domenica 31 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 33.10

La notte del quattro novembre 1605 Guy Fawkes fu beccato mentre preparava micce e disponeva barili di polvere da sparo in una delle cantine sotto Westminster.
L'indomani si sarebbe svolta la sessione inaugurale del Parlamento (State Opening),  a cui avrebbe assistito Giacomo Primo e la sua corte. Insomma sarebbe stata una strage, ordita da un gruppo di cospiratori cattolici che intendevano restaurare una monarchia fedele al Papato.
Da allora, oltremanica, il cinque di novembre si allestiscono dei Bonfire (falò) e con vecchi stracci, carta pesta e altro si fabbrica il pupazzo di Guy Fawkes che poi finisce al rogo, si sparano i fuochi d'artificio, si mangia e si festeggia. 
Si esorcizza così, con il fuoco, la paura di uno stravolgimento mancato, di un pericolo scampato, facendo scoppiare con migliaia di rumorose e colorate micce quello che nella realtà non è mai saltato in aria.

Di anticattolico probabilmente non è rimasto più niente: è ormai ben chiaro agli inglesi che la religione è un fatto del tutto privato e la Roma papalina con le sue reiterate scomuniche non ha più alcun potere; della Guy Fawkes Night (il nome della festa) rimane però il fascino, il teatro che si crea attorno, l'atmosfera che invoca di resistenza al freddo, all'inverno.

Mentre guardo il Bonfire e i fuochi d'artificio nel cortile della casa di Bjarcki a Hatcham Park Road, mi accorgo quanto il significato di una festa si perda e si insinui diversamente in ognuno dei presenti, come in alcuni non si insinui affatto!
Il falò intanto sfida il freddo e poi la pioggia, i fuochi d'artificio prima salgono verticali a puntare la luna poi all'alzarsi del vento si piegano in un cielo di nuvole veloci. 

Una signora mi racconta di come da bambina preparava il pupazzo di Fawkes e della filastrocca imparata anche a scuola "Remember, remember/The fifth of November/ Gunpowder, treason and plot/I see no reason/why Gunpowder treason/Should ever be forgot!", dei dolci che si preparavano.

Io rispondo parlando di Ognissanti: la visita al cimitero e l'omaggio a parenti defunti emeriti sconosciuti, ma anche l'arrivo di parenti viventi emeriti sconosciuti che incontravo al cimitero di Veruno, insomma o li vedevo lì da vivi o li vedevo da morti, ma sempre una volta all'anno.
 Le notti prima di Ognissanti mai si sono festeggiate, somiglianze nessuna a parte dei dolcetti che si chiamavano ossi di morto, che non ho più visto.

I bambini intanto scorrazzano liberi, devoti ad Halloween: un po' di mascherata, le zucche decorate a mo' di teste vuote retro illuminate dalle candele, i dolcetti, l'arancione, il nero.

Eppure Halloween è la notte (prima) di  Ognissanti, il trentun ottobre, nome contratto da All Hallows Eve, prima di Hallowmas, la messa in onore appunto di tutti i santi, il primo novembre. Halloween dunque è stata una festa cristiana, meglio, preparava alla festa cristiana, del giorno dopo. 
Ognissanti/Hallowmas in realtà si sovrappose, tanto nella cultura celtica quanto in quella romana, con festività precristiane e con i loro riti. In Inghilterra coincise anche con la (laica o quasi) Guy Fawkes Night.

Per i Celti la fine di ottobre corrispondeva alla fine dell'anno e tra una fine ed un inizio si apriva una porta di dialogo tra i vivi ed i morti, momenti di contatto che avvenivano anche attraverso l'offerta di cibi, momenti in cui anche elfi e fate intervenivano a spaventare gli umani. L'arancio il colore degli ultimi raccolti, il nero il colore della morte.
Halloween è diventata nel ventesimo secolo una festa commerciale, consumistica, occidentale, statunitense (insomma fate voi), come dire una zucca vuota, ma solo ai nostri occhi di adulti; le radici sono europee, i suoi significati sono cristiani e pre-cristiani insieme, insomma una festa ritornata pagana.
Forse ogni festa è per natura pagana, cioè riguarda una certa perdita di controllo, la sfida all'insondabile, un esorcizzare le paure, la morte. Inutile lo sguardo snob, ancora più inutile invocare le solite trame diaboliche su Halloween: le tradizioni si evolvono e si stravolgono nel tempo, ognuno di noi  poi aggiunge esperienze personali dentro a significati più rituali e consolidati.

Intanto il padre di Bjarcky ha sparato l'ultima serie di fuochi d'artificio, adesso piove forte: la luna è scomparsa, nel cortile sul retro rimangono soltanto i falò.
Il fra

sabato 30 ottobre 2010

Quartetto

A casa prima della festa:
Il fra: Ho i capelli lunghi...
Cristiana: Beh...
Il fra: Mi sento brutto come quello del Quartetto Cetra, hai presente?
Cristiana: No, ma capisco che cosa intendi per brutto.

Alla festa I:
Il fra: Giacopou, ma dove sei andato?
Giacopou: Ero sop(r)a con quatt(r)o femmine.

