sabato 31 dicembre 2011

Great Expectations

quelle che papà nutriva e forse nutre ancora per me; perché si rimane sempre figli, un fatto ineluttabile e certo, al più si diventa padri.

Non ho avuto la vita di Pip per fortuna, ma ovviamente né i soldi né le passioni compensano mai le mancanze che un bambino si porta dietro dall'infanzia, Pip compreso.

Ho appena approfittato delle tre puntate di Great Expectations passate sulla BBC e tratte dal libro di Dickens.
A breve va in onda la versione televisiva di The Mistery of Edwin Drood, romanzo incompiuto; insomma un anno, il 2012, che celebra il bicentenario della nascita dello scrittore

Il 2012 dunque. Meglio: e il 2012 dunque?

I propositi per natura si dimenticano perché non si sa più quando e dove sono stati fatti, non sono a portata di mano quando serve ricordarli. Suonano tutti come l'ultima sigaretta di Zeno Cosini.

Non ne faccio quindi.
Potrebbe aiutare scriverli, ma la mia coscienza e i social network vivono nel tempo presente, i tempi appunto dell'ultima sigaretta.

Tempi permalosi, dove ognuno vuole dire la sua, tempi di like, di assensi, tempi dove la sobrietà diventa merce rara al mercato dell'eccentrico.

Tempi coniugati al presente e visti da spettatore; difficile, molto, fermarsi a guardare e capire quello che sta accadendo, attorno, sopra.

Difficile rinunciare, difficile appartenere, impossibile cambiare idea se non per necessità...

Epperò! Son Tempi di creatività, di pensieri laterali, di leggerezza nei movimenti e nelle azioni:

"Eschilo, Eschilo" m'apostrofò Matilde "Papi, qui si Sofocle" e mentre infilavamo le Euripide scale delle nostre molte letterature, la Baccante sopra in foto, gettandomi un bicchiere di champagne, in faccia disse:
L'atteso non si compie, all'inatteso un dio apre la porta.

Matilde
: "Ma non preferivi le Rane?"

mercoledì 21 dicembre 2011

venerdì 16 dicembre 2011

Thatcherismi


Always keep a seat at the table, diceva la Thatcher, ma Cameron è andato molto oltre: passata inutilmente una gran belga nottata, se ne è tornato a casa con un sorriso un po' ebete.

Quando facevo sindacale, l'Ingegnere mi spiegava che se una trattativa si rompe subito è perché almeno una delle parti ha intenzione di rompere ben prima di sedersi al tavolo e che la bravura e la dimostrazione della forza stanno nel trattare (e la Lady di ferro lo sapeva bene).

Cameron
è un politico, non un leader... e a Bruxelles era in buona compagnia.
Sono tempi questi in cui l'Ego prevale sul carisma e si risponde all'immediato presente piuttosto che al futuro prossimo.

Si producono e si commentano statistiche ma di statisti non se ne vedono, if you'll pardon the pun.

E non se ne vedono proprio (di statisti dico) soprattutto quando le ricette sembrano dovunque le stesse: aumentare l'iva, tassare, tagliare, un aiuto alla city, uno alle banche...

In questo l'Europa, Inghilterra compresa, è davvero unita.

martedì 13 dicembre 2011

Smoking no smoking: quando un uomo sa di fumo

Non fumo più. Una canna ogni tanto, per essere ancora sul pezzo.

Ma da due giorni assumo tabacco in modo indiretto: due tazze o anche tre; e solo al pomeriggio, ovvero quella parte del giorno così breve che precede la lunga notte invernale.
Albione infatti s'abbuia alle tre e mezza, fa freddo eccetera e quindi impigrisco, prima castoro poi lemure, affogando nel the.

Ho iniziato a berlo per imitazione e poi per compulsione: colleghi che girano con la cuppa, bustine che pendono secche agli angoli dei tavoli, zucchero che ci si ruba e la goccia di latte da dosare a seconda dei gusti.

Certe vecchie signore del mio passato da bimbo bevevano il the con il latte e a me pareva disgustoso, poi per errore mesi fa mi fu versato un fiotto di latte nel the e per educazione non rifiutai.

Da allora sempre. Il latte raffredda il the: un beverone immediatamente consumabile, vagamente inutile e quasi insapore, necessario e quotidiano.

Poi ho scoperto Lapsang Souchong, golden & smokey: a strong, golden tea with a very disctintive smokey character.
Inizio dalla Twinings, poi vediamo.

Roba da suggerirlo a chi vuole smettere di fumare.

Cristiana mi ha già chiesto : "Fra, ma hai fumato?"

Fumo blu, fumo blu
Una nuvola e dentro tu...

lunedì 12 dicembre 2011

Shabby (radical) chic

Molto bolle in pentola. Oppure no: sollevando il coperchio borbotta solo l'acqua, nemmeno salata.

Al Vintage Emporium & Coffee House (14 Bacon St) mi ha portato Yolanda martedì; ci serviva un luogo caldo per chiacchierare e prendere una cioccolata... che rivelossi poi una semplice bevanda al gusto di cioccolato.

Basta fare due passi dall'Overground di Shoreditch, altrettanti da Brick Lane: i camerieri anni 70, le musiche jazz, classiche, Edith Piaf e magari anche Amalia Rodriguez, sedie diverse, poltrone un po'sfatte, un'aria disordinata e casuale.

Shabby chic. La confortevole scomodità, l'ordinato disordine, la trasandata eleganza.

Poi ho pensato che mi sono anche un po' stufato dello shabby chic (e che se ordino una cioccolata, voglio una cioccolata).

Oggi bisogna essere radical. Andare alla radice anche dello stile.

Radical and chic. www dot radical dot chic.

domenica 11 dicembre 2011

My new (c)haircut


Quando Cristiana, colta da un improvvisa passione per un pezzo di antiquariato o presunto tale ("sono davanti all'Albany Centre, ho visto una specie di chaise longue da rifoderare, ti aspetto vedi di sbrigarti"), contratta l'acquisto dello stesso al Junk Market di Deptford High Street, subito impone la modalità di trasporto a me medesimo che non senza lamentarsi esegue.

Ora si cerca tessuto da sostituire al color topo morto arruffato; si disputa tra il prugna chiaro, il vinaccia e il melanzana ma non troppo.

Si accettano consigli e pastiglie per il mal di testa.

La location? Cristiana: "All'ingresso. Lo sgabello che abbiamo è troppo piccolo!"

Dove infatti collocossi, coperto da un drappo viola.

Alla sera da Gaia per cena, un piatto di gnocchi fatti in casa con il pesto e un dolce con farina di castagne hanno sciolto insieme alla lingua i muscoli del collo.

giovedì 8 dicembre 2011

Torino al dente

"I can't imagine anyone saying, "Oh God, I love Turin!". It's not that it's an actively unpleasant city. It's just that Turin doesn't seem to grab you by the "coglioni" in that almost physical way that some of the more exquisite Italian towns and cities do."

Mi sono fermato qui, alle prime righe di Al Dente di William Black, che dieci anni fa si è fatto un giro culinario per lo Stivale.
Il libro, suggeritomi da Iva Tassinari, contiene una preziosa ricetta di pasta ripiena e ha questo inizio fulminante, che merita una recensione a priori, del tutto sbagliata a farsi, ma irrinunciabile... al punto da caderci dentro, come in una trappola.

Sono stato poche volte a Torino; negli anni novanta la ricordo buia, le case di ringhiera con grandi cortili piani e vecchi ballatoi, le strade in pianta romana, Corso Giulio Cesare che non finisce mai e punta al cuore, le stazioni sabaude, i portici con le bancarelle dei libri usati, la cioccolata, un film in color seppia, le ombre del bianco e nero... poi è diventata più luminosa, più chiara e forse più vivibile, magari la stessa di prima con il trucco, ma appunto questo non lo so.
La città di certo sta lì e nessuno ne parla troppo.

Se poi Torino prendesse veramente per i coglioni, avrebbe dei guanti e una Signora non si abbasserebbe a tanto, insinuerebbe piuttosto il sospetto che l'amore sia una bugia e la passione una cortesia.

*In italiano,W. Black, I bucatini di Garibaldi, Piemme

domenica 4 dicembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 37.11

Che ansia! In Master Chef: The Professionals, BBC 2, i cuochi devono superare prove ad alta tensione, sotto gli occhi di Monica Galetti prima e di Michel Roux Jr poi.

