mercoledì 8 giugno 2011

Italians: interview 011

Avevo incontrato Beniamino Barrese mesi fa per caso.

Appena l'ho visto mi ha ricordato Manu, mio cognato, quando aveva vent'anni, quasi vent'anni fa.

Inizio così a guardare il suo blog e dopo averlo cercato per un po', lo incontro al Breakfast Club dalle parti di Hoxton Square.

Lui parla velocemente, ogni tanto infila una mano nella felpa e si gratta, poi dà un occhiata al cellulare, poi si guarda in giro, dinoccolando pensieri e parole.

Quando ti ho visto la prima volta hai fatto il baciamano ad una donna, la cosa mi ha sorpreso...
Ero ubriaco

Allora finiamo qui l'intervista...
No dai
Comunque anche al telefono non fai altro che dire “grazie mi spiace grazie prego”... insomma una gran gentilezza

E' una provocazione. In mezzo a tutta questa superficialità bisogna offrire gentilezza. Io sono da sempre così: aperto e accogliente, io tocco, abbraccio; se sento che una persona mi comunica qualcosa poi, io mi sciolgo.
Perché hai sempre con te la macchina fotografica?

Il piano delle relazioni è instabile e con la fotografia ci costruisco sopra qualcosa che rimane di più. I rapporti umani sono il grado zero, con la macchina fotografica io lavoro sul grado zero.
Parlami di te

Ho 25 anni sono laureato in filosofia politica alla Statale di Milano, ho frequentato la National Film and Television School a Londra in direzione della fotografia, poi faccio ritratti di musicisti e attori.
Come mai cinema qui a Londra?

A Milano non c'era modo, non c'è più cinema a Milano, a Roma il cinema è mafia, i favoritismi sono troppo spinti e non si rimane puri*.
Puro che cosa vuol dire?

Mantenere la mia visione, la mia personalità, misurarmi con le mie capacità. A Milano e a Roma c'è troppa arroganza, l'arroganza nasconde paura, ignoranza, insicurezza. Però ecco a Roma ci vorrei tornare un giorno. Perché se vedo un paese, come l'Italia, che mi fa piangere, lo voglio rendere migliore. Io non riesco a vedere la mia vita come un nucleo a parte, non c'è solo la mia carriera, ma anche la comunità intorno a me.
Da dove vieni e dove pensi possa arrivare questo tuo ecumenismo laico?

Ti assicuro che è così da quando sono piccolo, i miei fratelli mi dicevano “sembri un democristiano”. Non sapevo che cosa fossero i democristiani, ma comunque dico delle cose tipo Hermann Hesse. Provo fastidio per la dimensione individuale della vita, da sempre, credo dipenda dall'avere vissuto a Milano dove la gente fa i cazzi propri. La mia famiglia è stata un esempio per me: una comunità che nel tempo si è disgregata, i miei fratelli, ne ho sei, si sono un po' dispersi, ognuno dietro alla propria vita. Ho sempre avuto interesse per la politica.
Che cosa è la politica?

Per me la politica prima di tutto è interessarsi di quello che succede fuori dall'ambito individuale, non è solo andare a votare, ma fare domande e fare critica: il contrario dell'accettare le cose senza farsi coinvolgere.
La fotografia allora? Non è una cosa intima o intimistica? C'è qualcosa di politico nelle tue foto?

C'è eccome! Sono molti i livelli del politico, pensiamo che sia la sola dimensione delle leggi o parlamentare, quella più alta forse. Ma politico significa partecipato, è qualcosa di comunitario.
Il discorso con un amico vero e profondo su una storia d'amore è lo stadio zero di un discorso politico. Quindi fare una foto in cui comunichi e racconti una storia è un grado zero di politica.
Quello che dici è uno stile o lo stai sviluppando adesso?
La cosa fondamentale per me è raccontare con la fotografia. Io racconto, prima in modo inconsapevole adesso consapevole, qualunque cosa approccio.
Non tutto è raccontabile: c'è la foto commerciale, anche estetica.
Però fai anche cinema e la fotografia è uno stadio che precede la sequenza in movimento del cinema, uno stereotipo...

Il potere della fotografia è grande: la singola immagine ha la capacità di contenere vari elementi e di raccontare tanto. Io non credo sia un rapporto evolutivo: non abbandonerò la fotografia per il cinema, sono due cose diverse, in questo momento vedo la fotografia come una ricerca indipendente e personale, il cinema è più politico, la fotografia riguarda la mia libertà.
Il cinema ti obbliga ad avere a che fare con le persone; la fotografia è sempre stata elitaria, io credo che la fotografia esprima ma il cinema è più completo, coinvolge di più.
Ora ho queste idee poi dall'altra parte ho anche necessità economiche....
Nel blog scrivi “Londra è una realtà che odio e amo, mi ha insegnato a essere freddo e razionale”

Londra non è la terra della comunicazione e della politica. Per me è stato come tornare in una Milano più grande se a Milano uno è chiuso nella propria casa, qui ancora di più!
Londra è la patria del destino individualizzato, per me è come fosse la mia America, dove faccio carriera, il mito insomma.
Londra non è comunitaria e relazionale?

Londra è il luogo dove la gente viene per scrivere qualcosa sul curriculum, il tempio del capitalismo. Il cinema in Italia è una mafia, ma per questo acquista una certa aura di romanticismo che qui non c'è. A Londra il cinema è un'industria, come quella dei cioccolatini: qui impari il mestiere e applichi le regole.
Londra è un passaggio?

Un laboratorio di studio, poi io odio il freddo, sono mediterraneo e tocco sempre, la gente qui non si tocca. Londra per me è una medicina al contrario.
Che cosa ami di Londra? Se in una zona in o posch no!?

Amo la mia zona, ha una sua autenticità, qui sono tutti africani, la mia via... mi ci sono innamorato, questa zona mi ricorda l'Italia, i bar, a Hoxton Street ci sono i fruttivendoli...
Vivo in una council house, all'apparenza pessima... da fuori peggio di Billy Elliot, poi ha un un backyard cementato dove prendiamo il sole e facciamo barbecue...
Mi piace la diversità... a Parigi non c'è quest'apertura, i parigini ha un unico standard di vita: c'è un modello ideale, il parigino o il milanese con la famiglia, la ricchezza, la macchina, il cane, a 25 anni il lavoro a trenta una casa, qui non c'è questo schema, il versante buono del capitalismo individuale. Londra però è brutta.
Dici l'urbanistica?

Sì troppo grossa, mi perdo... devo scegliere gli amici, altrimenti come faccio a frequentare persone che vivono a ovest?
Che cosa è stereotipato a Londra?

La scarsa attenzione all'alimentazione, si beve il the con patatine catch up e tazza di latte e un petto di pollo, la freddezza. Trovo la gente un po' brutta: le ragazze non sono belle, i ragazzi sono belli...
Due o tre posti di Londra che ti piacciono?

Angel, la fermata della nera c'è un corridoio con una specie di mercatino ho passato un giorno lunghissimo in pene d'amore pazzesche, aspettavo una persona che non è venuta e ci sono rimasto affezionato, poi ci passavo ogni giorno andando a scuola, in bici.
Leila shop... a Calvert Avenue, il caffè più buono di Londra.
Stoke Newington Church Street, dove ho girato un video, l'Italian Bookshoop a Leicester Square, Queen's Wood a Highgate... ci sei stato? è un bosco a Londra... pazzesco selvaggio...

*credo si riferisca alle scuole di cinema.

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