Alla festa II:
Il fra
: Mati, che fai?
Matilde: Io e Madelaine inseguiamo i maschi... ma per gioco.

giovedì 28 ottobre 2010

L'insonnia

indossare la vestaglia, camminare scalzo sul legno, la luce del frigo, le ombre cinesi
scrivere un diario solo mentale, immaginare eventi da protagonista con la pigrizia dello spettatore
sprofondare nel divano e dopo qualche minuto sentire il gatto russare.

Anche chi si è mostrato solidale, finisce con l'arrendersi agli istinti.

mercoledì 27 ottobre 2010

Landing after Paola

"Scusa Cri, tua madre dovrebbe essere già qui, l'aereo è atterrato quasi due ore fa..."

"Sarà al bar."

martedì 26 ottobre 2010

Italians: interview 007

Aspetto Tomaso al BarStory appena fuori dalla stazione di Peckham Rye; è stato lui a scegliere il posto, per un appuntamento al buio.

Non so nulla di lui; ho finora, per scherzo, intervistato persone che conoscevo almeno un po'.

Lo aspetto una buona mezz'ora, lavora in centro ad Oxford Circus... Una delle rare volte che il ritardo non mi fa incazzare; sono di una macchiavellica curiosità, mi prendo da bere e leggo qualcosa.

Poi arriva come una secchiata di acqua fresca: sorride, distende la mano, con l'altra impugna la valigetta e una borsa con una scatola di scarpe nuove.
Ha voglia di parlare e la conversazione viene fuori molto spontanea, quasi d'istinto; c'è la sua vita dietro quell'istinto: una specie di ribellione convinta, ma come dire ragionata, una   confessione per mettere a fuoco il presente e orientare il passo successivo.

L'unica cosa che so di te è che ha un certo punto hai lasciato Biella...
Me ne sono andato perché non ne potevo più di Biella. Mi dava fastidio camminare per strada, vedere gente che conoscevo e dire tre volte al giorno ciao a parenti ed amici... mi sembrava che tutti sapessero di tutti.
A Londra puoi essere chi ti pare, senza dover dare giustificazioni a nessuno. Dopo otto anni qui riesco ancora a ritrovarmi in posti della città dove non sono ancora stato: sono emozioni, sapori diversi che puoi incontrare saltando da un posto all'altro della città... questo non mi fa rimpiangere Biella.
Si può dire che sei scappato?
Mi svegliavo la mattina e non ero contento, non mi relazionavo, non condividevo le cose della mia vita.
Ho sempre disegnato, ho speso parecchio tempo da solo a disegnare con la musica alta e  fumando canne. Vivevo nel mio mondo e ho sempre pensato di essere diverso dagli altri e dalle capacità dei più.
A Biella in classe c'erano cinque persone ed io mi sentivo più bravo del professore, comunque cazzeggiavo un casino, poi a Biella la scuola cadeva a pezzi.
All'Artistico di Novara ho fatto solo due mesi, andavo bene ma mi interessava solo disegno... mi addormentavo e rimanevo sul treno.
Ho lasciato il liceo artistico, non avevo voglia di studiare, nessuna responsabilità, mia madre mi spingeva a diventare qualcuno... forse è quello che succede ai primogeniti.
Sono finito a lavorare al Burger King pure all'Ipercoop per due mesi, poi ho conosciuto una ragazza di Bologna, un'amica, che era qui a Biella, lei mi ha parlato per la prima volta di Londra così io sono partito con lei... dovevano essere tre mesi poi io sono rimasto; sono qui, come ti ho detto, da otto anni.
E ritornare?
Ci ho pensato un sacco di volte.
Ci hai pensato o ci pensi?
Ci penso ancora sai. All'inizio è stato veramente difficile: non trovavo lavoro, ero un po' presuntuoso... andavo al negozio della Nike con il curriculum e dopo un po' che mi parlavano io rispondevo a cenni, loro capivano che non sapevo una parola e così niente lavoro... sono finito di nuovo a Burger King.
E con il senno di poi?
Non so... in Italia non riesco a stare più di una settimana, ma penso di ritornare, in futuro, sento di dover portare a termine ancora qualcosa.
Perché pensi di ritornare?
Ma forse per una famiglia e qui non potrei: cioè non so se qui riuscirei ad avere una famiglia: Londra è troppo frenetica, il ritmo è frenetico. Sono di passaggio... voglio andare in un posto che mi rappresenta di più, come luogo culturale e come di stile di vita: la Spagna, il Portogallo o l'Italia.
Perché pensi che qui la famiglia non sia possibile?
Londra è come una spugna: ti dà un sacco di cose e poi se le riprende, devi fare parte di lei...
Ma tu non fai parte di lei?
C'è una parte di me... faccio il lavoro della mia vita, vivo con dei designer, mi dovrei sentire al massimo, c'è qualcosa che mi dice che sono di passaggio.
Credo che sia perché ho conosciuto tanta gente che se ne è andata... tanti amici che ora sono sparsi per tutto il mondo.
Comunque hai soddisfatto le tue aspirazioni no?
Sono una persona sempre insoddisfatta, mai contenta: ho fatto l'università e l'out come non mi ha soddisfatto, ho firmato il contratto e ho pensato: però voglio di più!
E da dove viene questa insoddisfazione? fai il designer, sei realizzato, che cosa non va?
Credo sia questa cosa della famiglia. Continuo a pensare che ci sia una persona che faccia da metà mancante... poi ti accorgi che la metà mancante sei tu stesso. Una persona che condivide la vita con me, con cui posso stare... voglio un posto in cui mi sveglio e c'è il sole, dove non devo pensare al tempo che perdo seduto in metropolitana o a quanto distante sia un amico che voglio andare a trovare. 
Ma tornare a Biella è impossibile, per quello che era la vita prima e per quello che sto vivendo qui a Londra.
Però che cosa ti manca dell'Italia?
Lo stile di vita, il panino, il caffè...  il mio lavoro però in Italia non lo capiscono, pensano che faccio flyer (volantini), ma ho fatto una scuola sulla comunicazione visiva, ho studiato espressione visiva, sono un junior creative designer!
Quali sono i luoghi di Londra che più ti emozionano?
I ponti... i ponti di Londra, credo sia una questione di spazi, passo sul Tamigi e penso ecco sono a Londra.
Poi d'estate... qui a Peckham un posto sconosciuto: sopra il cinema c'è un parcheggio e sopra ancora un bar aperto solo d'estate, ecco da lì c'è una vista pazzesca!

