando all'infinito come segue:

In forno arrostire la melanzana fino a quando la pelle non si stacca da sola, poi cavare la polpa e tagliuzzarla: lavoro di pazienza che mette alla prova i polpastrelli.
In una ciotola aggiungere a cucchiai la tahineh finché non si amalgama, poi mezzo limone, un po' di sale e un mazzetto di prezzemolo tagliato fine.
In un bicchiere mescolare uno spicchio d'aglio pestato, olio d'oliva, sale grosso e del peperoncino verde piccante a pezzetti.
Sul piatto stendere la tahineh di melanzana e sgocciolarvi sopra il bicchiere di condimento.

E' un piatto unico, mediterraneo... indimenticabile, come quando capita di ridere e piangere nello stesso momento e non si sa perché.

martedì 25 gennaio 2011

Le orecchiette e altri postumi

ah i postumi della cena, neanche un post mi viene da scrivere post despues after.

Piuttosto ci sarebbe molto da dire su come una serata decolla attorno ad una tavola piena di cibo: le persone arrivano -si dice- alla spicciolata, riempiono la casa, si mescolano tra sconosciuti, parlano e guardano in giro... noi diamo un'ultima occhiata ai dettagli e diamo il via allo spettacolo senza nemmeno accorgercene.

Domenica mattina il disordine, i bambini che ritrovano i genitori, una certa atmosfera da horror vacui e i pasti combinati con gli avanzi della sera prima.

E con gli assaggi, postumi anch'essi, arriva il momento di tirare le somme (ormai si dice feedback) anche spietate: che cosa ha funzionato, che cosa no, ma chi è, cosa fa, chi è quello là...
nelle riunioni serie di famiglia (quella allargata a Bea Rachela e Pino) io mantengo la concentrazione per pochi minuti, preferisco dire cazzate e disputare... sulle orecchiette per esempio che nel menù chiamammo alla pugliese.

Nome troppo generico, non vuole dire nulla o quasi, le mie poi erano alquanto perfettibili anche perché era la prima volta che le cucinavo.

A caccia di ingredienti, ho scoperto al mercato di Deptford le proprietà transitive delle acciughe essiccate, all'incredibile prezzo di venti pound al kilo.

Giorni per farle rinvenire! allora le ho messe a marinare nell'olio e nell'aglio pestato dopo averle tritate: hanno un sapore forte, affumicato, quasi terrigno...

Le orecchiette belle sode cuociono nell'acqua dei broccoli (e qui Pino sbottò: vanno cotti con le orecchiette), quando al dente si buttano nella padella dove nel famoso frattempo le acciughe l'olio il pomodoro secco e i broccoli medesimi etc etc...

Nella svogliatezza e data la folla di avventori bene avere capienti ciotole, mostrare il sorriso anche quando le falangi si sono scottate durante i veloci travasi, e poi per accontentare i mediterranei abbondare di peperoncino.

Le acciughe deodorano l'ambiente, il peperoncino eccita il palato, l'aglio rinfresca i polmoni.

Poi la serata* finisce e si pensa alla prossima. Le foto qui e il progetto là.
*Non dimenticommi del buffet palestinese, ora basti a stuzzicarvi la foto del titolo.

domenica 23 gennaio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 03.11

Elephant and Castle è uno snodo stradale al sud di Londra; tra questi incroci sorge un centro commerciale costruito negli anni sessanta di una indicibile bruttezza.
L'architettura, vagamente ex DDR, è indescrivibile: parellelepipedi con vetrate e amianto, rotonde, facciate neoclassiche affiancate ad edifici anni venti (l'uscita della metropolitana).
Un ammasso senza stile, al punto da averlo, proprio per non averne.

Passando veloci su un qualche autobus (a piedi è quasi impossibile) si vede un elefante rosso con una torre sulla groppa quasi scomparire all'ingresso dello shopping centre: una statua kitsch, scolorita dal tempo, messa lì per dare un po' di senso ad un nome affascinante, elephant and castle appunto.

Un nome che riempie la bocca, identitario, che definisce un'appartenenza: chi passa queste strade infatti sente di conoscere Londra, non importa quanto, ma abbastanza da crederlo.

