giovedì 13 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte seconda)

...continua dal post precedente

In quello che mi stai dicendo non c'è la scienza, non che sia un limite, nelle motivazioni che dai non c'è Dawkins... la teoria evoluzionista... come mai?
Non ho una grande spinta pro o anti scientifica. Considero la scienza un genere letterario, che non mi interessa particolarmente.
Come fai a considerare la scienza un genere letterario me lo devi spiegare...
Non mi interessa la scienza, perché quando un qualunque discorso si pone come discorso verità, al quel punto non mi interessa e mi sembra pericoloso. Mi interessano gli strumenti, non gli ordini di impiego.
Prima sull'anarchia hai detto il contrario..
Quando parlavamo di anarchismo parlavamo di fini, anzi dell'unico fine che era riprendermi la mia vita, un fine che ritorna al principio, che non si pone sopra di te ma dentro di te.
Altre cose, che si pongono sopra la tua testa come elementi di verità, non mi interessano. Mi interessano le cartografie più che i GPS, preferisco mi venga data la mappa, non la direzione.
Uno scienziato però ti dice che la scienza non fornisce la verità ma allarga la comprensione.
La scienza è entrata a far parte di strutture di business o strutture semantiche che le hanno dato una dignità od un ruolo che forse gli scienziati non avrebbero voluto darle.
Ho l'impressione che siccome è un argomento che non conosci tendi a dargli la risposta un po' a priori...
Da un lato è vero che sulla scienza non ho molta conoscenza, ma è vero anche che spesso, nella pratica quotidiana, la scienza acquista la forza di una verità assoluta, nonostante tutte le riserve del metodo sperimentale. Credo che creare delle verità di questo genere sia come mettersi dei mostri sopra la testa, e non ne ho nessuna voglia. Io non sono contrario alla scienza, sono contrario allo scientismo, sono contrario alle verità. La ghigliottina è sempre la pratica quotidiana del discorso della verità.
Piuttosto, credo che la scienza, come tutti gli altri discorsi, sia un genere letterario. E non mi appassiona più’ di tanto.