Con le birre in mano ci spostiamo nel retro del bar, c'è una sorta di galleria d'arte, è lui a farmi domande, parliamo ancora lungo la Peckham Rye, fino al bus.

Nell'aria una reciproca gratitudine per la serata.

domenica 24 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 32.10

The Spycatcher effect è l'effetto vendite di un libro o di un film che è stato bandito o sottoposto a censura. 
Il due novembre del 1960  l'assoluzione de Lady Chatterly's Lover (della casa editrice Penguin, l'autore, D.H. Lawrence, era morto da tempo) dall'accusa di oscenità procurò al libro un'incredibile fortuna: nel giro di tre mesi le copie venute furono circa tre milioni.
Per alcuni studiosi di costume fu questo processo, consumato all'Old Bailey (la corte penale londinese) a dare inizio alla liberazione sessuale e dei costumi nella società britannica: poco dopo vennero i Beatles, la minigonna di Mary Quant, ma anche l'introduzione dell'aborto, la legge sul divorzio, la depenalizzazione dell'omosessualità. Il tutto per effetto di un libro e della (tentata) censura.

In realtà Lady Chatterly's Lover uscì per la prima volta in Italia nel 1928; Lawrence si trovava in Toscana per guarire dalla tubercolosi, nel frattempo la moglie amoreggiava con un Tenente dei Bersaglieri, che divenne poi il suo terzo marito. Il romanzo trae ispirazione dunque da un fatto vissuto da Lawrence, che la malattia rendeva probabilmente impotente. 
In mille copie, siglate da Lawrence stesso, il libro venne dunque pubblicato nell'Italia fascista, sua la copertina: una fenice che spicca il volo da un nido in fiamme.
Lo stampatore della Tipografia Giunti di Firenze, messo in guardia sul contenuto del libro, rispose «Oh! Ma se son cose che noi si fanno tutti i giorni!». La censura fascista aveva altro a cui pensare.

Mondadori pubblicò l'opera nel dopoguerra (non senza difficoltà e qualche interpellanza parlamentare) ed una copia finì tra le mani di mia madre, insegnante di scuola materna ed accanita lettrice.

Il libro è in qualche scaffale a Veruno: con il senno di poi e con  un consumato gusto del proibito posso solo immaginare che significato potesse avere per una donna nata negli anni trenta la lettura di un romanzo che parlava di un tradimento, anzi di una storia di amore tra una (nobil)donna e un guardiacaccia. 

Una volta la sentii raccontare che rimase turbata dalle chiappe di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi: il clamore attorno al film fu incredibile (siamo nel 1972) e non solo per quelle celebri natiche (una breve apparizione comunque); fu probabilmente il protagonista e la nomea del film ad attirare al cinema mia madre. 
Le mie chiappe rosee di neonato non reggevano il confronto con quelle di Brando; la consuetudine della maestra d'asilo si infranse sul grande schermo, che (per così dire) con le immagini amplificò anche l'immaginario. Il tabù insomma fu infranto.

Ultimo Tango venne letteralmente messo a rogo (con sentenza della Cassazione del 29 gennaio 1976),  poche copie sopravvissero fino alla riabilitazione del 1987.
La mia prima fu negli anni '90: ricordo i colori del film, la fotografia di Storaro, Parigi morente, attori dagli sguardi lividi come i quadri di Lucien Freud. 

Bonjour Tristesse poi era uno dei film preferiti da mia madre; qualche settimana fa al BFI di Southbank ho finalmente visto la pellicola di Preminger  in una rassegna dedicata all'attrice scozzese Deborah Kerr: recitazione impeccabile, languori da Costa Azzurra, alta borghesia anglo parigina, l'eleganza di David Niven... Juliette Greco che canta Bonjour Tristesse.

