domenica 1 maggio 2011

Displacement

Displacement: la sensazione di non essere a proprio agio a casa propria o in un luogo familiare del proprio, anche recente, passato e quindi sentirsi altrove.

La sindrome di cui sopra ha forse colpito Cristiana ben più che il sottoscritto e si è materializzata a Troutbeck House con la cucina ormai montata ma intoccabile e priva di luci e lo strato sottile di polvere bianca.

Questo giro d'Italia non mi è piaciuto: le feste comandate non aiutano, il tira e molla delle location altrettanto. Tirati e lasciatisi tirare tra Veruno e Candelo, siamo scoppiati, fino a trovare pace di coppia e furore di sensi solo alla tavola de Il Timone grazie a una sequenza di memorabili antipasti di pesce seguiti da un piatto di gnocchetti ad hoc.
Pietro si è dedicato a noi una sera e chissà che davvero noi non si apra un ristorante a Londra insieme.

Bisogna trovare un centro mi ripetevo (e mi ripeto), il solito quello della gravità se non permanente almeno di parziale durata.

Veruno è un blocco edipico che io non sblocco e a Candelo c'è troppo disordine: io mi confino nei bagni a leggere duemila noiosissime novelle e penso ad altro.

Meglio viaggiare lungo l'Italia; meglio preparare un pranzo per Daniela (alias Povera Pazza) e da Daniela (sempre Povera Pazza) e osservare il mondo dal suo terrazzo; meglio distendere lo sguardo tra le colline novaresi al volante di un auto a noleggio; meglio accendere il camino con la scusa della mezza stagione e poi aprire le finestre perché fa improvvisamente troppo caldo.

Non posso costruire un centro di gravità stando a Londra, ma non sono in grado di costruirlo nemmeno "in presenza". Quando sono in Italia infatti, di base a Veruno, sono sparpagliato, dislocato, mi persuado e mi dissuado, tutto da solo, dentro un labirinto di (auto)analisi, né Teseo, né Minosse!

Cristiana
scaccia i suoi fantasmi e fa quello che può per aiutarmi; per fortuna i bambini sono sempre felici: gli spazi, il verde, i coetanei, i nonni e gli animali abitano tutti dentro il mito e l'innocenza del viaggio in Italia.

Mio padre è l'inerte guardiano della casa e di ogni cosa che mi appartiene e non parlo degli oggetti, che hanno vita più lunga della nostra.
Tra domande mal poste e risposte mal date io e lui non abbiamo nulla da dirci perché nulla ci accomuna, ad eccezione del sangue, dove le radici affondano, albero da albero, ramo da ramo.
Tocca a me insomma: gestire il rapporto o il conflitto è cosa ardua, ma non c'è alternativa.

Al punto che per un po' me ne starò a Londra, asciugherò qui le mie piume oppure con un unguento aromatico curerò le mie invisibili ferite e Cristiana con me.

Andy martedì darà gli ultimi ritocchi alla cucina, poi nuovi menù, cene, pranzi e angeli alla mia tavola.

Il passato è una terra straniera.

3 commenti:

  1. grazie fra, anche io sono dentro ad un labirinto, come tanti magari... ti abbraccio
    p.

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  2. Aprire un ristorante a Londra?

    Avendo davanti cinque anni di tagli e di risparmi all'osso per risanare le casse dello stato e i portafogli vuoti degli Inglesi dopo il fallimentare tredicennio socialista alla Mortadella di Bologna?

    Tu devi esser pazzo!

    Se c'e' un posto dove vale la pena aprire ristoranti quello e' l'Italia: almeno il cliente, se lavori bene, ti da' soddisfazione.

    L'Inglese, anche quando mangia nei posh ristoranti di Kensington fequentati dalla Diana e dai Rolling Stones, non riesce ancora a distinguere un pezzo di merda da un pezzo di cioccolato.

    Basta che il conto sia salato e dice che ha mangiato benissimo. E se il conto non e' salato dice che ha mangiato bene e che ha speso poco.
    Cioe' al Macdonald's o al Pizza Hut.

    Oppure quando si fa arrivare a casa il "Take Away, dal "cinese" all'angolo.

    Viva l'Italia!

    Gennaro Napolitano

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  3. peccato che nn ti abbia tirato su di morale la cena notturna in riva al lago....

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