Quest'ultimo, francese nato in Inghilterra, titolare de Le Gavroche, ristorante londinese con due stelle Michelin, non sprizza umanità da tutti i pori, almeno a prima vista, ma con l'aiuto di Greg Wallace, l'altro conduttore e dining expert, si scioglie un po' fino quasi alla simpatia.

A emozionarsi, sorprendere e a impegnarsi fino ai limiti dell'umano sono i concorrenti, chef di professione, che tentano il salto verso la notorietà, preparando ogni volta due piatti: uno del repertorio di Michel, uno di creazione personale.
Per esempio i famosi nouilles aux fruits de mer di Roux Jr, pasta with a light creamy seafood sauce, cioè la pasta allo scoglio.

Insomma quello che in italiano è un piatto abbondante, d'istinto (con l'apostrofo), un po' crasso e scenografico, diventa una difficile combinazione di tagliolini fatti a mano, sfilettatura del pesce, giuste cotture, una salsa consistente e... la lingua francese fa il resto.
La presentazione, il biglietto da visita del piatto, è la prima cosa da giudicare, poi la consistenza di ciascun ingrediente e infine l'armonia dei sapori.

In Michel Roux Jr il talento è di famiglia (vedi il nome), la bravura evidente, lo charme palpabile e la proprietà di linguaggio esatta. Difficile ribattere ai suoi taglienti giudizi.

Master Chef : The Professional è un programma serio, senza pubblico in sala, di e con esperti del mestiere e mette in competizione i cuochi sull'unica cucina che è in grado di misurare la bravura e la scienza gastronomica: quella francese.
Lo stile di presentare un piatto (dalla tagliatella italiana al sushi), l'esattezza delle temperature, la precisione dei tempi, il vocabolario, insomma le regole auree sono dentro e attorno la cucina francese, che ha prodotto tanto una proficua letteratura del gusto quanto una elite di avventori e cuochi.

Questa supremazia non toglie nulla alla cucina italiana (più genuina, spontanea, più narrativa che letteraria, più popolare che aristocratica, più vicina ai gesti che alle parole), ma lancia una sfida sul territorio del marketing e della qualità, che va raccolta e possibilmente vinta.

Non saprei cucinare, ammesso che sia un cuoco, con questa precisione; infatti io gesticolo, i piatti sbavano, i cibi sobbollono senza termometri e cronometri, piuttosto vado di buon senso e di pigrizia, qualità e vizi che tutti hanno.

In Inghilterra a diffondere invece una cultura gastronomica popolare (quindi più simile alla nostra), ricca di informazioni su abitudini e stili di vita sono altri chef.
Per esempio Jamie Oliver di Great Britain, un viaggio a scoprire i piatti tradizionali (e non) dell'isola e Hugh Fearnley-Whittingstall di River Cottage Veg propongono una cucina più vera, coinvolgente, fatta di e con la gente.

E i piatti sono all'italiana, intendo nel senso della tavola, dell'evento, delle donne che cucinano, degli esperimenti con le carni e le verdure che si hanno sottomano: una cucina concreta, che racconta e non mostra, una tavolozza che non ha bisogno di cornice, perché ha attorno a sé l'umanità delle persone.

In particolare Whittingstall ha fatto tre mesi di cibo solo vegetariano, cucinato per feste, matrimoni, eventi sportivi mostrando come sia possibile vivere e nutrirsi combinando bene e cucinando solo verdure.
Condivisibile l'invito a mangiare meno carne (per l'inquinamento degli allevamenti, i costi etc...), molto interessante l'utilizzo creativo delle verdure e la combinazione dei menù.

Che piaccia o no la scelta veg, la cucina di River Cottage diventa un'esperienza praticabile, una sfida del gusto (per esempio verso gli scettici del vegetariano), una ricerca culturale applicata alla vita quotidiana e non un saggio di astratta bravura.

Tutti i programmi però sono ben fatti, hanno la buona cucina al centro della scena, non lo spettacolo fine a se stesso, divertono e appassionano, bambini inclusi.

Sull'eleganza mi rimane sempre qualche dubbio: un attributo del vestire e del comportamento piuttosto che del piatto.
Poi ho riscoperto, tra le tante, le bietole rosse, in barba a...*
Il fra
*A Pietro non piacevano, a me mai avevano fatto impazzire, sicchè io non le avevo mai infilate nei menù, Daniela poi mi dice che non le trova crude e le cucina qui, gentilmente citando la mia ricetta.

martedì 29 novembre 2011

Fra Marx e gli inglesi

Lavoratori?! mi viene in mente Sordi nei Vitelloni, ma tralasciamo.

Il monumento fa un certa impressione, non solo per l'imponenza ma per la collocazione: eretto negli anni 50 quando il cimitero di Highgate era meta del popolo comunista e la tomba del nostro, centocinquanta metri più in là nella boscaglia, non s'adattava a contenere la folla degli ammiratori.
Anonimo fu il suo funerale nel 1883, una decina i presenti, Karl Marx in quegli anni viveva infatti a Londra, a Soho, in condizioni quasi di inedia e semisconosciuto.

Poco più della sola faccia esce barbuta dal masso di granito, in omaggio credo al materialismo storico, alle rocciose convinzioni e all'unità dei popoli. Ora pare più una visita obbligata che un omaggio sentito tanto il nostro ossequio quanto quello di tutti gli altri... su un bordo del cubo dei centesimi di pound ossidati, qualche fiore di plastica, tutta gloria passata.

Attorno a Marx, Claudia Vera Jones, attivista di colore e comunista, scacciata dall'America maccartista approdò a Notting Hill, dove organizzò un indoor event per lanciare i talenti caraibici, da cui nacque il famoso carnevale; Dadoo Yusuf Mohamed, indiano nato in Sudafrica, protagonista di campagne contro l'apartheid e comunista, in asilo politico a Londra; Hekmat Mansoor, leader del partito comunista dei lavoratori iraniano, insomma anche in Iran...

Un breve saluto alla tomba di George Eliot (alla letteratura, che mai leggerò), un po' nascosta e da luna mannara; Herbert Spencer, un paio di attori e un pianista e via tombando all'ombra dei cipressi eccetera.

Matilde e Jacopo
intanto corrono indisturbati: difficile tenerli in silenzio e rispettosi delle geometrie; si sono però costruiti i loro miti orfici e storie post vittoriane con dinosauri del pleistocene e saghe di zucche e vampiri.

Il disordine delle tombe, l'incombere dei rampicanti e delle radici e la mappa fornita all'ingresso (tre pound a adulto) stile who's where impressiona assai, se non altro me, Cristiana non so.
Qui sta la differenza tra una fatalista (lei) e un pirla (quello in foto): io costruisco castelli e lei intanto vive.

Un museo dei morti, sepolcri come teche in cerca del pezzo da collezionare, almeno nella memoria: uno specie di voyeourismo enciclopedico o forse un tour di costume (le tombe degli italiani e dei giapponesi) e di architettura sepolcrale (Cross, Clasped Hands, Obelisk, Urn, War Memorial, Wreath come recita la guida), non male anche certi leoni e angeli e profili e decori scolpiti.

Il mio morto preferito? Douglas Adams, l'inventore della Guida Galattica per autostoppisti
Non sapevo fosse qui, l'ho scoperto solo visitando guida voyeouristica alla mano, una lapide semplice in mezzo a tante.
Un tipo che mi sarebbe piaciuto conoscere, ma ci sono i suoi libri. Sarà per la prossima.

Dimenticavo: l'ala ovest del cimitero di Highgate si fa solo con visita guidata e con l'arch. Boggio, quando verrà; pare ci siano monumenti e cripte di notevole pregio e paura (stando al volontario alla reception, che conosce pure l'italiano)

Meglio uscire adesso, ho la sensazione che preferisco Abney Park.
Forse perchè della fatal quiete...

domenica 27 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 36.11

Il 25 novembre del 1944 un missile V2 colpisce Woolworth's, il supermercato lungo New Cross Road, ad angolo con Goodwood Road: sono le ore di punta, un bus a due piani e un camion dell'esercito passano proprio in quel momento e i marciapiedi sono pieni di londinesi del sud.
In quel terribile schianto, si contano 168 morti, centinaia di feriti... solo dopo tre giorni di lavoro si riesce a liberare le strade dalle macerie.