Mi accorgo che più cerco di conoscere mia madre attraverso le sue letture ed i suoi film, in realtà moltiplico le domande su di lei. Una ricerca senza scopo, ma per me interessante.
Forse era la curiosità, il gusto del proibito, forse il disincanto e la malinconia, forse ricordi così personali da richiedere il pudico schermo di un libro. Non lo so. 

Ora che la sovrappongo agli sguardi di mia figlia e la cerco nella letteratura di quegli anni, la immagino in una domenica di settembre, le sue dita lunghe, sfogliare L'Amante di Lady Chatterly, seduta su una panca nell'aia piena di ortensie... lontano nei boschi, a puntare i fagiani, gli spari della stagione di caccia, appena agli inizi.
Il fra

giovedì 21 ottobre 2010

Capperi e blog

Alle dieci del mattino ora di Greenwich mi riduco a mangiare capperi bevendo un caffè:
o tenere questo blog mi sta facendo uscire pazzo,
oppure apro davvero una cafeteria: gli inglesi bevono sicuramente un caffè con capperi!

mercoledì 20 ottobre 2010

Moon Tiger, Penelope Lively

Io passo quotidianamente dalla prima alla terza persona.

Non solo perché immagino me stesso parlare ed agire in modo altro rispetto al (tempo) presente, ma soprattutto perché osservo agire. 
Guardo le persone nel tempo presente, le vedo muoversi, come in un racconto; intendo tutte le persone. Mi viene naturale, metto tutto e tutti dentro un racconto che si srotola davanti a me sul momento o che infilo dentro altri luoghi ed altre storie. 
La realtà è per me qualcosa di relativo, al contempo qualcosa di creativo, fantasioso. Insomma non è reale, è una concentrazione di atomi della percezione, dell'immaginazione, della fantasia; la realtà si svolge, ma gli svolgimenti sono infiniti. 
Insomma sono un Epicureo sulla carta e nella testa; che io non abbia mai sopportato Platone e che trovi Socrate un chiacchierone (diciamo un eroe platonico) è cosa nota.

Per evitare che la premessa sia più lunghe dello svolgimento vado al sodo: Moon Tiger di Penelope Lively è la storia di Claudia Hampton, una donna di 76 anni che sta morendo in ospedale, lì riceve i parenti e gli amici e da lì racconta la storia della sua vita di giornalista in Egitto durante la seconda guerra mondiale, di scrittrice, di madre e di amante.

La vita di Claudia è raccontata da Claudia stessa, poi in terza persona, ma da punti di vista diversi... il fratello,  la cognata etc. Alcune pagine sono fulminanti e lucide.
Lisa, la figlia, va a trovarla in ospedale e Claudia:  
Quando Lisa mi viene a trovare parla con me di cose mondane, sta bene attenta a non mostrare alcuna passione. Mi parla del tempo, di come stanno i figli, delle partite a cui assiste. 
Finge che quello che mi sta accadendo non mi stia accadendo, evita di esprimere qualsiasi dissenso: non si litiga infatti con una persona nelle mie condizioni. Mi accorgo del suo atteggiamento, ma vedo che non c'è alternativa. Mostrare la propria natura non è cosa da Lisa; ha il diritto di comportarsi così. Amo Lisa, l'ho sempre amata, a modo mio; il problema è che lei non l'ha mai capito. Non la biasimo; voleva una madre diversa da me. Il meglio che posso fare ora e comportarmi in un modo che a lei sembri almeno decente. E la decenza consiste nel lasciare le cose non dette, ignorare l'inevitabile, dedicarsi ad argomenti superflui....".

Non so quanto abbia senso citare, ma non è un fior da fiore. Se la figura dell scrittrice borghese ma libera è un topos, la narrazione invece è commovente e sincera, mi viene da dire laica.
Le ultime pagine sono una lezione di tecnica narrativa, anche emozionanti.
In italiano è tradotto con Incontro in Egitto, per i tipi di Guanda, leggendolo si scopre il perché del titolo, Moon Tiger*. Titolo che al libro dà molto più significato che Incontro in Egitto.
*Una interpretazione del testo qui.

Chiedere asilo

Nella cucina di un asilo britannico,
che cosa darei per vedere una pasta al dente?
un soffritto di cipolle per i piatti di carne?
un piatto di verdure bollite con un filo di olio d'oliva?
una torta di mele fatta come Pietro comanda?

Sul che cosa darei ci devo pensare,
ma sul che cosa farei non ho dubbi:
farei il cuoco in quell'asilo!

E così sia.

lunedì 18 ottobre 2010

La tivvù, i Mereu e l'oracolo digitale

I Benjamin avevano una tivvù per ogni stanza della casa, i cavi entravano ed uscivano dovunque.
Nelle case delle coppie che divorziano meglio verificare il numero delle televisioni: l'incomunicabilità è direttamente proporzionale al numero degli schermi.
L'antennista continuava a ridersela, smontata la vecchia antenna, sradicati i fili di Arianna, a fine giornata eccola lì azzurra, divina, sottile, leggera: lei, la tivvù.
Ora io ammiro i Mereu di Vicenza (ammiroimereu: quasi un palindromo), perchè non hanno la tivvù, ma sono costantemente connessi.
La Rai pare sia diventata inguardabile e la tivvù in generale è diseducativa: così i Mereu di Vicenza hanno cresciuto i figli, senza tivvù, ma probabilmente a suon di divuddì.

