mercoledì 12 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte prima)

Federico Campagna abita a due passi da me, un buon motivo per arrivare un po' in ritardo e accaldato. Suono alla porta di una casa a tre piani, vicino alla Goldsmith: apre un ragazzo magro, dalla carnagione bianca, quasi pallido, la zazzera nera corvina.
Mi invita a salire, mi serve il caffè in una piccola moka italiana e la conversazione inizia subito aperta, serrata e a tratti divertente al punto che quasi dimentico di accendere il registatore...
A microfoni spenti, mi parlavi della tua doppia vita...
Una doppia vita sin dall'inizio.
Mio padre è di Prizzi, vicino Corleone, mia madre di Palermo.
I miei si sono prima trasferiti in Valtellina, dove sono nato, poi a Milano. Vent’anni fa, a Milano, avere una faccia nord africana come la mia era un tratto parecchio caratteristico… Ovviamente ero un immigrato.
Allo stesso tempo, i miei legami con la Sicilia erano e sono in realtà inesistenti, perché se vai in Sicilia e parli con accento milanese, sei un milanese.
Stessa cosa in altri campi: sono
sempre stato interessato alla letteratura e alla politica radicale, ma sono finito a studiare economia alla Bocconi.
Come mai hai fatto la Bocconi?

In realtà me lo chiedo spesso anche io e mi dò sempre risposte diverse. E’ una domanda che risolvo in maniera mitologica, e la risposta che dò cambia di volta in volta per giustificare le scelte che faccio in quel momento.
Una risposta alla Zelig.
.
Esatto.

E questo ti succede anche quando ti chiedono di dove sei?

Infatti ad alcuni dico che sono di Milano ad altri che sono siciliano
. Comunque, se vogliamo, una ragione per la Bocconi c'è ed è di tipo familiare. Sia mia madre che mio padre fanno gli insegnanti, lei di arte lui di lettere. Io ho una sorella e come sai gli stipendi degli insegnati in Italia sono quel che sono. Quando ero piccolo, ricordo, avevamo problemi a pagare l’affitto e qualche volta abbiamo rischiato di essere sfrattati. Il che mi ha abbastanza traumatizzato. Quindi, sin da bambino, mi è rimasta impressa questa cosa: bella l'arte, la letteratura però con il cazzo che mi faccio fregare e rimango senza soldi. Anche se poi è finita così lo stesso...
Di solito è il contrario: il padre che dice: "non fare lettere"...

I miei mi hanno sempre detto di fare quello che volevo, giusto di tenere i piedi per terra.
Però, ti dicevo, ero rimasto colpito dalla faccenda dello sfratto e poi, anni dopo, quando i miei hanno comprato una casa, dal rischio incombente di non riuscire a pagare il mutuo e che la banca si prendesse la casa.
Questa idea di perdere la casa mi faceva impazzire, e quindi, quando si è trattato di scegliere tra studiare filosofia ed economia, ho scelto economia. Ho passato cinque anni alla Bocconi, ho fatto il master, sono uscito con cento dieci e lode. Finito quello ho detto basta, ho dato... Infatti adesso ho appena finito un Master in Cultural Studies qui alla Goldsmith, lavoro in una casa editrice radicale, e sono felicemente anarchico. Non sono diventato ricco e non penso che ma lo diventerò, ma finalmente mi sono messo il cuore in pace. Fare la Bocconi è stato una specie di esercizio di psicomagia durato cinque anni.
Quei cinque anni lì ti hanno portato a fare il master in Cutural Studies qui alla Goldsmith, mi spieghi questo passaggio... a Londra?