Oggi l'edilizia pubblica post bellica affiancata alla sede neoclassica del council (proprietà della Goldsmith) e agli edifici ottocenteschi scampati mostra, a chi osserva con attenzione, le tracce e le ferite di quell'attacco.
Al posto di Woolworth's un supermercato di prodotti surgelati: Iceland; sul muro d'ingresso una placca blu ricorda quel giorno.

Non è per la sola coincidenza della data o per il fatto di abitare a due passi, piuttosto per una certa sensibilità di famiglia che ne parlo: mio padre aveva poco più di undici anni nel novembre '44 e ho sentito da lui i racconti di quei mesi di guerra.

Sono i mesi della Linea Gotica, quando, lungo il fronte appenninico, i tedeschi resistono all'avanzata degli Alleati.

Immaginate una cascina di contadini nelle campagna faentine, i genitori di mio padre e due altri fratelli più piccoli.
I tedeschi arrivano e occupano la casa, tutta la casa, confinando la famiglia in cucina, uccidono tutti gli animali per sfamarsi, alcuni defecano dalla finestre del piano superiore. Dalla finestra della cucina si vede (cadere) tutto e si riesce anche a ridere.

A undici anni papà gioca con le bombe a mano, le tira per uccidere i passeri (l'unica carne disponibile), le disinnesca e se le porta in casa (una oggi fa da fermacarte sulla sua scrivania). Per la corte e in casa risuonano in una lingua sconosciuta ordini "Raus" "Marsh" "Kameraden" come scoppi di fucile.

Poi un soldato tedesco rifila a mio padre una enorme sega e gli ordina di tagliare i pali della luce lungo la via Emilia e lui lo fa insieme al soldato. Un palo per volta, fino a quando si accorge di essere troppo distante da casa e a gambe levate scappa.
E me lo immagino che corre via dopo aver dato un'ultima rapida occhiata al soldato, come fa mio figlio ora, quando scatta così senza preavviso e non lo vedi più e poi salta fuori con una faccia da schiaffi, tranne che forse la faccia di mio padre era quella di un bimbo impaurito.
I tedeschi ormai si stanno ritirando e seminano distruzione.

Siamo ancora nella fattoria: da lontano in fila arrivano degli uomini alti con le trecce lungo le guance e i turbanti, sono gli indiani sikh dell'ottava armata inglese. Papà assaggia per la prima volta in vita sua il the, i sikh son molto gentili... un accampamento il loro più che una occupazione.
L'Armata lascia Faenza verso la pianura padana. Così alla sopravvivenza segue di nuovo la vita.

Quasi settant'anni dopo, i nipoti di quei Kameraden riempiono con i loro mercatini Hyde Park e le piazze di Londra, l'ultimo contingente dell'esercito inglese presente in Germania sta per lasciare la base NATO di Hanover, e mio padre, tra un silenzio e l'altro, si racconta qualche altra storia che ormai nella memoria confonde.

Siamo cambiati, insieme al mondo, insieme ai tempi. Un'affermazione, ma anche una domanda.

Intanto altri uomini e donne entrano ed escono da Iceland con i sacchetti di plastica gonfi di spesa... bus a due piani, automobili, clienti e passanti di un venticinque novembre qualunque.
Il fra

mercoledì 23 novembre 2011

Key moments, soft mind

Sarà stata la porcellana cinese che in loop scorreva sulle tende bianche del bowindo o l'ombra (sempre cinese) di noi e degli ospiti a profilarsi scura ma nitida su quello schermo casuale, mentre da fuori Katia scattava delle foto; sarà stata la chimica dei pensieri che si combina con la casualità degli atomi in natura... a dare una ragione al rimbalzo di un ricordo, questo:

sono con Qiu (pronuncia: ciò, alla romagnola) nella città universitaria di Guangzhu, sono da poche ore suo ospite, passeggiamo dopo cena nella cittadella universitaria, dove lui ha un alloggio e dove insegna.

Ci sediamo sul bordo di cemento di un laghetto artificiale prosciugato: scoli di acque reflue e nel verdume d'alghe qualche scarto di elettrodomestico.

Parliamo di molte cose, lui mi dice che ha una moglie, che vive nel nord della Cina, dove lui a breve vorrebbe trasferirsi, e aspettano due gemelli.
Lo guardo sorpreso.

- Qiu, mi avevi detto che non volevi sposarti e che non volevi avere figli...
- Eh Francesco, hai ragione ma sai... Key moments, soft mind.

Io mi fermai un mese: per tutto quel tempo ripetemmo la frase come un mantra, soprattutto quando cercavamo di spiegare le nostre decisioni.

In momenti cruciali, per svariati motivi, la mente s'ammorbidisce un momento prima di un sì o di un no, talvolta anche durante: un misto di arrendevolezza, superficialità, improvvisazione, disattenzione e anche umanità, tanta umanità.

A me capita che capiti.

domenica 20 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 35.11

"Italians' innate traditionalism has, in some respects, served them well. It is what explains their superbe cuisine, for example. But it is also the root cause of the mess they are in now..."*
La frase, a chiusura dell'ennesimo articolo sull'Italia, ha l'aria di una semplificazione sociologica, nel tentativo di spiegare la situazione politica che stiamo vivendo attraverso un'analisi meno occasionale e più motivata.

Innato tradizionalismo? A parte che gli -ismi mi inquietano sempre, tradizionalismo non vuole dire senso della tradizione, piuttosto la sua difesa, meno la sua diffusione. Come se ci accontentassimo di difendere, senza mai voler trasformare.

Mi fermo qui, mi interessa di più il riferimento all' innato che spiegherebbe la nostra supremazia culinaria. Riferimento che mi fa sentire nobilitato: la cucina è un'arma utilizzabile per determinare e non solo giustificare la nostra identità.

Si deve davvero all'ancoraggio ai valori della tradizione se noi abbiamo del buon cibo e in Inghilterra invece al multiculturalismo la permeabilità ad ogni invasione culinaria?

La pasta è non solo cucinata male (stracotta e affogata nel sugo e nel cheddar cheese), ma esce del tutto sconfitta nella battaglia di certe acclamate diete che mettono al bando i carboidrati, in primis appunto la povera pasta.

Una collega giorni fa, affetta da un consolidato principio di obesità (un'ammissione fatta con serenità, oltre che una constatazione oggettiva), mi ha chiesto quale dieta seguire.
Difficile risponderle, dato che si mordeva avidamente uno stick di salame piccante al proibitivo costo di 0.69 pence, poco prima di infilare le dita in un pacchetto di patatine al bacon.

Le ho suggerito (erano circa le undici del mattino) che un piatto di pasta con un filo d'olio, in una quantià ragionevole, l'avrebbe aiutata più di un veloce (ricco di grassi saturi e zuccheri) pasto consumato in piedi.
Non l'ho convinta; al terrorismo del carboidrato si è aggiunto quello di perdere tempo a cucinarlo; meglio, secondo lei, una mega porzione precotta di Tesco da scaldare al microonde e via.

Credo che non cucinare sia un modo per ingrassare, almeno a queste latitudini.

Ammetto che la pasta non è stato il mio piatto preferito: quella fresca meno di quella a grano duro. Mi sono nel tempo dovuto ricredere, anche per un fatto di metodo: mi piace infatti cambiare idea.

La prima a convincermene fu Cristiana, che per caso si inventò una pasta corta con i pomodorini pachino le olive e il pesto: memorabile.
Così dall'indulgenza verso il carboidrato passai a prepararlo di persona, parlo di quella a grano duro, ignoravo ancora la pasta fresca.
Ma venerdì scorso sono finito, un po' contro voglia, in un pastificio di Torino, un negozio rosticceria del centro, e ho conosciuto, non più solo di nome, la titolare: Iva Tassinari.

Con lei ho passato quasi una giornata e ho capito una cosa banalissima sulla pasta fresca, una cosa che io ho sempre frainteso perché pensavo solo ed esclusivamente all'impasto e alla forma dello stampo. Mi sbagliavo: il punto non è la pasta, è il ripieno. Banale appunto, ma per me decisivo.