Quel tanto di esotico che il nome richiama è però frutto di un equivoco della lingua. Pare infatti che alla fine del quattrocento da queste parti alloggiasse, di passaggio verso la capitale, l'Infanta de Castilla: i due regni di Spagna e d'Inghilterra erano legati da strette parentele reali e le visite erano ben più che di cortesia.

Infanta de Castilla divenne presto, per somiglianza di suono, Elephant and Castle, una traslitterazione dallo spagnolo: un modo per personalizzare un evento e un luogo, un telefono senza fili con il linguaggio come protagonista.

Così me la sono immaginata: un'Eleonora o un'Isabella su un calesse imprecare in spagnolo e chiedere al cocchiere di far galoppare i cavalli tra auto, taxi, camion, sirene della polizia, ambulanze e bus... magari dal 171 l'avrei pure salutata; se solo l'Infanta si degnasse di scostare la tendina e di buttare un occhio su noi comuni e mortali passeggeri del nuovo millennio.
La sua minuta e fragile figura non sa di essersi trasformata in un colorato elefante dalla turrita groppa: Invincibile Armada vinta pure dai nomi.

Una visione la mia (ne ho tante, la mia fantasia galoppa libera), come quella documentata nel seicento da John Timbs, di un londinese che il 21 marzo 1661 ha visto nel cielo (ah la primavera!) un elefante sormontato da un castello, facendo accorrere una folla di curiosi... da questo folle, di certo ubriaco, molti pub presero il nome di Elephant and Castle.

A qualsivoglia storia si creda, l'area è oggi soggetta ad un'ampia ristrutturazione: l'intero centro commerciale verrà demolito entro il 2012, mentre già dal giugno scorso incombe lo Strata, un grattacielo di 40 piani, già soprannominato Razor, per via dell'implacabile forma fallica.

Dell'Elefante rosso con la sua torre non so cosa rimarrà, probabilmente il solo richiamo esotico. Intanto l'architettura contemporanea ignora allegramente la storia, sembra non avere memoria (a differenza dell'elefante) e pensa inevitabilmente al futuro.

Mentre me ne torno a casa pieno di (ec)citazioni, gioco con le parole... Fa molto freddo e il piede mi duole: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Il fra

giovedì 20 gennaio 2011

Tre donne intorno al Corano mi son venute...

L'endecasillabo mi si è allungato fino alla blasfemia, ma quando tre donzelle se ne tornano a casa con Labneh, Nabulsi Cheese, Tahina e Halva, mi verrebbe da intonare un qualche versetto del sacro testo appena prima di assaggiare tutto questo bendiddio (per stare in tema).

Le tre donne da giorni stanno preparando la serata di sabato e il progetto medesimo stesso, io invece faccio il fuco o la fuca a seconda della luna, la mia luna.

Non ho la loro costanza la loro determinazione, scrivo e cucino e questo forse basta; insomma entro in scena sabato.

Però i menù mi entusiasmano, eccome! con le loro sequenze ed i loro equivoci, per esempio che piatto italiano possiamo combinare con le tajine, con il sesamo e i ceci, la melanzana, la menta, l'aglio ed il prezzemolo?
Io tenterei una carnazza, che mi mette anche a posto la coscienza: perché la lascerei marinare e cuocere lentamente, troppo per alcuni, abbastanza per me.

Paola mi ha suggerito un piatto mediterraneo, che aggiunge carboidrati ai carboidrati del tabbouleh; lei mi ha convinto, non del tutto, ma quasi.
Il quasi è sempre l'ombra del dubbio.

I menù sono scosse elettriche e sono reazioni: gli avventori devono sorprendersi un po', ma soprattutto fare conversazione e divertirsi e stare bene.
Mentre elucubro, Cristiana, una delle donne dell'harem, ha preparato il celeriac al forno, cioè il sedano rapa... un'altra verdura su cui non scommetteresti niente. Eppure...

Beatrice chiacchiera e prepara la tavola e Rachela sta con i bambini, ed io... appollaiatoallàh (come sempre).

mercoledì 19 gennaio 2011

Kale, Jerusalem Artichoke e petti di fagiano

Jerusalem artichoke o Topinambur, nomi che raccontano tanto, anche di certi equivoci della lingua.
Il carciofo di Gerusalemme non assomiglia al carciofo, ma ne ricorda il sapore.