Sono venuto a Londra mentre ancora facevo il master in Bocconi. Era un master di specializzazione in economia dell'arte e ella cultura.
Ho lavorato per due anni in una galleria d'arte contemporanea, la Max Wigram Gallery, a Bond Street. Dopo due anni come assistente del gallerista ho capito che con il sistema dell'arte contemporanea non volevo avere niente a che fare. Mi sono licenziato e ho passato i sei mesi successivi convinto che avrei potuto fare lo scrittore e basta.
Vivevo con la mia ragazza in una microstanza a Peckham, studiavo meditazione e mi sembrava tutto possibile. In realtà, ho capito poi, una cosa del genere è possibile solo se ci si trova all’interno di un gruppo, di una comunità. Provarci da soli è un suicidio. E poi, ovviamente, i soldi che avevo risparmiato dal lavoro sono finiti.
Alla fine, messo alle strette, ho cercato e fortunatamente trovato lavoro in una casa editrice. Nel frattempo ho anche capito che dovevo dare un po' di base ai miei scritti di filosofia e ho deciso di fare un master part-time in Cutural Studies.
Come si fa durante il percorso bocconiano a coltivare una passione che ha a che fare con la politica e con l'anarchia? Prima però c'è bisogno di un chiarimento su che cosa è anarchico e che cosa è radicale. E come sei riuscito ad alimentare questo interesse facendo la Bocconi?

Domanda amplissima... Stando all’etimo, un approccio radicale è quello che va alla radice del problema trattato. In questo senso, si può avere un approccio radicale rispetto a tutto, a seconda dei vari ambiti.
Un approccio politico radicale è indirizzato alla questione di cosa unisca il nostro vivere insieme e che cosa stia alla base del nostro rapporto con le cose. Ovviamente, ci sono diverse strade per affrontare questa domanda, e una di queste è l'anarchismo, che è poi l'approccio che io preferisco e che applico di più nella mia vita.
Parliamo di questo, l'anarchismo non è l'anarchia?

Prima di tutto bisogna ricordarsi che l
e parole sono dei bicchieri vuoti e che il colore del bicchiere è il colore del liquido che c'è dentro, come dicevano i Sufi.
La parola anarchia, di per sè, non significa niente, non ha nessun significato ‘reale’ e innato da andare a scovare.

In ogni caso, per capire la parola anarchia (in greco antico significa assenza di potere) bisogna capire la parola potere. In francese ci sono due parole per definire potere: pouvoir e puissance. Pouvoir è il potere nel senso di dominio, il dominio di una persona su un’altra. Puissance invece la potenza, la capacità creativa di una persona.
Quando parliamo di anarchismo parliamo di distruggere il dominio e di rafforzare la potenza, di abbattere il puovoir e di liberare la puissance. Questo è il fulcro del significato dell’anarchismo. Anarchismo non è semplicemente la distruzione di ogni tipo di potere e di energia, la trasformazione di tutti noi in un esercito di lumache...
Qualcuno potrebbe dire che tra te e un rioter non c'è nessun differenza, che distruggete entrambi.

In realtà, bisogna accorgersi del fatto che la società in cui viviamo si basa già sull'anarchismo. Questo è soprattutto vero negli ultimi decenni in cui la famiglia da tipicamente patriarcale è diventata più aperta e orizzontale, quanto meno in Occidente.
All'interno di una famiglia o di un gruppo di amici c'è un rapporto di cooperazione e di assenza di dominio formale dell’uno sull'altro che è già, di per sè, un rapporto anarchico.
La famiglia non-patriarcale e il gruppo di amici sono nuclei anarchici fondamentali. Paradossalmente, la nostra società si basa su strutture anarchiche che reggono in piedi tutto. Gli istituti su cui si regge, nella pratica, la società occidentale sono la famiglia ed i gruppi di amici.
Ne parlava anche uno splendido scrittore anarchico inglese, Colin Ward. E’ il resto, il capitalismo, l’autoritarismo che distruggono tutto ciò che incontrano. La crisi attuale, per esempio, e’ stata causata dal capitalismo, non dall’anarchismo.
Non è vero che l'assenza di organizzazione è anarchia?