Che cosa fai a Londra adesso?
Negli ultimi tre anni ho lavorato per la casa editrice Zed Books, una cooperativa editoriale fondata nel 1977 e composta oggi da dieci persone. Cooperativa significa che ognuno dei lavoratori è comproprietario della compagnia e che non c’è un capo. Zed Books pubblica testi con un focus sul terzo mondo, il sud globale, il femminismo e l'ambientalismo. E’ di base a King's Cross. Mi sono licenziato da Zed un mese fa e adesso lavoro da Verso, un editore storico di politica e filosofia radicale, a Soho.
Sono Foreign Rights Manager, vendo i diritti di traduzione. Se una casa editrice straniera vuole tradurre un libro pubblicato da noi, deve chiedere all’editore di darle il copyright. E io mi occupo di questo. Ovviamente è un paradosso con le mie posizioni anarchiche in fatto di proprietà intellettuale...
Nel frattempo faccio altre cose. Ho co-fondato e sono tra gli editor di Through Europe (http://th-rough.eu), una piattaforma di scrittura multilingue, trans-europea, composta al momento da ventisette scrittori che si occupano di politica, cultural thinking, current affairs, eccetera. E’ l'equivalente esploso di un think tank radicale. Sto aprendo insieme a altri amici un bookshop radicale a New Cross. In questa cooperativa siamo in quattro, Anna Galkina, un poetessa e la mia ragazza, Paolo Mossetti, un compagno di Napoli, e Robert Prouse, uno scultore inglese. Poi organizzo degli incontri con scrittori e pensatori, come ho fatto di recente in collaborazione con la artist-run gallery AutoItalia di Peckham. E collaboro ogni tanto al programma radiofonico di cultural thinking Novara, su Resonance Fm.
Poi scrivo sulle riviste Alfabeta2, Loop, a volte Il Manifesto, su vari siti come Infoaout, Global Project, Milanox, eccetera. Uno degli ultimi pezzi che ho scritto si intitola “Passi per una mistica della economia”, assolutamente ispirato a Thomas Muntzer. Come lui, scrivo che dovremmo ammazzare i preti, solo che io parlo degli economisti. Muntzer voleva rifondare la religione cristiana su base non-mediata, io faccio lo stesso discorso sulla religione dell’economia.
Che idea ti sei fatto di quello che è accaduto con le riots... io ho scritto un articolo ma non c'ero...
Ho scritto un paio di articoli al riguardo, uno appena tornato da Peckham la notte dei saccheggi, e uno qualche giorno dopo quando c'è stata la repressione. Ho anche fatto un po' di resoconti per l’Italia su Radio Capital e su una piccola radio siciliana. La faccenda è stata abbastanza complessa. Da un lato è stata una jacquerie, in cui la gente è impazzita, dall'altro lato non è stato una assalto ai forni, non si è trattato di gente che aveva fame, ma di gente che rubava stereo, forni a microonde e vestiti. Una riot di consumisti.
Io chiedevo ai colleghi e mi dicevano they they ma they chi?
Io ho visto bianchi e neri in pari proporzioni, uomini e donne in pari proporzioni, giovani e vecchi quasi in pari proporzioni. C'erano i ragazzini che spaccavano le saracinesche delle gioiellerie e i vecchi che li incitavano. Una volta che la saracinesca era caduta, entravano tutti quanti. Pensa che un tizio è stato arrestato perché era in carrozzella e non era riuscito a scappare in tempo dal negozio. L'unico comune denominatore, devo dire, era la povertà. Erano tutti poveri, non c'era middle class.
Prima di trasferirmi a New Cross ho vissuto per tre anni a Peckham, e col tempo ho fatto l’occhio alle persone di quel quartiere. La gente delle riots erano le stesse persone della Peckham quotidiana, non erano vandali scesi dalla Luna. Ma a causa di quello che è successo, migliaia di famiglie adesso perderanno la casa, i sussidi di disoccupazione e i benefit. Una repressione davvero medievale, orribile, che non fa altro che aggravare l’emarginazione di queste persone.
Credo si debba aggiungere anche un’altra prospettiva di lettura delle riots, oltre ovviamente a quella sociale. C'è un elemento di igiene mentale, di ecologia della mente, che bisogna considerare. Le riots sono state un'esplosione di follia collettiva e l’espressione di un pensiero di se stessi e dei propri bisogni che è il prodotto di decenni consumismo sparato a mille. Da un lato, ci vengono caricate addosso sin dalla nascita enormi aspettative su un idea di successo basato esclusivamente sulla ricchezza monetaria e sulla proprietà, dall’altro andiamo sempre più perdendo strutture di solidarietà di base su cui poter contare. Da un lato abbiamo la follia del capitalismo, dall’altra non abbiamo ancora una terapia dell’amicizia.
La gente delle riots era una nuvola di moscerini all’assalto del miele. Si rubavano le chiavi per entrare nel sogno del capitalismo, non le mazze per spaccarlo o gli strumenti per costruire un mondo nuovo. Per arrivare a questo, credo, avremmo bisogno prima di tutto di sviluppare una nuova ecologia della mente.
Dal punto di vista della politica britannica, penso che questo sia benzina sul fuoco Tory, e dall'altro avverto il problema del multiculturalismo che non ha costruito una società ma tante piccole società, piccole identità comunitarie e questa non è integrazione, perché nell'integrazione si perde un po' di identità... condividi questa analisi?
Mi trovi un po' in disaccordo: queste rivolte sono state, paradossalmente, il pinnacolo dell’integrazione culturale. Se anche è vero che ci sono le comunità locali, quella che si è ribellata non era una federazione di comunità locali, ma l'unica società di cui tutti facciamo integralmente parte: la società’ psicopatologica dei consumi. E questo è il succo dell’integrazione occidentale: il far entrare tutti, arabi, gay, donne, neri, bianchi eccetra nella società’ dei consumi. I rioters erano tutti perfettamente integrati nel loro essere consumatori, e per questo non rubavano il pane ma gli stereo... La loro unica unione cosciente, purtroppo, era il loro essere consumatori integrati.
Penso che questa mono identità fondata sul consumismo nasca dal fatto che ci siamo fermati al multiculturalismo non abbiamo trovato altri motivi per definire una società come tale... Difendere identità delle singole comunità e garantire loro accessibilità ai consumi sono cose che non fanno stere in piedi una società.
Sono d'accordo, in parte, sul voler sviluppare una critica sulle comunità identitarie, anche se ovviamente non sono il primo a dirlo, pensiamo a Judith Butler ad esempio. La cosa che mi lascia perplesso delle comunità identitarie è che vengono presentate come un'alternativa al nazionalismo, mentre in realtà sono un pullulare di piccole patrie... Ne parlava anche Benedict Anderson.