Ho sempre trovato noioso l'idea di fare la pasta, perché forse, dico forse, sono sempre stato a guardare la nonna, mentre impastava e quel gesto era per me parte dell'ambiente, un gesto calmante, un rito che disarmava l'ansia, che ritmava o concludeva la mia giornata.
Preparare un ripieno invece è a dir poco affascinante, non riguarda solo la qualità degli ingredienti (importante, ma meno di quanto pensassi) piuttosto l'esattezza delle mescole, delle cotture e le correzioni.

Ci vuole certo l'esperienza di Iva Tassinari per fare, per esempio, gli agnolotti Cavour**, secondo tradizione, ma lei è unica anche nel preparare un agnolotto al ripieno di gamberetti al curry che con la tradizione non ha nulla a che fare.
Con il curry sono riuscito a darle qualche dritta, nulla in confronto a quanto ho imparato io, e mai avrei immaginato che nella pausa pranzo avrei assaggiato in pieno territorio sabaudo un piatto di agnolotti al curry appena cucinati. Il bello della tradizione insomma, senza -ismi.

Così sono rientrato a Troutbeck House sabato sera: un Tassinari a Londra.
Il fra (e un grazie riconoscente a Iva)
*da The Economist qui The Italians Crisis: Addio Silvio.
**Il conte Camillo Benso si intende

mercoledì 16 novembre 2011

Super Mario fragilistichespiralidoso

Longanesi nel 1953 profetava “gli italiani non vogliono un dittatore, attendono un impresario”.

L'Impresario l'abbiamo avuto e tale è stato fino all'ultimo, quando sentendo odore di bruciato è volato a casa per vedere come andavano gli affari di famiglia.

L'orgoglio gli ha giocato qualche scherzo, compreso l'ultimo video: la calza anziché sulla telecamera, come venti anni fa, era appiccicata al volto, il Fantomas dei film con Louis de Funès.

Sic transit Gloria Gaynor
.

Poi mentre l'Impresario settantacinquenne si stava dimettendo (la BBC con set to resign e the outgoing PM, rendeva plasticamente l'idea), ecco il coupe de theatre: l'ottantaseienne Presidente cooptava (sotto dettatura o quasi) il migliore (o presunto tale) e come ai tempi della res publica romana eleggeva un dictator (in pectore per nemmeno un minuto) a tempo (in)determinato.
Prendere o lasciare, altrimenti il baratro.

Quando poi finalmente l'Impresario settantacinquenne si dimetteva di sabato sera nel pieno dei consigli per gli acquisti, fuori dai palazzi si cantava "Bella Ciao" e altre amenità.

L'aria del Don Giovanni "Madamina, il catalogo è questo" o, come dice Marta, La Bella Gigogin avrebbero reso meglio l'idea di quello che andava in scena: la solita commedia all'italiana.

L'Impresario ha lasciato non un vuoto, ma il nudo vuoto, un assordante silenzio.
La colpa poi non è solo sua, la sinistra non ha fatto meglio. Anzi.

Ora Super Mario Poppins aprirà la borsa e farà il secondo nuovo miracolo italiano, sotto la luccicante confezione del governo di unità nazionale o di transizione o dei Bot...
Viene da chiedersi en passant come d'improvviso i tacchini possano applaudire il cuoco che li cucinerà allo spiedo...

Dall'Impresario al Tecnocrate dunque, la BBC precisa: the non-elected 68 years old economics professor and former European Commissioner.... ovvero chi meglio del carnefice può salvare la propria vittima?

Insomma la politica in vacanza e commisariata, un paese in mano al reparto geriatria, sotto controllo e dettatura della BCE e dell' IMF. Dal piano Marshall al piano Lagarde.

Disfattismo? Non sono in grado di suggerire alternative.
Direi le urne: non è un caso che Porcellum si traduca PIG (ok PIGS se ci mettiamo la Spagna).

Ultime domande:
i quarantenni dove sono? a casa?
e la sinistra? annacquata nel senso di responsabilità? o a pezzi e Bocconi?

Previsione:
Super Mario Poppins sarà Presidente della Repubblica e le prossime elezioni saranno Casini! Magari il contrario.

Calmi gli altri mari.

*Dovrei mettere il banner di quel corvaccio di Yossarian... non conosco il ragazzo ma temo che abbia ragione. Val bene un'occhiata anche a Leonardo Clausi e a Odifreddi, non meno consolante.

domenica 13 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 34.11

Un signore passeggia con il cane lungo il Tamigi, un uomo sta affogando e urla: Help! Il signore con il cane lo ignora.

Stessa scena, ma questa volta l'uomo che sta annegando dice al signore con il cane: Excuse me, Sir. I 'm terribly sorry to bother you, but I wonder if you would mind helping me a moment, as long as it's no trouble, of course.
Il signore con il cane lancia il salvagente e aiuta il malcapitato.

Ogni volta che guardo la copertina di How to be British Collection, penso alla formalità che quotidianamente mi circonda e mi vengono in mente i Monty Pyton, il duo di Little Britain, Benny Hill e anche il primo Mr Bean.

Poi succede che Daniela, qualche giorno dopo essere stata qui, mi manda una Anglo-Eu Translation Guide: che cosa dicono gli inglesi, che cosa realmente intendono quando lo dicono e che cosa normalmente capiscono gli europei non inglesi (qui sotto).

Per esempio dicendo That is not bad, si intende That's good, mentre per noi significa un "niente di che", oppure You must come for dinner (e mi è capitato) significa che l'amicizia è agli inizi e che l'interlocutore vuole essere gentile con noi, quindi possiamo scordare l'invito a cena, proprio quando pareva certissimo.
Altri frasi tipo very interesting o I'll bear it in mind significano l'opposto, ma stereotipi o no, l'elenco merita una qualche riflessione.

In due anni che sono qui, ho cambiato idea sugli inglesi, la loro non è ipocrisia, nemmeno gentilezza, ma piuttosto un'arguta e automatica forma di mandare a quel paese e talvolta spernacchiare: in questo rivelano una certa attitudine alla democrazia dei sentimenti attraverso l'aristocrazia delle maniere.
Non amando il contatto fisico, imbarazzati dalla stretta di mano maschia, divertiti dal doppio bacio, che associano alla pizza, alla pasta, al sole e al Chiantishire, finiscono con il mollarti delle pacche sulle spalle come se fossi a cricket e sorriderti come farebbero ad un imbarazzante spettacolo teatrale con dei nudi in scena.

Gli inglesi non sono passionali, ma sentimentali, e per coprire o legittimare i sentimenti non rimane loro che ricorrere alle buone maniere e allora avanti a ringraziare, avanti con il sorriso imbarazzato, avanti a piccoli passettini verso una possibile amicizia... coltivandone il seme però, e se la pianta cresce, bene; se non cresce, comunque si è fatto il possibile.

Mi sono reso conto infatti che devo compiere un atto di eroismo per avere un amico inglese; le ho tentate quasi tutte: il coinvolgimento creativo (risultato: un sorriso + un sopracciglio sollevato), l'amore per la letteratura inglese (incoraggiamenti, mai suggerimenti), la politica (mal comune mezzo gaudio, ma noi abbiamo avuto la Thatcher e Blair, e voi lasciamo perdere, almeno cercate di capire come mai vi siete trovati al punto in cui siete ora).
Insomma dovrei salvare la vita a qualcuno. Non sono il tipo.

In effetti nessun inglese mi chiama o mi cerca, a parte le telefonate per organizzare le feste dei figli e appunto le cortesie in uscita dalla scuola o in altri luoghi topici.

Sull'ospitare a casa i compagni di classe di Matilde abbiamo imparato la grammatica delle buone maniere: si dice thank you for coming, thank you for inviting me, si devono far togliere le scarpe e informare il genitore se intendiamo offrire la cena al figlio (implicitamente sì, se il bipede rimane dopo le sei e trenta pi emme, quindi sempre).

Ora mi sono abituato ad infilare please in ogni frase che ribadisce quanto già richiesto e anche più volte, al punto che nell'ordinare il caffè finisco con il dare tutti i dettagli su drink in or take away, zucchero e latte appena apro bocca, salvo poi che il barman si scorda tutto e giù con i please.
Non che questo mi faccia diventare più educato, soltanto sempre più sensibile alla rudeness (maleducazione e rudezza insieme), insomma non mi devo comportare da rude, ovvero inherently confrontational and disruptive to social equilibrium. Per carità!

