mercoledì 11 maggio 2011

Italians: interview 010

Vedo Gaia al Monmouth Cafè di Covent Garden, mi aspetta seduta sulla panchina all'ingresso.
Ci salutiamo poi proviamo ad entrare, il locale è molto piccolo, il caffè molto buono, ma non troviamo posto. Così optiamo per il Jazz Cafè all'interno di Foyles, la più grande libreria del centro: ordino un cappuccino e lei un succo di frutta.

Inizio con uno stereotipo, quello della ragazza borghese, benestante, che a un certo punto scopre l'amore per la pasta fatta in casa, che è qualcosa di popolare, casereccio e forse poco borghese. Non è un po' radical chic?
Ho sempre lavorato nella comunicazione (tredici anni).
Sapevo di volerlo fare e credo di avere fatto la scelta giusta. Ma la comunicazione è il mestiere del tutto fumo. Infatti sono ad un bivio. Mi sono dedicata a questa passione per la cucina che può diventare importante ma voglio anche continuare a fare il mio mestiere, in una direzione che Londra mi permette: sui contenuti, le storie e la creatività...
Una passione nata come?
Da una classica famiglia italiana, che ha passato la tradizione di cucina, attraverso la mamma, la zia e la nonna, le cene delle ricorrenze... io ricordo ancora le ricette.
Il mio approccio operativo è stato per soldi, quando mia mamma invitava a cena gli amici, otto dieci e faceva il risotto. Se lo seguivo mentre lei intratteneva gli ospiti mi dava cinquemila lire e io lo rimestavo per i suoi 18 minuti
Prima il risotto poi?
Ho cominciato con il risotto poi a tagliare l'arrosto...
E quali tipi di risotto?

Risotto con i porcini freschi, la mamma andava al mercato da due o tre contadini... che mi davano le carote e mi dicevano che facevano venire gli occhi belli; poi anche il risotto radicchio e salsiccia, quello agli asparagi...
Cucinato come?
Faccio il brodo niente dado, il soffritto, poi il riso, il vino e il brodo...
Torno alla tua domanda però sullo stereotipo... sì ci sono persone così, che pensano alla cucina come una moda, in realtà ne ho viste tante, a Torino li chiamerei i sabaudi... io ho sempre lavorato, la cucina e’ un di più...
Fino a che punto è un di più? Come convive la passione della cucina con il mestiere della comunicazione?
Io lo vedo come un possibile business ma voglio anche continuare a fare il mio mestiere e qui ho provato come si può farlo bene, posso lavorare su grosse cose e togliermi anche degli sfizi
Il tuo blog si chiama No Kitchen Orphan, un titolo che esprime una volontà di proseguire e recuperare, ma perché secondo te ci sono orfani di cucina?
Non vorrei suonare antifemminista ma alcune cose si sono perse per colpa delle donne.
Con il dimostrare di essere brave, se non più brave nel lavoro, nel business, abbiamo perso le nostre qualità in cucina, ma una bella donna elegante e brava sa anche invitare e sa cucinare.
Dove sono andate le donne?
A fare carriera e dimenticare la parte più familiare di sé: il sapere essere donna.
Le signore di Modena mi hanno insegnato a fare la pasta, la generazione dei nati negli anni 60 e 70... e poi ci sono quelle come me... io ho scoperto che avevo un forte bisogno di qualcosa di tangibile, il cervello dopo un po’ stanca, la cucina rilassa...
Non c'è il rischio che qui a Londra anche la cucina sia una moda?

Noi abbiamo la nostra cultura... preferisco cucinare a casa... quello che mi piace di Londra è l'accessibilità, la scelta e l'eccellenza nelle varie cucine. Vale la pena spendere per un grande giapponese e per un ottimo italiano.
Qualche nome?

Locanda Locatelli, Bocca di Lupo, L'Anima
E perché la cucina giapponese?

Ho vissuto a Vancouver (costa pacifica) ero lì per la tesi, amici da tutto il mondo, tra cui un coreano Jim che era appassionato di Giappone e mi ha introdotto agli udon, poi sono venuta qui e a Londra vedi... quello che Londra è.
E che cosa è Londra?

Quando sono venuta a Londra mi son resa conto che Milano e Roma sono provincette, anche Torino è proprio una provincia, qui ho scoperto un mondo fatto di mondi... L'unico motivo per cui un po’ mi manca l'Italia è proprio l'idea di provincia... a Londra gira un mondo grande dispersivo, a cui non sempre sento di appartenere.
Fino a che punto l'appartenenza non diventa una necessità?

Certo... io sento la necessità dell'appartenenza: sono venuta a Londra con Oscar, abbiamo realizzato che non vogliamo tornare indietro e dobbiamo fare parte di Londra, ci siamo abituati ed affezionati. Qui c'è un mondo pieno di stimoli, di tornare in Italia ripenseremo più avanti, magari per la pensione?
Il senso di appartenenza è parte di un mondo in cui sono cresciuta: il quartiere, il bar con il barista, il verduriere sono quei punti di riferimento. In tre anni e mezzo qui a Fulham è cambiato tutto talmente tanto che per quanto sia il mio quartiere non mi sento ancora a casa...
Il solito al bar non esiste...

Sì davvero questo è l'unica cosa che mi manca eh sì tutto il resto pesa dalla parte del negativo, Londra significa opportunità per me e per Oscar.
Dimmi i posti di Londra che ti piacciono di più, che fai vedere agli amici?

Il Columbia road flower market,
la domenica mattina, incontri i londinesi, la gente colta creativa, le signore dal pollice verde, coppie giovani, la Londra della domenica mattina
Ronnie scott,
tutti passano da lì
Il parco di Clapham
, una zona che sto guardando: grosso parco centrale, mix di tipologie umane, un po' borghesi... poi sai gli inglesi hanno un modo di gioire, sanno rilassarsi nel week end... ecco l'inglese che esce con i bermuda e i flip flop è proprio da weekend inglese, la birra con gli amici il venerdì sera...
Dimmi una parola a favore della cucina inglese, che io non riesco ad amare...

Mah no dai! io mangio nei ristoranti british... la cucina inglese sa di materia grezza, il pork belly e le mashed potatoes il massimo nella goduria... ma non tutti i giorni! ...sono proprio sabauda!

Sorrido con lei all'idea delle attitudini sabaude rimaste o meno alla radice del nostro essere italiani: i savoiardi sono rimasti ma sono ormai biscotti demodè.

Divagazioni a parte, ci salutiamo pecorrendo insieme un pezzo di Charing Cross Road e scopro che finiamo sempre con il parlare di cibo. Uno stereotipo che piace ad entrambi.

Per saper di Gaia cliccare nokitchenorphan.

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