Non c'è in nessuna comunità la rinuncia all'identità, perché se tu vuoi costruire una società devi appunto...
Non credo che il pullulare di piccole patrie sia la soluzione, dal momento che il problema viene semplicemente riproposto su scala diversa, rimpicciolito in termini di costume ed espanso in termini di quantità. Un miliardo di piccole patrie che stanno insieme perché comunque esiste uno stato nazione che sovraimpone l'identità generale e che offre loro delle infrastrutture...
Si potrebbe immaginare un modo di stare insieme che non è necessariamente basato sulla condivisione di una identità. Anche l'identità è un’altra di quelle verità, di quelle astrazioni che ti premono sulla testa, a cui bisogna conformarsi. L'Identità non è uno strumento, o è uno strumento infingardo... la differenza che c'è tra un martello in testa ed uno nella mano. Ad esempio, non ho mai trovato il senso di definirmi Italiano. Quando vivevo in Italia, mi chiedevo come potessi far parte di una società di cui non conoscevo tutti i i membri, e di cui ne odiavo un buon numero...
Ma sarebbe possibile immaginare una comunità che sta insieme perché condivide dei bisogni, che via via cambiano e via via ti portano a unirti ad alcune persone invece che ad altre, a separarti e riunirti e così via. Sarebbe interessante ripensare la società come una federazione costantemente mutevole di libere persone, che si raggruppano attorno a dei bisogni. Non solo bisogni primari, come mangiare e bere, ma anche il bisogno di socialità, il bisogno di vedere qualcosa di bello.
Che rischi e limiti vedi? Non è utopistico?
Anche questo modo di vivere esiste di già, è il modo con cui scegli tuoi amici... Ovviamente ha dei limiti, ma in effetti sono limiti utili. Non ti consente una crescita illimitata, la creazione di uno stato nazione alla Luigi XIV in grado di sviluppare le grandi manifatture, o un gigante industriale come la Russia sotto Stalin. Sviluppi produttivi su enorme scala possono essere fatti solo da realtà molto grandi, organizzate gerarchicamente. Infatti i boscimani del Kalahari non hanno costruito neanche una fabbrica, essendo una federazione agile che si ferma non appena raggiunge il suo scopo. Lo stesso avviene con un gruppo di amici: se io te stiamo insieme perché siamo amici, quando passiamo una bella serata insieme non è che poi restiamo tutta la notte e il giorno dopo svegli insieme perché così ci divertiamo di più... ad un certo punto andiamo a dormire, e questo è un limite, ma è un limite utile perché ad esempio il divertimento non si accumula.
Ma detto questo, noi, in questo momento storico, abbiamo già’ superato la fase della creazione delle industrie. Abbiamo tecnologia sufficiente per produrre le stesse cose senza bisogno di impianti industriali disumani.
Che differenza c'è tra questo ed il comunismo?
Penso che tra i vari bisogni che abbiamo ci sia anche un bisogno di comunismo, di una condivisione che non si fermi ai soli mezzi di produzione. Una condivisione degli strumenti e delle mappe, una collaborazione non gerarchica su obbiettivi decisi insieme, e dalla quale è sempre possibile separarsi. Il comunismo, così, è un buono strumento. Se lo intendiamo invece come uno Stato gigantesco che impone a tutti di lavorare come formiche per raggiungere il sol dell'avvenire e per la patria, allora no, allora e’ un’aberrazione. L’idea stessa del sol dell’avvenire non funziona: se non è oggi non sarà domani, o funziona oggi o non funzionerà mai. Il comunismo è un metodo, e i metodi funzionano subito, non in qualche remoto futuro.
Londra, che cosa ti piace di Londra o cosa non ti piace, che cosa prevale... a parte il weather... mi dici due o tre posti di Londra tuoi?
Londra mi piace perché è un punto di aggregazione di persone da diversi parti del mondo, ma di persone che si sono abbastanza auto-selezionate. Qui non è difficile trovare persone con cui fare delle belle cose. Poi trovo meraviglioso come qui non ci sia il peso enorme della sconfitta a priori che spesso si sente nella sinistra italiana, o quelle inutili divisioni tra vecchi e giovani, donne e uomini...
L'Inghilterra è un po' una patria di stranieri e mi ricordo che, a proposito di mistici, c'era un monaco del sesto secolo, Ugo da san Vittore che disse qualcosa di molto interessante: l’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante, colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte, ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo è un paese straniero.
Londra ti costringe a vivere da straniero. Questo è fantastico. Però è una città stancante, si lavora moltissimo, c'è troppo. Con Anna, stavamo pensando prima o poi di andarcene, magari in Portogallo.
Beh che salto...
Nell’entroterra, dalle parti di Evora, vicino al confine con la Spagna. Da qualche parte in un piccolo paese, ma con la connessione internet. Appena riusciamo a trovare il modo di guadagnare il minimo necessario lavorando a distanza...
Pensavamo anche di andarcene in Sicilia, ma i siciliani sono pesanti, e in effetti la mafia e’ presente in ogni piccola cosa, nel favore, nel lavoro... No, voglio evitarlo. E poi in Sicilia sarei straniero fino a un certo punto, mentre in Portogallo sarei straniero veramente. Sarebbe meraviglioso poterci trasferire in gruppo, con un po’ di altre persone, vivere accanto ma non nello stesso letto. Siamo pur sempre animali con i nostri micro-territori.
I posti a Londra che ti piacciono
C'è la Poetry Library, vicino al BFI, Royal Hall al secondo piano, piccola con le vetrate sul Tamigi, e i vecchi scaffali con la manovella gigante.
C'è un ristorante bello ma caro. Il St Johns, a Farringdon. Preparano piatti tradizionali e un po’ dimenticati, come la guancia di maiale o il cuore arrosto... buonissimo.
Esterno giorno... mi piace il Deptford Market, dove ancora c’è un piccolo senso di scoperta. Viviamo in un mondo senza avventure e lì c’è ancora un minimo di avventura.

3 commenti:

  1. sono molto perplesso...

    Massimo

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  2. Dicci perche' Massimo...
    Il fra

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  3. bella intervista molto interessante.una persona con "le sue" idee chiare, fara successo,almeno se il successo lo interessa:-) ciao fra tutto ok spero.

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