Anarchia è
assenza di dominio, non di organizzazione. Ovviamente abbiamo bisogno di organizzarci... E, guarda caso, il modello di organizzazione di tipo anarchico, collaborativo e orizzontale, eè il più efficace che ci sia in circolazione. Tanto che i nuovi manager, i guru di google eccetera, stanno cercando spudoratamente di copiarlo.
Possiamo dire che è un pensiero laterale?

Da un lato sì, però per avere un approccio radicale bisogna anche chiedersi a che cosa serve quello che stiamo facendo. In effetti, se quello che penso, scrivo o faccio non è utilizzabile nella mia vita quotidiana, tanto vale lasciarlo stare.
Non parlo solo di utilità pratica immediata, ma anche di come l'anarchismo informa la nostra capacita’ di interpretare la realtà, il nostro metodo di lavoro...
Ma dimmi perché sei arrivato a questo?

Ai tempi
del liceo bazzicavo un po’ ambienti del genere, ma mi trovavo continuamente in disaccordo con gruppi come i marxisti leninisti, i trozkisti, che mi sembravano delle strutture paranoiche, un po' come quelle sette che fanno suicidi di massa. Quell’ambiente mi aveva demoralizzato.
Poi, nel 2003, con degli amici abbiamo fondato un gruppo di ‘poesia di strada’ che si chiamava Eveline. Appendevamo dei grandi poster in giro per Milano, avevamo base in un centro sociale, un posto che si chiamava La Stecca, una vecchia fabbrica abbandonata in via de Castiglia, nel quartiere Isola. Ora l’hanno abbattuta per farci la ‘Città della Moda’.
In quel periodo sono stato influenzato moltissimo da Luther Blisset, soprattutto dal loro libro ‘Toto’, Peppino e la guerra psichica’. Infatti, Eveline era un nome collettivo. Qualunque cosa facessimo come parte di Eveline, veniva firmata semplicemente Eveline. E in quel periodo sono diventato un anarchico.
E poi sono entrato in Bocconi. P
er sopravvivere in Bocconi avevo due alternative. Una era l’LSD, l’altra e’ stata Eveline. In Bocconi si discuteva sempre sui mezzi, mai sui fini. C’era un dibattito continuo su come ‘ottimizzare’, su come ‘innovare’, ma l'elemento di innovazione riguarda i mezzi, mentre i fini non si mettevano mai in discussione. Alla fin fine, era sempre la massimizzazione dei profitti.
A Eveline invece il dibattito era quasi sempre sui fini, e quello sui mezzi era abbastanza secondario, magari anche sbagliando.
Io h
o cercato di trovare una via di mezzo tra i due mondi e nel fare questo facevo una vita un po' schizofrenica. Andavo in Bocconi vestito male e nel centro sociale spesso in giacca e cravatta. Essere elegante era un modo di mostrare il mio rispetto per quelle persone e per quel posto.
Non mi è mai piaciuto l’estetica punk di un certo tipo di anarchismo perché, credo, si può essere anarchici senza essere brutti e cattivi. A me piacerebbe che mio figlio vivesse in una società anarchica, non in un posto atroce in cui sono tutti sporchi e fatti di eroina...
Secondo quello che tu mi hai detto è come se la consapevolezza della cellula familiare si spandesse verso la società...

Penso soprattutto all’amicizia. Quando ero a Milano frequentavo tante persone diverse, però c'era un gruppo che frequentavo poco ed erano gli omosessuali. Arrivato qua il mio rapporto con la comunità gay è diventato intensissimo, e per la maggior parte delle cose che faccio lavoro con membri della comunità gay londinese che sono attivi in senso politico.
Grazie a questa esperienza, la mia idea di famiglia è cambiata e il mio interesse si mosso di più’ verso l'idea di amicizia. Credo che l'idea di famiglia a volte possa essere limitante, se applicata ad altri tipi di coppie che vivono insieme. L’amicizia, invece, e’ un concetto che funziona meglio in generale.
Questo esercizio dell'anarchismo è una cosa che tu vedi possibile qua perché la stai vivendo. La vedi possibile in Italia?