Un groviglio etimologico che magari si può sciogliere in una ricetta.

Non potendo puciarlo nella bagna cauda, lascio il tubero ad un insolito destino: i petti di fagiano, i fagiolini, il Kale e la birra.

Anche il Kale, nome da pornostar, in realtà trattasi del "cavolo riccio" che ho scoperto qui e prima sempre ignorato.

Arriva tutto dal farmer market di Telegraph Hill, cinque bancarelle che sfidano il gelo ogni terzo sabato del mese.
Pure il fagiano: con l'avvertenza che ci possono essere ancora i proiettili nelle carni... quattro petti, quasi mezzo chilo a tre pound e mezzo.
Su un unico bancone le verdure di un verde intenso, il "cavalo nero" (pronunciato cavoloniiro), patate piene di terra, cipolle rosse, i porri, qualche fragile insalata di stagione, due o tre tipi di mele grigie e rosse, le pere brune e falliche, tutte irregolari e ammaccate.

Sto divagando: i riti di passaggio tra un ospite che va e due che vengono meritano di essere celebrati, combinando come sopra la pornostar Kale, il Jerusalem artichoke ed il fagiano.
Meglio farne pezzettini, dei petti di fagiano dico: disperdono l'odore di cacciagione che inibisce troppo i palati femminili e assorbono meglio la birra e le verdure. Non dimenticare sale e un po' di peperoncino: lasciare cuocere fino ad addensare con un cucchiaio di farina.

La pornostar Kale è un vegetale davvero salutare e ricco di vitamine, ha prestazioni che non deludono e pressoché gratuite.

Sul carciofo di Gerusalemme ritorno presto, d'altronde sabato prossimo al Troutbeck dinner project è di scena la Palestina... mi devo esercitare.

lunedì 17 gennaio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 02.11

Ottolenghi, 287 Upper Street: un ambiente unico tutto bianco, un ingresso a vetrata, sulla sinistra i vassoi dei dolci e la cassa, sulla destra il buffet, le cassette della frutta e della verdura, i barattoli di spezie e marmellate.
Facciamo la fila prima di sederci, una buona mezz'ora, regolarmente informati dalla maitre; a pranzo non accettano prenotazioni ma si aspetta il proprio turno e ci si guarda intorno.... i camerieri in nero d'ordinanza fanno le porzioni sotto il nostro naso, i cuochi escono dalla cucina per rimpiazzare i vassoi vuoti e i colori dei piatti spiccano sul bianco.

Mentre non possiamo che aguzzare le pupille gustative, impietosi io e Cristiana ci improvvisiamo critici gastronomici ad uso e consumo di noi stessi e dei lettori del blog.
Il cibo è un po' troppo esposto, non è protetto da vetrine, i clienti take away entrano ed escono in continuazione, i camerieri infatti attingono agli stessi vassoi.

Cristiana dice pure che c'è troppo bianco, un colore che decomprime lo spazio, ma che rende l'ambiente un po' clinico e vagamente museale.

Il menù è un foglio stampato giornalmente e in più edizioni (la nostra era già late lunch).
La carta dei vini è prevalentemente italiana; rimaniamo (orgogliosamente) colpiti da un Gattinara, Travaglini descritto così Piedmonte, ITA, 2004. Barolo 's brother - not as famous but as delicious.

La quiche caramellata con spinaci noce moscata e gorgonzola; la melanzana al forno con la salsa di pomodoro piccante, il formaggio caprino, noccioline tostate e prezzemolo; la zucca al forno con panna acida, paprika e coriandolo; la fregola (la pasta di grano duro sarda!) con pisellini, al pesto di pomodoro, pinoli e foglie d'insalata; le taccole con la cipolla rossa etc etc... inutile prolissità: il cibo qui è piacere, un rapporto consumato con decenza ed abbondanza.

Un boccone prima dell'essere sazi c'è l'essere soddisfatti, qualcosa che si chiama confine culinario, infatti rinunciamo ai dolci per non andare oltrecortina, dove non rimane che il famoso mentino dei Monty Pyton.