Tutta 'sta leziosa premessa per dire che invece i cento canali materializzatisi di là in questa sera d'ottobre servono a migliorare il nostro listening e ad intrattenere come in ogni famiglia media o anomala che si rispetti.

Ho voglia di sceneggiati, di telegiornali, di divanate in famiglia e dei torpori domenicali che solo l'oracolo digitale offre... tubo catodico infatti non si dice più. 

Poi un pensiero fulminante, quasi un oracolo: 
le amicizie che resistono alle moderne tecnologie, alle mail a skype a twitter a facebook, al tempo che passa e all'ossessione del presente sono quelle nate anni fa nei corridoi  del liceo e poi dell'università!
quelle che non sono uno specchio di  me, che non sono quello che ci voglio trovare, che non sono il mio potenziale...
ma quelle che per qualche strano meccanismo o per l'alchimia dei frattali sono tutto quello che io non sono.

domenica 17 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 31.10

Decido di rientrare a piedi da West Dulwich a Telegraph Hill, quasi quattro miglia, secondo google map un'ora e venti di cammino.
Mio suocero potrebbe essere orgoglioso di me, in realtà lo faccio perché conosco ancora troppo poco di questa parte di Londra.
Entro nel Dulwich Park dal Queen Mary Gate, un ingresso elegante che dà però su una strada trafficata: il parco dentro è un ovale di verde, silenzioso.
Sembra non ci sia nessuno, ma dentro quell'ovatta naturale sento improvvisamente un ronzio irregolare e un rumore concitato di passi.

Infatti. Una quindicina di passeggini a tutta velocità girano attorno ad un'aiuola triangolare, spinti a strappi da una banda di white british che emette gemiti da orgasmo ad ogni curva, seguendo alcuni il ritmo dell'i-pod, altri (i più fanatici) lanciando in avanti il passeggino che recuperano come un punch-ball, incuranti del rinculo che causano allo stomaco dell'ignaro lattante.
Una madre in tuta grigia con le guance infiammate mi guarda con una faccia che collassa, un padre con la t-shirt di due misure meno mi dà del rammollito con un'occhiata gonfia come i suoi bicipiti e dentro i passeggini (con ruote da trekking) bambini rotondetti ed accessoriati con piumini multi-strato ruminano latticini che vomitano a sincrono... mozzarelline in carrozza.
Mi fermo a godermi lo spettacolo come quelli che al luna park stanno a guardare per ore l'autoscontro e continuano a pagare il biglietto ai figli degli amici; inizio ad immaginare in piena libertà: sarebbe divertente condividere questo con gli amici e ridere un po' sguaiatamente degli inglesi e delle loro follie mattutine.

A guardarli ricordano la Caucus-Race di Alice nel paese delle meraviglie: "One, two, three, and away" e i personaggi iniziano a correre e smettono di correre quando vogliono e non si capisce quando la gara sia finita.

Mentre il reality show scorre davanti a me, vedo Andrea, mio suocero, afferrare il passeggino e scarrozzare Giacopou... no! non lo avrebbe fatto con il passeggino, anzi! gli avrebbe insegnato a correre, tirando fuori da un borsa di plastica quelle magliette lise e piene di scritte (che solo mio suocero ha), un paio di scarpe da ginnastica e via : "Jacopo corri, Jacopo inspira uno, espira due, destra sinistra".

Una volta alla Baraggia di Candelo (un'area dove pare si addestrasse l'esercito italiano), Andrea ci provò anche con me: mi fece correre a lungo e poi saltellare da una parte all'altra di un fossato, mi disse che era tutta salute, intanto io speravo che da quelle boscaglie saltasse fuori un carro armato dell'esercito italiano e bam... il giorno dopo sui giornali locali: per un incidente da fuoco amico noto ex scout biellese... il genero testimone dell'accaduto etc etc...!.

Paola sarebbe stata solidale con me (dico qui a West Dulwich, sul fuoco amico non so): si sarebbe seduta su questa panchina del parco, dedicata ad un padre modello, e avrebbe riso insieme a me o forse no, forse avrebbe apostrofato la situazione con una delle sue frasi memorabili.

Mi alzo, smetto di coniugare al condizionale e lascio alle spalle l'ininterrotto brusio di passeggini e muscoli; intorno a me però, tra gli alberi, ci sono attrezzi ginnici di quelli che si trovano solo nelle palestre professionali o nelle case di qualche assatanato della forma fisica. 
Cani delle razze più nobili girano nel parco: i levrieri afghani sculettano e saltellano come signorine d'avanspettacolo, padroni sicuri di sé e in sovrappeso li richiamano con eleganti cenni della mano, silenziosi i giardinieri reali girano con macchine elettriche a raccogliere foglie e riordinare aiuole... ora salterà fuori il coniglietto bianco di Alice.