Credo che in Italia esistano già degli elementi che potenzialmente vanno verso un modo di vivere non mediato da strutture rappresentative. In particolare nel sud, se eliminiamo la questione della mafia, vediamo che in embrione esistono da moltissimo tempo vaste comunità che si auto-organizzano. A Palermo, per esempio, o a Napoli.
E come si scatena la consapevolezza?

Con l’esempio personale, con la testimonianza. Quello che gli antichi greci chiamavano ‘martirio’. Il martirio nasce
infatti come testimonianza di vita. Diventa testimonianza di morte solo nel momento in cui interviene la polizia imperiale e lo chiude nelle carceri e nello spettacolo dei gladiatori.
Perché questo impegno? A che fine?

Io al momento non ho figli, sembra una stupidaggine ma mi dà una prospettiva diversa. Sono concentrato sulla mia vita piuttosto che sul futuro, e adesso tutto quello che mi serve è riprendermi la mia vita. Per me l'utilità non è la giustizia, non sono i diritti, non sono delle nuvole di idee sulla testa...
Ma è?

Ma è riprendermi la mia vita. Riprendermi le mie possibilità. Io non sono credente, non credo nell'aldilà, e credo che ho soltanto una vita disponibile. E in questa vita voglio esercitare tutte le mie potenzialità all’interno dei loro limiti. Attenzione, non oltre i miei limiti, come ad esempio il lavoro in ufficio chiede invece di fare, ma all'interno dei miei limiti.
Paradossalmente, vivere all’interno dei propri limiti è nella pratica la cosa più rivoluzionaria che uno possa fare. Il filosofo Franco Berardi ‘Bifo’ ne parla spesso e molto accuratamente. Io non voglio esser frustrato, schizzato, esaurito, non voglio avere paura, voglio solo riprendermi il controllo sul mio tempo e sulle mie energie. Per farlo, devo avere degli strumenti adatti, e questi per me sono quelli dell’azione politica di base.
Fai degli esempi:

Abbiamo bisogno di case dove abitare, di cibo da mangiare, di scuole per i nostri figli, eccetera. Perciò abbiamo bisogno di cooperative immobiliari, di scuole autogestite da insegnanti, alunni e genitori, di cooperative in cui lavorare per guadagnare quello che ci serve o per produrre le cose che poi utilizziamo come comunità. Recentemente ho letto dei testi dell'antropologo Pierre Clastres, che parla delle tribù Guaranì dell’Amazzonia, e sono stato molto colpito da un particolare: in quelle tribù, la quantità di ore lavorate al giorno è di solo due o tre, non tutti i giorni e non da parte di tutti i membri della comunità.
Il trucco, per loro come per molte altre comunità tribali, è fermare la produzione quando si raggiunge la quantità di beni necessari, senza accumulazione. Si produce ciò che è necessario al consumo, non allo stock-piling. Una volta consumato, si ricomincia a produrre. Così facendo, quello che davvero si produce continuamente è il tempo libero, la liberazione della potenza creativa, il controllo sulla propria vita, e cosi via.
Qui diamo per scontato che non c'è la nozione di progresso però...

Quella di progresso è un’idea un po' melmosa. Per esempio, stamattina sono andato al Cuming Museum, un museo sulla storia locale del quartiere di Southwark. Nell’esposizione c'era un video del 1950 in cui si mostrava ai cittadini come le loro tasse servissero per finanziare i servizi di Welfare. Ovviamente, se confrontiamo la quantità e qualità dei servizi di Welfare offerti allora con quelli di oggi, nonostante l’aumento delle tasse e della produttività, ci si accorge che negli ultimi decenni c'è stata una regressione pazzesca.
La nozione di progresso storico lineare e collegato alla crescita economica è assolutamente falsa. Piuttosto che al progresso, preferisco pensare come Lao Tzu, un filosofo taoista, che a suo tempo ci ammonì di come il continuo accumulare non faccia altro che sviluppare la paura. In questo senso, il progresso, per come lo intendiamo oggi, non porta a altro che a aumentare la paura.
Qualche minuto fa hai detto di non essere credente, e che questo ti permette di concentrarti meglio sulla vita che vivi e sui limiti della vita...