Le dosi insomma sono abbondanti (qui esiste anche la sazientà dello sguardo) e la qualità... indiscutibile: ogni ingrediente descritto a menù è rintracciabile alla vista e al gusto, non scompare, non si perde in mezzo agli altri. Il piatto esprime i sapori, non li confonde e soprattutto nutre a sufficienza.

L'estetica di ogni singola portata viene fuori dagli ingredienti, della loro combinazione, non c'è alcun artificio decorativo, la bellezza si impone da sé e si porta dietro la sostanza.

La cultura mediterranea del cibo, del saperlo mostrare e valorizzare è il tratto distintivo della cucina di Ottolenghi: una lezione di stile.

E pensare che sono venuto qui con qualche pregiudizio. Mi aspettavo solo forma, ho trovato sostanza. Siamo lontani dai ghirigori di Gualtiero Marchesi, per esempio dal famoso Dripping di pesce, presunto omaggio a Pollock, una sorta di piatto gestuale astratto (?) e dal riso con la foglia d'oro... ma molto vicini al cibo delle migliori (sono tante) osterie e trattorie dello Stivale.

La storia di Yotam Ottolenghi, israeliano dalle evidenti origini italiane, è una storia di sorprendente successo: dopo una laurea in filosofia a Tel-Aviv arriva a Londra e inizia a lavorare nei ristoranti come pasticciere.
Uno chef tardivo dunque, ma che ha inventato uno stile: sperimentare la cucina mediterranea mescolando i colori ed i sapori forti, usando prodotti freschi e di qualità. Semplice ma efficace.
A metà febbraio il Nostro inizia una nuova avventura: l'apertura di Nopi a Soho. Un bel rischio, tante le forchette puntate addosso; curioso come sono, affilerò pure le mie.

E' ora di uscire da Ottolenghi, si sta facendo buio, acceleriamo verso gli antiquari di Essex Road con una predisposizione all'acquisto che solo il sollazzo gastrico regala.

Ah gli antiquari di Essex Road, Sir Charles Lamb, Islington, il tabacco di Sir Walter Raleigh, George Orwell... Ma questa è un'altra storia, un altro meridiano.
Il fra
*meridiano dedicato in particolare a (Povera pazza) alias Daniela

mercoledì 12 gennaio 2011

Italians: interview 008

Ho sempre visto Paolo su due ruote quando al mattino lo incrociavo al parco, mentre accompagnavamo i figli a scuola.

E infatti Paolo arriva in bicicletta... una bicicletta che non so descrivere... manubrio e sella alti e ruote piccole.

Ci diamo appuntamento alla cafeteria di Telegraph Hill, ma è già chiusa, così scendiamo verso il pub di Kitto Road.
Prima di entrare, Paolo impacchetta la bici, che diventa una specie di valigetta. Io guardo ammirato e penso a quante cose rinuncio per la mia nota pigrizia.


Il pub è un posto al limite del sordido, ma ci sediamo a un tavolo tranquillo, in sottofondo le voci rauche di un gruppo di donne e uomini inglesi sugli -anta avanzati che bevono birra. Nessun altro nel locale.
Noi iniziamo a chiacchierare davanti alle nostre birre.

Che immagine hai degli Italiani a Londra?

Non ne conosco tantissimi, anzi ho cercato di evitarli.
In che senso li evitavi?

A Lancaster nel novantadue, quando studiavo per la specializzazione, li evitavo sistematicamente per imparare l'inglese. Avevo solo amici stranieri.
Poi mi mancava la lingua e mi sono trovato con gli Italiani e ho fatto gruppo, ma dopo due/tre anni.
Quando sono venuto a Londra nel duemila ero ormai una coppia senza figli: mia moglie è finlandese. Ho conosciuto gli Italiani al lavoro, al St. George’s (College): per esempio un professore di Padova che fa pure il pendolare, poi degli studenti.
Io gestisco progetti, vedo gente che ha il curriculum e che mi chiede come fare e che non sa parlare inglese. Io faccio uno screening per cercare i migliori ma a volte è disarmante.