Esco, percorro Berry Road ed arrivo al Parco di Peckam Rye e mi siedo nel bar: una costruzione circolare con delle enormi finestre, sporche delle ditate dei bimbi. 
Sono le undici: il locale è pieno di genitori e carrozzine, una mamma ha ordinato la tipica colazione inglese; una cucchiaiata di fagiolini in salsa di pomodoro su una fetta di pane, una salsiccia e delle uova sbattute con un po' di maionese.
Io mi ostino a prendere il solito finto cappuccino e un croissant.
Curioso che ci siano parole francesi come croissant e brioche a descrivere l'abitudine molto italiana della colazione al bar. 
Poi c'è anche bidet, ma questa è un'altra storia, scusate: un altro post.
Il fra
Si consiglia ai geometri diplomati negli anni ottanta e novanta in "stupro del paesaggio" una visita obbligata a Idmiston Road, West Dulwich. Docente l'architetto Francesca Boggio.

venerdì 15 ottobre 2010

INPS-ondabile burocrazia

"Gentile utente,
con riferimento alla Sua richiesta con numero di protocollo
INPS.CCBFF.13/09/2010.0498439 del , Le comunichiamo quanto segue:
Gent. utente,
in merito alla sua richiesta La invitiamo a contattare il n. verde INPS
803.164 per richiedere il re-invio del suo codice pin, che Le verrà inviato
per e-mail. Avrà cura di confermare però all'operatore la sua e-mail.
In alternativa, potrà sempre telefonicamente, richiedere un nuovo codice pin.
Rimanendo a sua disposizione, Le porgiamo distinti saluti.

La ringraziamo per aver utilizzato il servizio INPSRisponde, non esiti a contattarci per ulteriori richieste."

copiato e incollato... un mese fa al numero verde mi dissero di inviare una mail. Infatti.

giovedì 14 ottobre 2010

Lavori, bagni, letti, arie, tazze e pentole

Mentre appunto il bocia dell'elettricista scoreggia libero al piano di sopra (dimenticando che non c'è più la moquette e nulla in questa casa è insonorozzito), l'idraulico è sparito all'una dicendo che pensava fosse una cosa da due ore e invece ci vuole un'intera giornata (mica scemo!) e i muratori per non ostacolare l'idraulico se ne sono andati prima di mezzogiorno.

D'altronde in cinque metri quadri la scoreggia di uno sarebbe stata fatale agli altri tre, pertanto a causa di una perturbazione intestinale non avremo il bagno in camera nel week end.

La nostra camera da letto è ovviamente inagibile, quindi dormiamo  nella camera degli ospiti, pigiati nel letto ad una piazza e mezza, che ha l'unico vantaggio di tenermi sveglio per leggere, perchè per il resto è come dormire su una pagnotta... pure Tinkerbell si rifiuta, preferendo il grumo di vestiti sul pavimento.

Mi chiedo gli ospiti che cosa pensano della camera o se si tratta soltanto delle mie ben note fisime da king size.

Intanto fuori staziona il vecchio cesso, in attesa di essere smaltito in qualche inceneritore della zona, l'ultima traccia dei Benjamin.

Si impone qui una riflessione linguistica: noi italiani diciamo tazza, nobilitando un oggetto a pavimento (il cesso) con un oggetto da tavola (la tazza); in inglese il cesso, nei negozi di arredo bagno, si chiama pan, cioè la pentola, la padella, il tegame, qualcosa di più largo, con cui si cucina.

E' una cosa che mi fa pensare questa... talvolta la culinaria* (culinary art) sorprende, no?!
*una ricerca etimologica aiuterebbe a capire se culus e culina (cucina in latino) derivano da una stessa radice.

mercoledì 13 ottobre 2010

Jacobson, gli alieni e la mia vestaglia.

Ritorno su Howard Jacobson, perché ha una faccia simpatica... un ebreo d'Inghilterra con un grande senso dell'umorismo.
Leggo che in Italia è da poco uscito The Act of Love, con il titolo di Amore Perfetto, per le Edizioni Cargo; casa editrice che non conosco ma che ha già pubblicato altri due titoli di Jacobson.
Ecco che cosa Jacobson dice, intervistato dal Riformista, lo scorso gennaio: cose interessanti, un po' scomode e anche sorprendenti su come l'Inghilterra percepisce Israele, su Primo Levi e Ahmadinejad e sul Labour.

Mi stupisco quanto sia intimamente/ferocemente umano qualificare le persone in considerazione della loro origine e razza; con ogni probabilità smetteremo di farlo in presenza di razze aliene provenienti da qualche altro pianeta.
Allora di fronte a questi esseri (viventi?) diversi da noi, saremmo semplicemente la razza umana, con  le sue risibili varianti come la pelle, gli attributi, l'alitosi etc...