Allora vedrai il signore con il cane gettare il salvagente e salvare la vita al malcapitato, il problema è che non so se sono il signore con il cane o il malcapitato.
Il fra

giovedì 10 novembre 2011

Ceramix a Troutbeck House


Ceramix dunque e CTRL ZAK!

La vita è così: un po' di Control, ma non troppo, e poi Zak, un gesto rapito e creativo.

E le ceramiche (quelle che mi hanno sempre girato attorno, la metà faentina di me, che tiro fuori all'occorrenza) sono uno dei più interessanti lavori di CTRL ZAK.

Ceramix non è solo una commistione di stili ma la possibilità di mostrare con un oggetto la storia della ceramica, le contraddizioni e gli errori, i salti di tempo e le contaminazioni del tempo.

Come per il cibo non c'è un'origine definita degli ingredienti e delle ricette ma una costante interferenza e un'occasionale scopiazzatura, così la ceramica evolve portandosi dietro la tradizione o, nel caso di Ceramix, si scontra/incontra in parti uguali e asimmetriche.

Non rimane che vederle, sabato 12 novembre dalle diciotto in poi a Troutbeck House.

domenica 6 novembre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 33.11

Poppy flower. Nei giorni che precedono e seguono il Rembrance Day, l'undici Novembre, lo indossano tutti o quasi, appuntato alla giacca per sostenere la causa della Royal British Legion, cioè per raccogliere fondi a sostegno dei soldati feriti e delle famiglie dei soldati deceduti nelle missioni militari del Regno Unito.

Tutti: dai giornalisti della BBC ai commessi di Sainsbury, dall'insegnante di scuola, al man at work sulle strade... i white british almeno, i black british no, forse perché si sentono più black che british.

Il poppy diventa un segno di orgoglio nazionale, come se, al di là della causa, bastasse la sola idea di appartenere a una comunità identitaria, con un semplice fiore rosso, acquistabile dovunque e a offerta libera.. una cosa insomma di razza britannica, in barba al melting pot dell'Isola.

Il poppy non mi riguarda, ma è impossibile non notarlo, darei, mettendolo, l'impressione di legittimare le guerre (camuffate da interventi militari per difendere nobilissime cause) autorizzate e condotte dal Paese che mi ospita, che all'Impero di una volta deve ancora saldare qualche conto.

Così Matilde oggi è rimasta a mani vuote davanti a tre anziani signori vestiti con abiti blu appesantiti da migliaia di bottoni bianchi e spille e medaglie che all'angolo di Columbia Road distribuivano i poppy.

Ho dato a mia figlia una qualche frettolosa spiegazione e lei si è subito dimenticata il fiore (all'occhiello): i bambini hanno la fortuna di essere compulsivi con le mille cose che vedono nei mercatini e passano subito oltre.

Da tempo mancavamo da Columbia Road, una meta solo domenicale, perché il mercato dei fiori si tiene appunto di domenica e come sempre accade si finisce con il comprare, anziché fiori, chincaglierie inutili, ma si sa: da tempo viviamo del superfluo e il necessario lo diamo un po' troppo per scontato.

A proposito: sarebbe davvero necessario parlare dell'immagine dell'Italia (o degli italiani) qui a Londra -che dico!- in Inghilterra, perché oggi, proprio oggi, siamo sulle copertine di due grandi quotidiani (negli altri siamo su tutte le pagine interne). Dico "siamo": all'estero ci sentiamo tutti un po' più italiani e quindi coniughiamo i verbi al plurale.
Ripeto "siamo sui giornali".

Questo sputtanamento (di questo si tratta e poche ciance!) ce lo saremmo risparmiato, ma ci riguarda da vicino, è diventato quotidiano, quasi un'ossessione.

Non riesco a dire altro, insieme ai testicoli, mi cade anche la tastiera.
Il fra

giovedì 3 novembre 2011

Starbooks

Sarà perché Londra è diventata la mia città d'elezione (l'espressione antiquata rende il compiacimento che segue) ma quando trovo in un libro i luoghi della città, mi sento realizzato anche se non so bene in che senso.

La cosa è di una banalità estrema perché migliaia di romanzi sono ambientati a Londra e per quanto la probabilità di incappare in un luogo conosciuto sia altissima, la mia soddisfazione non diminuisce.
Oggi mi è capitato un passo sul Wobbly Bridge, che è stato tale un tempo sufficiente per meritarsi il nome, nonostante illustri ingegneri abbiano quasi subito provveduto a fissarlo.

A proposito di Biella, dove vivevo, in un romanzo di Soldati, La sposa americana, si cita una trota al burro che i camerieri della Croce Bianca servono un po' tardi al banchetto di matrimonio... quando lo lessi sarei immediatamente corso ad Oropa per avvisare i gestori.

Che pirla! che soddisfazioni da poco! "secchia!" mi direbbe Cristiana, invitandomi ad occuparmi di altro, di cose più concrete, tipo fare il bagno ai bambini, dare il colore a un pavimento, decidere il menù di Ceramix eccetera.

Sono perennemente in vacanza, i libri, ultimamente letti ad un ritmo forsennato, mi tengono appeso per aria e temo che un giorno, incapace di scriverne compiutamente uno, dovrò vantarmi di quelli che ho letto... pavida citazione da Borges che però qualche pagina ha scritto.

E tanto per strappare ancora materiale dall'ultimo libro, The sense of an ending, devo ammettere anche io che una delle paure da bambino e poi da adolescente era di scoprire che la Vita non avesse niente a che fare con la Letteratura**.

Quanto l'ho scoperto, ho scoperto anche che quella paura era immotivata, al punto che oggi penso il contrario: che dalla vita, da quella di chiunque, il materiale a cui attingere è infinito e vario e multiforme.
Non conosco come fare, a parte questo blog, che però riguarda la mia di vita e nemmeno tutta.

Ieri sono stato a St Paul, per scrivere degli indignados, mi sono detto:meglio andare a vedere di persona e in quella piazza mi è piaciuta un piccola libreria improvvisata, Starbooks.

Quegli scaffali all'aria aperta mi hanno ricordato una cosa che mi disse mia madre, vedendomi annoiato a casa di parenti e amici:
-Se non sai cosa fare, guarda se ci sono dei libri
-E se non ce ne sono?
-Guarda nella mia borsa.
...
**"The things Literature was all about: love, sex, morality, friendship, happiness, suffering, betrayal, adultery, good and evil, heroes and villains, guilt and innocence, ambition, power, justice, revolution, war, fathers and sons, mothers and daughters, the individual against society, success and failure, murder, suicide, death, God..." Julian Barnes, The Sense of an Ending.

domenica 30 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 32.11

Happy Diwali. Buona festa della luce, buon anno: festeggiato mercoledì scorso, invitati da Manali, che abita di fronte a noi, per il capodanno indiano.

Come la fine del Ramadan, quello ebraico e quello cinese cambiano seguendo i loro calendari, così noi iniziamo a godere della flessibilità delle feste altrui e perdere un po' della nostra rigidità temporale.
L'identità per ora non ne risente, anzi si rimane, cronologicamente parlando, occidentali, gregoriani e cristiani ma si fanno entrare sconosciuti idoli, si imparano riti e soprattutto nuove abitudini alimentari.

Su un tavolino seduta a gambe incrociate, bel seno a vista, ingioiellata ed elegante (niente a che vedere con le pallide verginali e noiosette sante cristiane) la statua di Lakshmi, divinità che presiede alla festa, dea dell'abbondanza, ricchezza, saggezza, fertilità e simili.

Manali
le ha messo davanti frutta fresca, dolci, una moneta e lumini tutt'attorno , poi ci facciamo colorare il centro della fronte con il tilak il puntino rosso vermiglio, diventiamo indù per una notte.

I dolci, vere e proprie bombe caloriche, tra cui il superbo gulab jamun; i cibi squisiti, in particolare le patata wada, polpette di patate con semi di coriandolo e chilli, foderate da una pastella a base di farina di ceci, accompagnate dai samosa e da un riso alle lenticchie con verdure.

