domenica 15 maggio 2011

L'Ora del meridiano di Greenwich 16.11

Incontro Fawzi Karim alla Qattan Foundation.
Non so chi sia, ma l'idea di andare a sentire un poeta iracheno che presenta una sua nuova pubblicazione all'interno del più importante ente culturale palestinese potrebbe essere una di quelle cose tipicamente snob che vale la pena vantare.

Oltretutto appena fuori dalla metro di Earl's Court c'è un negozio palestinese, forse l'unico di Londra, che vende za'tar, halloumi... insomma può scattare pure l'acquisto del prodotto locale.

Dicesi snob infatti la persona che ostenta e sottolinea la propria superiorità sociale, attraverso le cose che fa e che dice di fare, oppure la persona che aspira a tale superiorità, ma che rimane intimamente volgare (nel pezzo che segue indicherò con scioltezza nomi e luoghi come se degli stessi sapessi tutto o quasi).

Appartengo un po' a questa definizione, devo ammetterlo; anche solo perché ogni occasione ha un certo dress code, un atteggiamento calcolato da tenere, amicizie da sfoggiare, il chi sei e il che cosa.

Pazienza se assisterò ad una mattonata di poesia e pure in lingua araba.

Con aria leggera entro con Cristiana alla Qattan, dove Omar in pantaloni di tela e camicia ci saluta in italiano, poi mi porta a vedere l'installazione di Ayed Arafah, un artista palestinese: sacchetti di plastica pieni d'acqua che pendono dal soffitto, che esemplificano l'assoluto controllo che Israele ha delle risorse idriche palestinesi.

Cristiana mi mostra il cortile interno, intanto con in mano due bicchieri di vino rosso prendiamo posto, ci sono una quarantina di persone, la stanza è piena.

Fawzi Karim legge in arabo, io chiudo gli occhi per trasformare in ritmo una lingua sconosciuta; un attore rilegge in inglese.
Quattro poesie, quindici minuti in tutto, infine Fawzi si alza con un sorriso e noi tutti applaudiamo.

Ha quasi settant'anni, dal settantotto vive a Londra, dopo avere lasciato Bagdad e l'Iraq di Saddam Hussein.
Del dittatore dice: "Un albero maligno piantato da noi intellettuali negli anni cinquanta, quando cercavamo di definire la nostra vita come una lotta tra le diverse ideologie, soprattutto di sinistra. Noi abbiamo preparato il terreno a Saddam. Noi siamo responsabili".
E poi ancora: "Noi dovremmo imparare a trattare le ideologie non come religioni secolari, da accettare ciecamente e da usare come armi, ma solo come interessanti letture, da mettere poi sugli scaffali. Per questo abbiamo bisogno di tempo e di pazienza e per un iracheno il tempo è come l'acqua..."

Lo guardo, mentre con la mano che trema, mi scrive due righe di dedica, piccolo, quasi dimesso ma elegante, la voce rauca, le rughe, la vecchiaia spesa in un paese straniero e la nostalgia profonda della sua città (i caffè saturi di fumo, le piazze piene di gelsi, le strade...) sembra uno di quei passanti anziani e occasionali che si vedono sulle strade di Bagdad, di Kabul, di Ramallah e di Gaza, nei reportage della BBC.

Non c'è nessuna cattiveria in questo uomo e non parla di politica; un poeta è, credo, come un grande giornalista: registra, informa e poi interpreta la realtà e in più intrattiene.

Una lezione di stile, in versi e in quindici minuti. Per tutto il resto (Iraq, Palestina e altre amenità) c'è un intero vocabolario da cambiare.
Il fra snob

Nessun commento:

Posta un commento