Gli studenti in Italia fanno un lavoro di volontariato, nelle Università italiane si sfruttano i neolaureati per fare ricerca; quelli che vengono in Inghilterra pensano di fare lavoretti e intanto di fare ricerca. Qui non funziona così. Qui hai dei fondi, con quelli assumi e fai ricerca con ricercatori altamente qualificati.

Insomma gli Italiani vengono e non sono qualificati... io ci ho messo due anni e mezzo a capire tutto. Molti ricercatori arrivano: lavorano qualche giorno, poi finiscono a fare i camerieri o i lavapiatti in pizzeria e non ottengono quello che vogliono.

Qui c'è competizione ed essere italiani è uno svantaggio... soprattutto se contattano me; avere più di due ricercatori Italiani è impossibile, puzzerebbe di favoritismo.
Tu dunque sei un ricercatore...
Io faccio sia il ricercatore sia il Manager di un grosso progetto di ricerca (venti persone per tre anni) finanziato dal Ministero della Salute: come ridurre il consumo di alcolici nella popolazione; un quarto degli inglesi beve più di un litro di birra in un giorno.

La seconda ricerca è europea, sulle droghe legali vendute su internet come alternativa alla cocaina e all'ecstasy. Tipo il mefedrone, che ora è illegale e la colpa è in parte mia.

Spiegami concretamente come è la ricerca?

Monitoriamo internet per vedere la gente che parla di nuove droghe.

Beh scusa che c'è di male... come fai a capire che quel prodotto di cui si parla è nocivo?

Parlano di prodotti che hanno proprietà psicoattive e tossiche. La gente dei forum è farmacologicamente consapevole e ha le conoscenze per diffondere l'uso di questi prodotti.

Quindi loro sono i topi?

Sì diciamo che fanno gli esperimenti su loro stessi. Non serve nemmeno l'analisi chimica: se cento persone ti dicono che è stimolante vuole dire che lo è. Poi c'è comunque un gruppo di ricercatori che acquista e fa l'analisi.

L'idea originale è capire le tendenze prima che una certa droga diventi un problema serio.

Fate una specie di spionaggio anche..
.
Meglio, facciamo del Web mapping: entriamo con degli pseudonimi ed alcuni lo sanno. Noi osserviamo ma siamo anche osservati... di recente sono entrati nel nostro sistema con le nostre password.

Non ti senti una sorta di poliziotto informatico?

No,anche se qui è coinvolto il Ministero degli Interni. Noi informiamo i dottori in ospedale, su quali siano le sostanze disponibili e quali gli effetti. Prevenzione informativa.

Insomma più scambio di informazioni che spionaggio...

Sì poi sai... chi usa le droghe è un creativo...

Dici?! io conosco dei rincoglioniti...

Se tu però vedi come sono rappresentate le droghe su internet, l'immagine grafica è piacevole rispetto ai siti proibizionisti... in questo senso sono creativi, comunicano bene.

Perché hai deciso di fare ricerca qui e non in Italia?

No in Italia no... ti faccio un esempio... capita di ospitare per la ricerca gruppi di Italiani e sono un mezzo disastro: o non partecipano ai meeting o quando lo fanno hanno bisogno del traduttore... l'ultimo meeting è stato cancellato perché l'amministrazione italiana non concedeva di partire il giorno dopo... gli unici che vogliono di partire il giorno dopo sono gli Italiani.

Il mondo universitario è impossibile, l'ho lasciato per evitare la gavetta per un posto di lavoro, di aspettare chissà che cosa... L'Inghilterra è più meritocratica. Ma fino ad un certo punto. Non è troppo diversa: intendo dire che conoscere qualcuno aiuta; diciamo meglio: al primo gradino l'Inghilterra è più meritocratica.

Poi assumere è una cosa più semplice: se ci sono i soldi, metto un annuncio arrivano i cv e scelgo e si assume subito.

E qui sui cv cascano gli Italiani... ho una ricercatrice polacca e una australiana... mi danno feedback poco incoraggianti sugli Italiani, insomma non fanno una bella figura... i nuovi arrivati sono terribili... solo chi è qui da tempo e conosce bene l'inglese e la cultura, può trovare un lavoro serio.

Diciotto anni in Inghilterra dieci a Londra con il senno di poi?