Mia madre è credente, mio padre no, ma lui non mi hai mai detto di non essere credente fino a quando avevo 14 anni. Io gli chiedevo continuamente, Luciano ma tu credi o no? E lui non me lo diceva mai. Da giovane, mio padre è stato in un collegio religioso salesiano per dodici anni, e quando è uscito nel 1968 è diventato ateo e comunista, subito. Mia madre invece è sempre stata cattolica.
Ho sempre avuto queste doppie voci e col tempo ho sviluppato un interesse nei confronti delle religioni. Trovo interessanti in particolare i Vangeli, l'Apocalisse e i testi di mistica cristiana. Mi interessano molto anche i testi di alchimia medievale, di misticismo islamico e ebraico, e di pensiero ermetico.
Detto questo, nutro un
odio sconfinato verso le gerarchie ecclesiastiche. Sarebbe cosa buona e giusta e fonte di salvezza dare fuoco, non dico al Vaticano, ma almeno ai suoi occupanti.
Salviamo le opere d'arte...

Certo!
Dall'altro lato, ho un grande interesse per l'elemento di superamento della separatezza della vita terrena che è dato dall'esperienza mistica... anche se a me piacerebbe sviluppare questo superamento all'interno di una prospettiva materialista.
Ad ogni modo, mio padre usava dire se è un problema è risolvibile, non c’è motivo di preoccuparsi, basta risolverlo. Se invece è un problema irrisolvibile... beh, allora non c’è motivo di preoccuparsi, non è un problema. In questo senso mi rapporto con problemi come quelli posti dalla fede.
Ad esempio, non nego che ci sia una vita dopo la morte, o che esista Dio. Semplicemente, non credo che questi siano ‘problemi risolvibili’, ovvero domande a cui poter dare risposta. Dunque non li affronto. Come diceva Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere.
Vita dopo la morte e dimensione spirituale sono due cose diverse...

Si, sono cose differenti. La dimensione spirituale ha a che fare con il superamento della dimensione divisa della vita terrena, attraverso il raggiungimento di una unità in punto centrale e, in alcuni casi, superiore. Questa e’ ad esempio l'idea dell'unione mistica, dei mistici cristiani.Al momento, non mi pongo questo come problema, perché non credo che sia un problema ‘risolvibile’, ma mi concentro piuttosto sui problemi della dimensione terrena.
La chiesa, invece, propone ai fedeli questi problemi come problemi ‘risolvibili’ tramite la preghiera, la confessione, il pentimento, eccetera... In questo senso la chiesa è una truffatrice. La religione semplicistica della chiesa è una truffa che continua da duemila anni, al costo di milioni di cadaveri. Per questo sono anticlericale.
Parlami della mistica, mi viene in mente Battiato... c'è in te questa cosa perché hai fatto cose tao?

Sì, nei primi sei mesi a Londra non conoscevo nessuno, non avevo un soldo, e quando non ero al lavoro in galleria vivevo praticamente in un monastero buddista nella zona di Chiswick.
Siamo di fronte ad una religione?

Non mi era richiesto di fare professione di fede o altro, mi venivano semplicemente forniti degli strumenti, come la meditazione, che potevo usare come volevo: se ero agitato, se mi annoiavo, se volevo esplorare dimensioni superiori...
Poi mi sono avvicinato ai testi di Gurdjiegff, un mistico e filosofo armeno del secolo scorso, e per un periodo sono entrato a fare parte della Gurdjieff Society. Anche Battiato ha studiato Gurdjieff... il centro di gravità permanente, ad esempio, è un suo concetto. Dopo aver letto Ouspensky e Gurdjieff, la discografia di Battiato e le sue frasi strambe hanno finalmente acquistato un qualche senso. Per concludere, cerco di mantenere un approccio materialista, ma senza volermi abbrutire.

continua....

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