Ora salgo a leggere, insieme a Tinkerbell e alla mia vestaglia, che ha di nuovo bisogno di una lavata..
Adoro la mia vestaglia, perché in fondo mi assomiglia: assorbe tutto è curiosa e ha tasche profonde.
Ogni tanto metto a lavare anche il contenuto delle tasche, anche le mani lascio dentro... per errore certo ma capita.
La mia vestaglia è un regalo di Manu-pedia, l'unico che mi sia piaciuto da subito; anzi, visto che ci siamo a Natale mi farebbe comodo una vestaglia versione estiva, seta fuori, cotone dentro, nera o blu... meglio ancora nera e blu double-face... oppure nera fuori e con l'interno color prugna, un viola scuro.

Sto delirando; il cervello in completa fuga. Non è una novità.

Twitter, la Rejna, lo Strega e la tivvù.

Ora che ho scoperto twitter, il cinguettio della rete, svolazzo libero nell'azzurro dell'etere in compagnia della rejna e sparo a freddo tutto quello che mi viene in mente.

Ieri su BBC News la diretta del Man Booker Prize (il premio Strega in salsa inglese), che è stato assegnato inaspettatamente a The Finkler Question di  Howard Jacobson, una comic novel, la prima a vincere il premio, nato nel 1969.
La giuria è composta da cinque giurati: un critico letterario, un accademico, uno scrittore, un editore e un personaggio di rilievo del mondo culturale. 
I giurati cambiano ogni anno e vengono scelti da un Advisory Committee
Per statuto tanto l'Advisory Committee quanto la giuria non devono e non possono subire alcuna influenza, tentativo di corruzione o suggerimenti vari.
Il premio è riconosciuto per la sua anglosassone imparzialità: da quarant'anni i cinque giurati si accapigliano, alcuni platealmente lasciano e protestano, altri dissentono, ma mai la vigile stampa britannica ha trovato traccia di corruttela.
Lo sponsor dal 2002 è la Man Group ltd, una società di investimenti alternativi, quanto alternativi non so, ma una società d'affari, che mette i soldi e che probabilmente speculando ne fa molti e in qualche modo li deve anche spendere.
Detto ciò pare che il naso non lo metta, d'altronde si occupa di altro.

Ora il confronto con il Premio Strega... i puntini aiutano un fin troppo facile tiro al bersaglio.
A parte la location del Ninfeo di Villa Giulia, negli ultimi anni le polemiche non sono mancate e non quelle letterarie che sono il sale... ma gli Amici della Domenica (così si chiamano i quattrocento! giurati dello Strega) per una metà circa appartengono a un gruppo editoriale per l'altra metà ad un altro... appartengono nel senso che "scrivono per", "pubblicano da". 
Insomma la solita cosa all'Italiana, con la I maiuscola, quella dei parenti, dei famigli, degli amici degli amici, quelli per cui la legge ed il regolamento si interpreta e mai si applica.
D'altronde a vincere il Premio Strega fu postuma la stessa Maria Bellonci, la fondatrice del premio e proprietaria dll'Azienda! Sarebbe bastato un po' di buon gusto! inutile dunque anni dopo prenderesela perchè a vincere è da un po' di anni a questa parte la stessa casa editrice (Mondadori).

Indubbiamente parte della letteratura del dopoguerra è passata dallo Strega,  ma  la dignità del premio  non è quella degli inizi: l'indipendenza di giudizio si è persa in mezzo ai quattrocento giurati.

D'altronde abbiamo come Ministro della Cultura un poeta che, scandalizzato dal mancato riconoscimento ai film italiani in concorso all'ultimo festival di Venezia, se la prende con il presidente di giuria, Quentin Tarantino, e con il direttore della Mostra del Cinema Marco Muller, e che dice (al Corriere qui) di volere mettere il naso sulla composizione della giuria e quindi sui premi (e gli inglesi se la ridono qui). 
Per premiare film prodotti e distribuiti da società di proprietà della famiglia del Presidente del Consiglio, tratti da libri pubblicati da case editrici di proprietà della famiglia del Presidente del Consiglio, mandati in onda da reti televisive di proprietà della famiglia del Presidente del Consiglio.

Che noia scrivere queste cose, che ipocrisia scriverle da così lontano, a consolarmi la nostra tivvù pubblica, quella che nonna chiamava il canale nazionale. 
Canale Mussolini* 
(Antonio Pennacchi, Mondadori Editore, Premio Strega 2010)

martedì 12 ottobre 2010

Day 8, Nablus e Service

Tre ore da Gerusalemme a Nablus, quattro ore da Nablus a Gerusalemme.  E la giornata è quasi andata.
Al check-point di Calandria c'è una coda infinitamente lunga ma i militari portano avanti con scrupolo il loro lavoro e nessun passaporto o bagagliaio o patente di guida viene baipassata all'ispezione.
Per fortuna d'ora in poi Bea e Rachela potranno stare tre giorni alla settimana a Nablus  e non dovranno sorbirsi questo trattamento tutti i giorni. 