Rifarei tutto... Mia moglie è finlandese e ho conosciuto Soile qui e l'idea è di rimanere: ci sentiamo inglesi, i bambini soprattutto. A me non spiacerebbe un giorno tornare in Italia... ma questo lo dico adesso...

E l'Italia?

Eh l'Italia un po' mi stufa e la rinnego e un po' ne ho una nostalgia pazzesca... cerco di trasmettere ai figli la cultura la lingua la musica.. il piacere della propria storia... di essere Italiani. Spesso sono, come dire, rianimato dalle figure di merda di Berlusconi...
In questo momento però non mi interessa dove va l'Italia... comunque non va da nessuna parte.

Da che parte dovrebbe andare?

L'idea dei cervelli in fuga... non ha senso... io me ne sono andato e basta. L'Italia non deve attrarre gli Italiani che se ne sono andati, ma gli stranieri... che cosa offre l'Italia agli stranieri?... il tempo il cibo il casino? se l'Italia offrisse le condizioni, i miei colleghi andrebbero nel nostro paese... se la nostra società le nostre università fossero più aperte...

Qui mi piace il giornalismo, c'è una grande attenzione.. c'è un senso giuridico spiccato.

L'Italia la vedo male poi ora c'è pure la crisi e anche qui la vita non è facile...

E Londra? c'è un posto particolare che ti commuove o una sensazione che Londra ti ha dato e che ricordi?

Anni fa ero in viaggio di lavoro... arrivo a Stanstead e poi l'autobus mi porta al centro di Londra... provai la sensazione di essere a casa... finalmente casa mia. Era il duemilaquattro dodici anni dopo...

Usciamo. Fuori dal pub un paio di avventori ammazza con il fumo l'ennesimo litro di birra... non si accorgono nemmeno che Paolo con calma spacchetta la sua bici.

martedì 11 gennaio 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 01.11

Il mio nome è Zen, Aurelio Zen. Non suona come Bond, James Bond, ma se non altro nella testa rimane. Da dove viene un nome così? E' il nome veneziano di un ispettore di polizia, creato dalla penna di Michael Dibdin.

Siamo sulla BBC 1, nove di sera: Zen è una serie di tre puntate ambientata in Italia, in una questura di Roma, con attori quasi tutti inglesi, ma personaggi rigorosamente italiani.
Siamo (noi) seduti sul divano armati di Quality Street natalizi, di the fumanti, di frutta, pronti per un'ora e mezza di sceneggiato senza pubblicità o intervalli... come in tutta la tivvù pubblica inglese.

Mentre la voce fuori campo introduce il programma (non ci sono annunciatrici bionde brune che puntano il dito ed il sovracoscia verso gli spettatori), si può andare in bagno, altrimenti si deve trattenere. E trattenere non aiuta a concentrarsi.

La scenografia di Zen è molto bella: Roma al tramonto con il Cupolone, le vie del centro, le terrazze, i remoti villaggi dell'entroterra abruzzese...
Pubblicità gratuita. Il divano si riempie di orgoglio nazional-popolare: siamo belli come cartoline illustrate.
Zen è scapolo e vive con Mamma, che non ha un nome di donna perché appunto è la Mamma: primo cliché, il nostro è un bamboccione, di quelli che vivono ancora in casa.
Insomma un maschietto con gli attributi, che si fa stirare le camice da Mamma, interpretata da Caterine Spaak (dal viso un po' gonfio), la quale si lamenta del figlio single e del suo disordine. Altro cliché.

Poi c'è il collega compulsivo che si tromba tutte le poliziotte, l'amico di fiducia sposato con figli, il questore che prende le pastiglie, il ministro corrotto ma non troppo, il carabiniere di provincia pigro, vecchie Ritmo dai capienti bauli usati per sequestri lampo, mura scrostate, chiese di paese semivuote con madonne in legno e candele.
Compare la nuova segretaria del capo, Tania Moretti (l'italiana Caterina Murino) sposata ma in crisi, con cui Zen flirta (ind. pres. da flirtare, anglicismo)*.

La trama si snoda un po' lenta, ma la confezione è molto bella e scintilla di panorami piazze vicoli e ville.