Sabato è toccato poi a Jacopo, lo accompagnamo a casa di Nadja per una festa di compleanno in una dignitosa, ma un po' buia, council house a Swallow close, sempre a New Cross Gate.
Entriamo, quasi gli unici bianchi: un televisore gigantesco, dei sofà in pelle, una semplice cucina, le pareti bianche, palloncini nastri e addobbi un po' dovunque; sui fornelli sobbolle qualcosa, sul pavimento enormi pentole d'alluminio, un paio senza coperchio, piene di cibi sconosciuti ma dall'odore pungente, un cesto stracolmo di bevande nel giardino dietro coperto da un tendone, dove Jacopo sparisce.
Le donne vestite in abiti coloratissi, le dita piene di anelli, i cui seni e la cui prosperità può gareggiare con quella della dea Lakshmi.

Vado a riprendere Jacopo tre ore dopo, intanto nel quartiere si sparano i primi fuochi d'artificio: è il weekend di Halloween. Apro la porta e vedo tutti ma proprio tutti ballare scatenati Thriller di Micheal Jackson, metà torta di compleanno su una sedia dell'ingresso, una signora dal corpo strabordante mi invita a ballare Bad, ridendo di gusto.

Rido anche io: il viso pallido e beffardo di Jacopo spunta da sotto una gonna colorata, pescato da una ragazza della security (la sorella di Nadja?)
Prima di andare, Nadja regala un sacchetto di dolci a ciascun invitato, quest'ultima è un'abitudine anglosassone che anche noi abbiamo imparato: nessun deve uscire a mani vuote dalla casa del/la festeggiato/a.

Il weekend non è finito: bisogna esorcizzare l'inverno, tutti i santi e tutti i morti, così raggiungiamo Matilde a casa di Bjaki.
Lì, mentre i bambini scorrazzano e un falò senza luna brucia, noi beviamo vino italiano, l'unico che non ci fa venire mal di testa, un piatto di stufato d'agnello e broccoli al forno.
L'impressione di vedere vivere anziché vivere.
...à da passà 'a nuttata
Il fra

giovedì 27 ottobre 2011

Fakespeare's fair play

Esce un film hollywoodiano, Anonymous, dove il Bardo è un mero copista e un certo Edward de Vere, 17° (non uno di meno!) conte di Oxford, l'autore delle tragedie più famose.

Ora dato che occuparmi di cazzate sembra il mio mestiere, riferisco la notizia non tanto per quello che in sé significa (mi pare la questione omerica aggiornata) ma per la reazione degli inglesi, accaniti shakespiriani (il conte de Vere è inglese pure lui...).

A Stratford upon Avon, dove il Nostro è nato, hanno per protesta cancellato con il nastro adesivo il nome da tutte le insegne stradali e hanno coperto con un lenzuolo la statua al centro della piazza.

It's all Greek to me!

A proposito (ma non c'entra niente) sono stato per la prima volta ad una fiera di settore a Milano. La celeberrima Host, Salone internazionale dell'Ospitalità Professionale*.
L'Ufficio Stampa ne parla ora in termini trionfali: centoventicinquemila visitatori, di cui quarantamila stranieri. Crescita straordinaria nei settori pane pasta e pizza.
Uno dei record: seicentoventitre caffè espressi in un ora.
Gli espositori andranno poi a Mumbai, Guangzhou e San Paolo e via dicendo.

La ristorazione fuori dagli stand faceva schifo: panini tipo Autogrill, intendo anche della catena Autogrill. Ridicolo mostrare macchinari all'avanguardia e lavorazioni artigianali per conservare produrre e cucinare il miglior cibo al mondo e offrire poi le pietanze stereotipate, incolori e insapori. Ma pare che sia dovunque così.

Siccome sono snob, alle fiere preferisco un paio di libri e una mangiata in casa, tipo le aggressive orecchiette alle cime di rapa, improvvisate da Pino venerdì sera.
Quello è saper cucinare, senza fare tanta letteratura.

C'è del metodo nella mia follia.
Ovviamente.
*Gaia ha fatto delle foto qui

lunedì 24 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 31.11

Leggibilità. Con questo criterio sono stati scelti i libri finalisti del Man Booker Prize, lo Strega d'Oltremanica.
Sei titoli, letti... uno solo, un giallo ambientato a Mosca, dal titolo Snowdrops: non solo i fiocchi di neve, ma anche il nome che si dà ai cadaveri che emergono in primavera per effetto del disgelo.

Leggibilissimo certo, simpatico anche, ma come sia finito dentro la shortlist non lo so. La polemica letteraria, a tratti noiosa, è pure montata attorno alla qualità dei libri finalisti, ritenuti troppo "leggeri", da dove non poteva che emergere Julian Barnes, il più noto e quotato, già due volte trombato, vincitore dell'edizione di quest'anno con The sense of an ending.

Per dare un taglio alla noia, ammetto che leggibilità mi fa venire in mente la digeribilità, come se uno al termine della lettura potesse esibirsi in un rutto sonoro di approvazione: si chiude il libro e non si medita, tenendo chiusi gli occhi e le labbra, ma piuttosto si libera la gola e si emette fin dalla conca dello stomaco e lungo tutto l'esofago la vibrazione dell'esultanza e, come dopo un pasto gradito, si dimentica tutto.

Da accanito divoratore di libri, a scapito di tutto il resto, anche della pacifica convivenza, non ho avversione per quasi niente, nemmeno per I Promessi Sposi che ho letto due volte: la prima al liceo impiegandoci un anno e studiando a memoria "quel ramo del lago di Como eccetera", la seconda per superare l'ostacolo e lo trovai solamente ben scritto, non poca cosa, ma, dato il blasone, insufficiente.

Della letteratura inglese purtroppo imparai poco, si faceva quasi come ripiego, ora invece sto cercando di leggere Dickens (ricorre a breve il bicentenario per giunta), che gli inglese conoscono bene.

Mia figlia ha come libro di lettura del trimestre Disgusting Dave and the farting dog. Non scherzo, immagino la maestra Adriana vedermi sfogliare Davide il disgustoso e il cane che scoreggia...
Alla faccia di Dickens! Perché non Oliver Twist e il Pip di Grandi Speranze?! cito senza avere letto, come se mi trovassi con qualche altro genitore e nella speranza che non mi venga chiesto altro.
La scuola così mi risulta ancora misteriosa, almeno nella didattica: riconosco che la fantasia di un bambino si possa scatenare di più seguendo le flatulenze di un cane quadrupede che le avventure di un burattino di legno e di un pirla come Renzo Tramaglino, però...

La leggibilità non è la qualità di un libro e temo non significhi nulla, nei più piccoli la sincerità del personaggio (The Diary of a Wimpy Kid, Il Diario di una Schiappa) rende leggibile un libro, negli adulti il disimpegno, quella che si chiama la lettura leggera, come la coca cola che fa fare il rutto. Non ne sono comunque sicuro e tempo di essermi impantanato: ognuno legge quello che vuole, il risultato è un mix di qualcosa che si trova sugli scaffali e un gusto personale che si forma con l'educazione il tempo.

Forse non dovrei troppo angosciarmi del cane che flatula (ne ho pure conosciuto uno), forse di più se non vedessi i miei simili leggere.
Poi c'è un che di terapeutico nel comprare un libro e acquistarlo significa già un po' leggerlo, lo si mette lì e poi con il tempo lo si recupererà.
Ancora: l'amore per l'oggetto di chi soprattutto non accetta Kindle, ma allora ecco che la leggibilità potrebbe essere lo strumento, l'e-book pare sia ben più leggibile del cartaceo.
Qui si scatena la polemica tra i sostenitori del libro cartaceo e non, tutti con i propri distinguo, polemica che io rifuggo, per diventare inintelleggibile.
Il fra
Sulla Readability, cosa seria, molto qui su Wikipedia

giovedì 20 ottobre 2011

Storie indignate, ovvie e sproporzionate sull'amore e su Pirro

Shalit: pallore, magrezza e saluto militare a Nethanyahu a parte, non si legge una riga sulla proporzione tra un soldato israeliano liberato e mille prigionieri scarcerati. Una sproporzione numerica che esemplifica e spiega la questione palestinese.

