domenica 16 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 30.11

Richard Dawkins è un biologo e uno scienziato inglese, autore non solo di libri fondamentali per comprendere e sviluppare la teoria evoluzionista (Il Gene egoista), ma anche dichiaratamente ateo, fino a considerare il sistema della religioni e la fede (L'Orologiaio cieco) un totale inganno perpetrato soprattutto ai danni dei bambini.

Ho letto quest'estate il suo The God Delusion, sotto il sole di Eretria in Grecia, a due passi da una chiesetta bizantina che la domenica scampanava alle sette del mattino e non distante dai resti dei templi pagani della città vecchia; un libro necessario, divertente e spietato, di quelli che per l'ansia della scoperta avrei voluto subito condividere.

Mi sono sempre domandato in che modo parlare ai miei figli di dio e della religione, due cose diverse certo, e se la seconda non mi appassiona per nulla, di dio invece avrei voluto saperne di più: la storia dell'idea di dio in particolare, il mito comune e trasversale a tutte le civiltà in tutti le epoche della civiltà umana.

Due anni fa, nelle settimane d'inerzia prima del trasloco a Londra, recuperai un vecchio libro di Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi. Solo per il titolo mi piacque molto: una raccolta di articoli scritti per La Stampa nel corso degli anni settanta.

In uno scrive: Penso che uno che non crede in Dio, non ha però il diritto di dire al suo bambino "Dio non esiste". Non può mettergli davanti questa sua convinzione personale come universale certezza. Lo può fare con altre sue convinzioni ma con questa no. Le parole Dio non esiste sono di estrema angoscia per un bambino. (...) Un mondo in cui Dio non c'è, e in cui la morte è un punto in un cimitero dove si scende a dormire per sempre è esattamente il contrario di tutto quello che un bambino ama e vuole. Un bambino detesta dormire; detesta e teme la noia. Forse li detesta proprio perché sono, il dormire e la noia, qualcosa che rassomiglia alla morte; a ciò che gli sembrerà se Dio non esiste, la morte"

Sono d'accordo, però mi chiedo dell'altro: se non parlare di dio ai bambini (o lasciarli senza spiegazioni) sia piuttosto un segno dell'indifferenza e del disimpegno dei genitori, la scusa per evitare l'argomento.

Qui in Inghilterra nelle scuole pubbliche si insegnano le religioni in maniera un po' semplificata ma neutrale e quindi è (o sarebbe) compito della famiglia o del gruppo etnico spiegare e trasmettere la tradizione religiosa ereditata.
Vero anche il contrario, che l'essere educati dalla famiglia o dalla scuola per esempio al cattolicesimo, non impedisce in futuro che si abbandoni quella religione o, come fanno i più, che la si coltivi con indifferenza o per marcare le tappe importanti della vita: battesimo, comunione, cresima, matrimonio e morte.

In questo caso la scelta di abbandonarla (non la scelta di essere indifferenti che mi pare più secolare, cioè capita senza che ce ne si accorga) diventa più impegnativa: difficile non ricordare la sensazione del peccato, il senso di colpa, l'idea di essere guardati a vista dall'alto da dio, dai santi e dagli angeli.

Insomma noi da bambini non avevamo scelta, si parlava solamente del dio cristiano tanto alla materna quanto alle elementari, era dato per scontato, certo e sicuro con tutti i dogmi del catechismo.
Non si poteva discutere l'ipotesi di far studiare le religioni perché questo toglieva alla nostra religione l'esclusiva idea di appartenenza e l'identità di razza e di territorio: se dio si manifesta in più forme in giro per il mondo magari un dubbio che dio non esista può venire anche a creature di dieci anni, d'altronde a quell'età iniziano già a scricchiolare anche Babbo Natale e le sue renne.

Domenica mattina uscendo su New Cross Road, dalle macchine parcheggiate lungo tutta la corsia dei bus, escono famiglie, prevalentemente di colore, per andare al vicino tempio dei Testimoni di Geova: i bambini e le bambine sono vestiti così elegantemente con le giacche e le cravatte, le gonne colorate a puffo e i nastri ai capelli, le scarpe tirate a lucido, da fare tenerezza: che cosa pensano? a che cosa credono?, come vedono quello che li circonda?

Non posso non pensare che sia troppo presto per creature così piccole incontrare dio e i suoi sacerdoti, non tanto perché non hanno la possibilità di scegliere, ma soprattutto perché non sanno scegliere, non sanno fare dei confronti e vedere la complessità del reale, perché non possono riconoscere le ragioni degli altri e coltivare una spiritualità che non sia solo un'insieme di precetti da seguire e di regole da imparare, ma piuttosto un insieme di scoperte e di meraviglie.

Dei Testimoni di Geova conosco poco, ma temo che il sistema di prescrizioni di qualunque religione si inculchi come un linguaggio nel bambino (come in un contenitore vuoto, perché aperto al mondo) e non lo lascia più, se non a prezzo di una (non sempre) serena autocritica e di un feroce studio.

Se mi capitasse, questa sarebbe la risposta, presa ancora una volta dalla Ginzburg: "Io penso che Dio non ci sia. Però non lo so. Altri pensano che non ci sia. La verità non la sa nessuno"
Insomma, non parlerò loro né di riscatti, né di illusioni, né di speranze ultraterrene, perché è essenziale e sano farsi un'idea, senza trascinarsi nell'indifferenza, né dimenticare la meditazione, lo studio e la riflessione.

Dawkins ha pubblicato recentemente The Magic of Reality, How we know what's really true, un libro illustrato che spiega "what are things made of? what is the sun? why do bad things happen? are we alone?"
Nel corso della storia sono state date differenti risposte a queste domande. Nel libro la realtà è spiegata come fonte continua di meraviglia.
Lo leggerò, io che alla scienza non ho dato più che uno scolastico interesse, non da solo, ma con i bambini. E quello sorpreso sarò io.
Sorpreso da loro intendo.
Il fra

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