Rimane interessante la percezione che gli altri hanno di noi; l'immaginario è per immagini, cartoline appunto che riempiono lo schermo come se le case e le cose rappresentassero l'Italia meglio di noi stessi. Intrappolati dentro spazi che ci sovrastano, replichiamo i comportamenti perché lo scenario è da secoli lo stesso... siamo fermi come i nostri eterni monumenti.

La puntata finisce. Esco in vestaglia nel giardino per richiamare la gatta, fa molto freddo: ma che diavolo sto facendo?! a meno cinque gradi recupero un quadrupede per riportarlo in casa? ci mancava pure l'ispettore italiano! mai avrei immaginato... duemilaundici, un nuovo decennio... e chissenefrega di Aurelio Zen!

Rientrando in casa, mi chiedo se nella malinconia dei giorni che seguono il capodanno, nella confusione delle chiacchiere e degli auguri postumi, nell'ansia che precede la routine ed il lavoro, io posso tracciare una linea orizzontale e sicura come un corrimano.

Mi chiedo se riuscirò a marcare un confine netto con il passato recente, un confine da cui guardare con indulgenza e disinganno non solo i tanti errori commessi, ma anche tutta la felicità perduta, senza provare un dolore continuo, avvolgente.

Mi chiedo se avrò il coraggio necessario per navigare tra le passioni e i sentimenti e per percorrere un altro (il quarantesimo) tratto di strada o se invece calerò per inerzia come una àncora stremata, vinto dalla mia proverbiale pigrizia.

Perché più che i buoni propositi, i calorosi auspici e le colorate promesse di questi giorni già svaniti nel quotidiano, forse bisogna lasciare alle spalle cose e abitudini vecchie per fare spazio a cose, abitudini e persone nuove.
Un pensiero Zen, senza Aurelio. Buon anno.
Il fra
*qui l'articolo segnalato da M.

giovedì 6 gennaio 2011

N° 01: Tate Gallery, Southbank

"Io metto Liberty"
"Ma dai lo shopping al primo posto?! e l'arte?!"
"L'arte è moda e la moda è arte"
"Fra, per favore non dire cazzate. E la Tate?! la cafeteria al settimo piano, le collezioni, quello che la Tate rappresenta, il recupero dell'edificio, Southbank... e non farmi incazzare! Non si può mettere Liberty al primo posto!"
"Ok va bene, Liberty al secondo."
"E la Tate al primo! perchè l'idea che siamo venuti a Londra per Liberty mi fa proprio incazzare..."
"Ho capito, comunque non ci sarebbe niente di male?!"
"Fra per favore... un po' di contenuti!"

E su questa scia, accusato a ragion veduta di non avere contenuti ma solo forma, cedetti e la Tate raggiunse così il vertice della nostra personale e arbitraria top ten.

La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha compilata. Ma se invece vi avessimo annoiati, credetemi, non s'è fatto apposta.

mercoledì 5 gennaio 2011

N° 02: Liberty, Regent Street

Esco saldo sui saldi, mi compro pure un lecca lecca di cioccolato bianco e scivolo via da questo tempio pagano, aggrappato con voluttà alla borsa viola scuro (melanzana) con la scritta grigia e con in mano pure la loyalty card.
Sono in piena dipendenza da Liberty.

Dentro la borsa un pezzo di Vivienne Westwood che presto indosserò e di cui vado molto fiero, come di un desiderio soddisfatto, perchè a Liberty l'acquisto deve essere lento come un lento orgasmo; le sciarpe si strisciano con voluttà sui corrimano in legno e le dita sfiorano senza afferrare qualsiasi cosa.
Dove gli oggetti vengono incontro come se non avessero un prezzo, nella loro essenza... sollo alla fine cerchi l'etichetta come se commettessi un reato.

Sacerdotesse e chierici in nero si avvicinano discreti e ti soffiano addosso confessioni che sono peccati come le sete i tappeti i profumi le cravatte le scarpe e le bottiglie di champagne che si versano a un passo dal reparto accessori uomo.

Qui il tempo si chiude fuori con il suo casino, mentre tu inventi mondi sfregando la carta di credito come una indulgenza pagata al tuo peccato capitale.
Il brivido del sesso consumato a sguardi per poi accorgersi che si acquista senza senso di colpa, senza la profilassi del denaro contante.