The End of the Affair (Fine di una storia) di Graham Greene: scelto per il titolo (che ripeto continuamente nei monologhi quotidiani), poi è ambientato a Londra, a Clapham Common Northside, dove lo scrittore aveva una casa danneggiata dal Blitz e dove l'intera vicenda si svolge. Non mi riesce recensirlo ora, l'idea è quella di consigliare una decina di libri londinesi.
Da recuperare le versioni cinematografiche, due, una con Deborah Kerr, l'altra con Julienne Moore.

Governo italiano: nella caciara di cose che ho letto a proposito della recente e confermata fiducia, la stampa anglossassone dice che, inutile farla lunga, ma the great political escape artist se l'è cavata ancora una volta perché ha una maggioranza. Pyrric victory si titola, ma vittoria; la preoccupazione maggiore poi è la situazione economica italiana e l'assenza di riforme, di qualunque tipo di riforma, non importa nemmeno quali.
Un'analisi così semplice che se non fossi preoccupato, mi rincuorerebbe (!)

Governo inglese: il ministro della difesa Liam Fox si è dimesso, perché il suo testimone di nozze lo seguiva in importanti incontri ufficiali all'estero e non solo, pur non avendo incarico alcuno e pur non essendo un dipendente pubblico dello stesso ministero. Le indagini, commissionate dal primo ministro, sono in corso per capire se siano stati commessi dei reati.
Che noia vero, ma volevo solo riportare i fatti, per tutto il resto c'è master card.

Gli indignados stazionano da giorni nel gelo, fuori St Paul e a Roma si tirano sampietrini (nome bizzarro per dei cubetti di parquet), e se mi pare ovvio che tirare estintori e madonne sia un reato, e se mi pare sconvolgente che poi chi lo fa dica di essersi fatto prendere dalla foga, mi pare altrettanto ovvio che un numero considerevole di impuniti finisca sempre con l'autoassolversi nella sede "allo scopo deputata", il Parlamento. Per dirla come Don Zaucker e come Marina.
Sembra che per noi italiani ci sia qualcos'altro più ovvio dell'ovvio.
Intanto e ancora gli indignados stazionano da giorni nel gelo fuori St. Paul eccetera.
Per dirla come me.

Parto domani per l'Italia, con la solita sindrome del giorno prima che, per l'occasione, mi ha fatto divagare un po'. Nessuna ragione importante, in realtà vado per papà e per Veruno, poi ci starò poco, ma così per metterci la bandierina e sperare di non colpire di scherma e di stiletto in un estenuante duello generazionale: parto, lo giuro, con le polveri bagnate.

Ah Boggio dimenticavo! ci piacerebbe portarti nel posto della foto, peccato l'autostrada che passa quasi di fianco e disturba lo stormir delle fronde e i sovrumani silenzi... al palazzo si entra da dietro, sul davanti un'altra strada inibisce un più trionfale ingresso. Vedrai di persona.

Man has places in his heart which do not yet exists, and into them enters suffering in order they may have existence. Léon Bloy, citato in The End of the Affair.

domenica 16 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 30.11

Richard Dawkins è un biologo e uno scienziato inglese, autore non solo di libri fondamentali per comprendere e sviluppare la teoria evoluzionista (Il Gene egoista), ma anche dichiaratamente ateo, fino a considerare il sistema della religioni e la fede (L'Orologiaio cieco) un totale inganno perpetrato soprattutto ai danni dei bambini.

Ho letto quest'estate il suo The God Delusion, sotto il sole di Eretria in Grecia, a due passi da una chiesetta bizantina che la domenica scampanava alle sette del mattino e non distante dai resti dei templi pagani della città vecchia; un libro necessario, divertente e spietato, di quelli che per l'ansia della scoperta avrei voluto subito condividere.

Mi sono sempre domandato in che modo parlare ai miei figli di dio e della religione, due cose diverse certo, e se la seconda non mi appassiona per nulla, di dio invece avrei voluto saperne di più: la storia dell'idea di dio in particolare, il mito comune e trasversale a tutte le civiltà in tutti le epoche della civiltà umana.

Due anni fa, nelle settimane d'inerzia prima del trasloco a Londra, recuperai un vecchio libro di Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi. Solo per il titolo mi piacque molto: una raccolta di articoli scritti per La Stampa nel corso degli anni settanta.

In uno scrive: Penso che uno che non crede in Dio, non ha però il diritto di dire al suo bambino "Dio non esiste". Non può mettergli davanti questa sua convinzione personale come universale certezza. Lo può fare con altre sue convinzioni ma con questa no. Le parole Dio non esiste sono di estrema angoscia per un bambino. (...) Un mondo in cui Dio non c'è, e in cui la morte è un punto in un cimitero dove si scende a dormire per sempre è esattamente il contrario di tutto quello che un bambino ama e vuole. Un bambino detesta dormire; detesta e teme la noia. Forse li detesta proprio perché sono, il dormire e la noia, qualcosa che rassomiglia alla morte; a ciò che gli sembrerà se Dio non esiste, la morte"

Sono d'accordo, però mi chiedo dell'altro: se non parlare di dio ai bambini (o lasciarli senza spiegazioni) sia piuttosto un segno dell'indifferenza e del disimpegno dei genitori, la scusa per evitare l'argomento.

Qui in Inghilterra nelle scuole pubbliche si insegnano le religioni in maniera un po' semplificata ma neutrale e quindi è (o sarebbe) compito della famiglia o del gruppo etnico spiegare e trasmettere la tradizione religiosa ereditata.
Vero anche il contrario, che l'essere educati dalla famiglia o dalla scuola per esempio al cattolicesimo, non impedisce in futuro che si abbandoni quella religione o, come fanno i più, che la si coltivi con indifferenza o per marcare le tappe importanti della vita: battesimo, comunione, cresima, matrimonio e morte.

In questo caso la scelta di abbandonarla (non la scelta di essere indifferenti che mi pare più secolare, cioè capita senza che ce ne si accorga) diventa più impegnativa: difficile non ricordare la sensazione del peccato, il senso di colpa, l'idea di essere guardati a vista dall'alto da dio, dai santi e dagli angeli.

Insomma noi da bambini non avevamo scelta, si parlava solamente del dio cristiano tanto alla materna quanto alle elementari, era dato per scontato, certo e sicuro con tutti i dogmi del catechismo.
Non si poteva discutere l'ipotesi di far studiare le religioni perché questo toglieva alla nostra religione l'esclusiva idea di appartenenza e l'identità di razza e di territorio: se dio si manifesta in più forme in giro per il mondo magari un dubbio che dio non esista può venire anche a creature di dieci anni, d'altronde a quell'età iniziano già a scricchiolare anche Babbo Natale e le sue renne.

Domenica mattina uscendo su New Cross Road, dalle macchine parcheggiate lungo tutta la corsia dei bus, escono famiglie, prevalentemente di colore, per andare al vicino tempio dei Testimoni di Geova: i bambini e le bambine sono vestiti così elegantemente con le giacche e le cravatte, le gonne colorate a puffo e i nastri ai capelli, le scarpe tirate a lucido, da fare tenerezza: che cosa pensano? a che cosa credono?, come vedono quello che li circonda?

Non posso non pensare che sia troppo presto per creature così piccole incontrare dio e i suoi sacerdoti, non tanto perché non hanno la possibilità di scegliere, ma soprattutto perché non sanno scegliere, non sanno fare dei confronti e vedere la complessità del reale, perché non possono riconoscere le ragioni degli altri e coltivare una spiritualità che non sia solo un'insieme di precetti da seguire e di regole da imparare, ma piuttosto un insieme di scoperte e di meraviglie.

Dei Testimoni di Geova conosco poco, ma temo che il sistema di prescrizioni di qualunque religione si inculchi come un linguaggio nel bambino (come in un contenitore vuoto, perché aperto al mondo) e non lo lascia più, se non a prezzo di una (non sempre) serena autocritica e di un feroce studio.

Se mi capitasse, questa sarebbe la risposta, presa ancora una volta dalla Ginzburg: "Io penso che Dio non ci sia. Però non lo so. Altri pensano che non ci sia. La verità non la sa nessuno"
Insomma, non parlerò loro né di riscatti, né di illusioni, né di speranze ultraterrene, perché è essenziale e sano farsi un'idea, senza trascinarsi nell'indifferenza, né dimenticare la meditazione, lo studio e la riflessione.