Dopo Liberty, Harrods sembra quello che è: una volgarità, una parolaccia da trivio per turisti affamati e guardoni.

Liberty è lo stile senza artificio, l'erotismo dello shopping. Harrods è l'artificio senza stile, la pornografia dello shopping.

martedì 4 gennaio 2011

N° 03: Greenwich Park, A Panorama of the view from...

Si prende il bus cinquantatre da White Hall e Trafalgar Square (che passa a New Cross Gate) e si scende all'ingresso di Greenwich Park, il primo parco reale di Londra.

Si percorre il viale principale fino alla statua di James Wolfe, sulla sinistra l'Osservatorio e poi dalla balconata, con la statua alla spalle...

Un panorama non si descrive, si immagina: una perdita d'occhio, l'onnipotenza dello sguardo, il dettaglio, il respiro, tutto quello che vi passa per la testa.

Un pezzo di Londra o forse tutta intera.

lunedì 3 gennaio 2011

N° 04: Hackney City Farm and Broadway Market

Galline in libertà, cacche un po' ovunque, belati e puzza di maiali abnormi, chi libero di raspare, chi invece in datati ma funzionali recinti, gli addetti in stivali antimerda con un'aria di spavalda confidenza, i movimenti sicuri di chi come hobby e volontariato cura una fattoria al centro di Londra...

Ma i bambini all'Hackney City Farm si guardano incuriositi e scoprono gli animali addomesticati e molto i loro odori... per tutti c'è un'orto botanico, una cafeteria molto originale (che merita una recensione a parte) e un parco.

Si prosegue puntando il nord verso il Regent's Canal e Broadway Market che il sabato offre un mercato di cibo in un'atmosfera simpatica e molto giovane.
Qui da F.Cooke, un Pie & Mash shop, a conduzione familiare e con gli arredi degli anni trenta (memorabile la pie all'anguilla!).. e quasi di fronte un fish and chips strepitoso.

domenica 2 gennaio 2011

N° 05: Victoria and Albert Museum Cafeteria

Non possiamo che insistere con i Musei e la combinazione mostra/collezione bookshop cafeteria: decisiva quando ti accorgi che puoi passare la giornata in un museo deliziato non solo dalle opere e dal modo in cui sono esposte, ma anche dal fatto che puoi mangiare bene e comprare quello che vuoi.
E non pagare il biglietto è un incentivo per dare fondo al portafoglio con il superfluo piacere dell'acquisto compulsivo.

Il Victorian and Albert Museum, per gli amici V&A, è archittetonicamente un museo interessante, al punto che forse la scatola è più bella del contenuto, ma si impone con discrezione: l'eleganza della confezione invoglia alla passeggiata tra le sale.

E poi, esausti magari dell'ecclettismo delle collezioni, quasi involontariamente ci si imbatte nella cafeteria e nelle sue tre sale (in foto)... metto i puntini: della cosa ho già scritto qui e sempre qui porto gli amici.

La bellezza è meno appagante se si contempla da soli.

sabato 1 gennaio 2011

N° 06: Richmond & Petersham Nurseries

Se non conoscessimo Kam e Gabri, probabilmente a Richmond non ci saremmo mai andati.
Siamo in Zona 4, capolinea sud della District Line, lungo le sinuose anse del Tamigi.

A bene vedere questa è stata la nostra prima Londra, un attracco morbido lontano da Oxford Street; l'atmosfera è molto british, più elegante e forse più ovattata.

Non rimane che passeggiare e sul fianco del Tamigi la vista è appagata: tra Constable e la Woolf scorrono paesaggi e dialoghi interiori.

Con compiacimento e borghese indolenza si arriva fino al borgo di Petersham, in direzione Kingston e si termina la gita al Petersham Nurseries Cafe: qui, dentro a serre vittoriane, insieme al caffè si può consumare l'illusione della nobiltà, fatta di piante rare, sedie in ferro battuto, profumi di provenza, tessuti di lino e la sensazione che l'Inghilterra sia ancora un Impero.

e buon anno a tutti.