Dawkins ha pubblicato recentemente The Magic of Reality, How we know what's really true, un libro illustrato che spiega "what are things made of? what is the sun? why do bad things happen? are we alone?"
Nel corso della storia sono state date differenti risposte a queste domande. Nel libro la realtà è spiegata come fonte continua di meraviglia.
Lo leggerò, io che alla scienza non ho dato più che uno scolastico interesse, non da solo, ma con i bambini. E quello sorpreso sarò io.
Sorpreso da loro intendo.
Il fra

giovedì 13 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte seconda)

...continua dal post precedente

In quello che mi stai dicendo non c'è la scienza, non che sia un limite, nelle motivazioni che dai non c'è Dawkins... la teoria evoluzionista... come mai?
Non ho una grande spinta pro o anti scientifica. Considero la scienza un genere letterario, che non mi interessa particolarmente.
Come fai a considerare la scienza un genere letterario me lo devi spiegare...
Non mi interessa la scienza, perché quando un qualunque discorso si pone come discorso verità, al quel punto non mi interessa e mi sembra pericoloso. Mi interessano gli strumenti, non gli ordini di impiego.
Prima sull'anarchia hai detto il contrario..
Quando parlavamo di anarchismo parlavamo di fini, anzi dell'unico fine che era riprendermi la mia vita, un fine che ritorna al principio, che non si pone sopra di te ma dentro di te.
Altre cose, che si pongono sopra la tua testa come elementi di verità, non mi interessano. Mi interessano le cartografie più che i GPS, preferisco mi venga data la mappa, non la direzione.
Uno scienziato però ti dice che la scienza non fornisce la verità ma allarga la comprensione.
La scienza è entrata a far parte di strutture di business o strutture semantiche che le hanno dato una dignità od un ruolo che forse gli scienziati non avrebbero voluto darle.
Ho l'impressione che siccome è un argomento che non conosci tendi a dargli la risposta un po' a priori...
Da un lato è vero che sulla scienza non ho molta conoscenza, ma è vero anche che spesso, nella pratica quotidiana, la scienza acquista la forza di una verità assoluta, nonostante tutte le riserve del metodo sperimentale. Credo che creare delle verità di questo genere sia come mettersi dei mostri sopra la testa, e non ne ho nessuna voglia. Io non sono contrario alla scienza, sono contrario allo scientismo, sono contrario alle verità. La ghigliottina è sempre la pratica quotidiana del discorso della verità.
Piuttosto, credo che la scienza, come tutti gli altri discorsi, sia un genere letterario. E non mi appassiona più’ di tanto.


mercoledì 12 ottobre 2011

Italians: interview 013 (parte prima)

Federico Campagna abita a due passi da me, un buon motivo per arrivare un po' in ritardo e accaldato. Suono alla porta di una casa a tre piani, vicino alla Goldsmith: apre un ragazzo magro, dalla carnagione bianca, quasi pallido, la zazzera nera corvina.
Mi invita a salire, mi serve il caffè in una piccola moka italiana e la conversazione inizia subito aperta, serrata e a tratti divertente al punto che quasi dimentico di accendere il registatore...
A microfoni spenti, mi parlavi della tua doppia vita...
Una doppia vita sin dall'inizio.
Mio padre è di Prizzi, vicino Corleone, mia madre di Palermo.
I miei si sono prima trasferiti in Valtellina, dove sono nato, poi a Milano. Vent’anni fa, a Milano, avere una faccia nord africana come la mia era un tratto parecchio caratteristico… Ovviamente ero un immigrato.
Allo stesso tempo, i miei legami con la Sicilia erano e sono in realtà inesistenti, perché se vai in Sicilia e parli con accento milanese, sei un milanese.
Stessa cosa in altri campi: sono
sempre stato interessato alla letteratura e alla politica radicale, ma sono finito a studiare economia alla Bocconi.
Come mai hai fatto la Bocconi?

In realtà me lo chiedo spesso anche io e mi dò sempre risposte diverse. E’ una domanda che risolvo in maniera mitologica, e la risposta che dò cambia di volta in volta per giustificare le scelte che faccio in quel momento.
Una risposta alla Zelig.
.
Esatto.

domenica 9 ottobre 2011

L'Ora del Meridiano di Greenwich 29.11

Queen's Wood è un bosco in piena Londra o quasi.

Siamo a quattro miglia da Charing Cross, direzione nord, ad Highgate, sulla Northern Line.
Se si esce dalla metro in cima ad Archway Road si può tenere la destra e scendere lungo Muswell Hill Road e entrare in Queen's Wood ... oppure superare l'incrocio e entrare a Highgate Wood.

Ma queste indicazioni del senno di poi, anche con la cartina in mano e nonostante una certa preparazione, non servono a nulla; uscire da una metropolitana in una zona della città che finora non avevo visitato mi trasforma in un turista per caso, che poi è il bello di Londra.

Così, imboccata Wood Lane con una fila di case a sinistra e alberi a destra iniziamo a scendere, chiedo dove si trova Queen's Wood e mi sento rispondere "E' questa, ci siete dentro".
Non era nemmeno troppo difficile capirlo, nessuna recinzione, nessun cartello, così: a cielo aperto un bosco aperto.

Querce faggi betulle aceri noccioli agrifogli (anche questi con il senno di poi) dai tronchi centenari in un silenzio irreale, il silenzio dei boschi, il fresco che sale dalla terra, le castagne selvatiche, le ghiande... mi accorgo subito di quanto estraneo sia diventato per me un bosco, come non mi riesca di trovare un appiglio e una direzione.

Eppure sono nato in un paese circondato da boschi, andavo perfino a raccogliere ortiche e castagne, a scovar lumache, dietro le gonne nere della nonna.

Oggi riconosco solo insegne strade edicole facciate panchine semafori e chiacchiere, la natura al cento per cento di sé mi è diventata estranea e nascondo il disagio e il vuoto di una consuetudine perduta.
Perduta perché sono cresciuto in un tempo a cavallo tra le castagne da raccogliere nei boschi e i piani regolatori che li hanno ridimensionati, perduta perché continuo a pensare la natura come primitiva, semplice e ignota come un mistero o una scoperta, tenuto sott'occhio da un adulto.

Per troppi anni, involontariamente o meno, ho dimenticato la natura, ho smesso di conoscerla e l'ho trasformata in un'escursione esotica, in un documentario del National Geografic da guardare in tivvù, a debita distanza e in 3D.

I miei figli intanto si disperdono nel bosco divertendosi, Paola smania già per un caffè e per una sigaretta (quindi è a disagio). Non si vedono sentieri ma il terreno è battuto e pulito... da che parte andiamo? ci hanno detto dritto di là e noi allora tiriamo dritto.

Una signora anziana in tuta e con le scarpe da ginnastica ci dice che basta camminare pochi minuti e troveremo un caffè.
E infatti arriviamo al Queens Wood Lodge (delicious home made food and child friendly): un portico senza vetri con tavoli e sedie, un sala interna un po' umida e con le piastrelle in graniglia, all'esterno qualche sedia di plastica e un parco giochi recintato.

Mentre ci prendiamo un caffè, un uomo vestito da Robin Hood esce dal lodge, una ventina di bambini lo aspettano fuori, Matilde preferisce invece arrampicarsi su un albero. Il patio è pieno di genitori e nonni che si godono la pausa.
Paola tira fuori una sigaretta, dopo aver chiesto se era possibile fumare. Ci mangiamo in due una torta di farina di grano e cranberries.
Una giornata tiepida di ottobre con il sole che filtra tra gli alberi e una di quelle in cui avrei trasformato la scena con un ciak. Ma la realtà talvolta supera la fantasia.

Poi rientriamo nella civiltà, Matilde e Jacopo litigano perché vogliono bere, attraversiamo Muswell Hill Road e entriamo ad Highgate Wood, in un playground enorme stupendo: la sabbia, le reti, gli scivoli, la gente, le famiglie.
Nel parco c'è anche un prato verde per giocare a cricket; noi leggiamo, i bambini si divertono.
L'ambiente diventa confortante, riconoscibile: non ancora città, non più bosco. Non abbiamo fretta.
La sicurezza dei luoghi e degli oggetti.
Il fra