Prima del meeting (ancora a porte aperte e coi galli che cantano) visitiamo una delle fabbriche di sapone della città di Nablus. Una volta ce n'erano più di venti, oggi ne rimangono 4 attive.
Producono il sapone utilizzando solamente 4 ingredienti: acqua, olio d'oliva, soda e glicerina. Mi viene in mente che una volta Walid mi aveva portato una di queste saponette.
Mi piace quando la vita ti presenta occasioni che ti permettono di recuperare situazioni del passato che altrimenti sarebbero estinte nella memoria!
Questo sapone acquista un valore simbolico forte e spero riusciremo a utilizzarlo nel Palazzo come uno dei metodi 'naturali' di Nova Civitas, che già realizza superfici idrorepellenti (per bagni e cucine) con il sapone di Aleppo. Sono un'idealista e già mi immagino uno sviluppo dell'economia locale grazie ad un'improvvisa richiesta di sapone di Nablus per l'architettura!

E con questo post finisce la mia cronaca palestinese.

Insciallà

lunedì 11 ottobre 2010

Day 7, Jerico, Dead Sea e Gerusalemme

In attesa che le parole e gli accordi di ieri sedimentino un po' oggi ci prendiamo una giornata per noi, o meglio, per Manu-pedia che sembra  non voler lasciare la Holy Land prima di aver visto Jerico, presumibilmente la citta piu antica del mondo.
Sveglia all'alba per evitare il sole di mezzogiorno, falafel e hummus per colazione, dieci minuti di contrattazione sul prezzo del taxi per mezz'ora di viaggio tra le colline desertiche, i campi beduini e i settlements israeliani.
In questa zona non c'è vegetazione. Quei pochi campi di ulivi che c'erano son stati spazzati via per la paura che potessero nascondere  il passaggio di qualche terrorista palestinese.

Entrare a Jerico sembra di entrare nella Las Vegas del Middle East, cartelloni pubblicitari, albergoni, palme altissime... ma l'impressione finisce subito, ed eccoci di nuovo tra le strade impolverate e gli sguardi beati al passaggio di donne occidentali non incappucciate (e anche al passaggio di Manupedia col bermuda azzurro...).
Jerico è l'insediamento umano -ancora esistente- più vecchio e più basso al mondo, siamo a circa 400mt sotto il livello del mare. E l'aria è pesante come al centro della terra.

Stabiliamo subito la nostra presenza con caffè e succo di pompelmo al bar all'incrocio (arredi al minimo storico ma servizio impeccabile come sempre) prima di salire sulla teleferica svizzera costruita per portare i pigri pellegrini di oggi a visitare il santuario ortodosso costruito duemila anni fa sulla cima del monte delle Tentazioni.
Ci sono più di quaranta gradi e il percorso è disseminato da preti iortodossi  in tunicona nera.
Oltre a noi un gruppetto di anziane devote greche che solo la fede ha potuto spingere in questa situazione assolutamente estrema. Dalle fontane costruite per refrigerare i volti in via di transmutazione esce solo acqua bollente.
La vista su Jerico, sui resti archeologici e sulla valle toglie il fiato.

Mentre Manu-pedia continua a sganasciarsi dalle risate al pensiero che gli svizzeri abbiamo potuto costruire una teleferica modello Zermat (con cambine sigillate!) in una parte del mondo desertica e dalle temperature bollenti, il tassista ci porta in una spiaggia israeliana sul Mar Morto.
I cartelli mettono in guardia: non bere, non spruzzare, non mettere la testa sott'acqua, non fare gli sciocchi insomma. Ci spalmiamo di fango nero e galleggiamo come papere sulle acque salate.

I Muezzin hanno cominciato a cantare su Gerusalemme. Vuol dire che il tramonto sta calando mentre rubo questi bite all'Austrian Hospice dove passeremo le ultime due notti. Sogno una doccia per poter sciacquare la pelle ancora salata dai fanghi del Mar Morto, un vestito pulito - magari quello verde che ho comprato a Tel Aviv o magari un tutto nero d'ordinanza - per l'opening serale alla Al-Ma'mal Foundation for Contemporary Art.

Finalmente un po' di vita mondana, e che cavolo!

domenica 10 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 30.10

Una donna, con un cappotto al ginocchio, attraversa la strada, sul marciapiede ancora due donne che spingono un'enorme carrozzina, una camionetta dal profilo alto avanza rumorosa, di schiena alcuni passanti guardano le vetrine di Boots...
...una foto in bianco e nero di Peckham Rye nel 1955; di quei negozi è rimasto solo Boots, che come allora vende cosmetici e profumi.
Pochi anni più tardi Muriel Spark pubblica The Ballad of Peckham Rye, la storia di Dougal Douglas, uno scozzese senza passato che entra in scena e cambia la vita dei personaggi del quartiere, allora abitato dalla working class delle fabbriche tessili. 
Dougal è una specie di piccolo lucifero, una spalla più alta dell'altra, due cicatrici sulla testa, forse due cisti... lui dice di essere " uno di quegli spiriti malvagi che vagano nel mondo per rovinare le anime". Forse è solo un narratore, uno che raccoglie storie.
Nel 1966 Antonioni filma il girovagare curioso del suo fotografo Thomas in Blow up proprio attorno al ponte della ferrovia di Consort Road a Pechkam: una costruzione imponente che compare improvvisa in mezzo alle file di case.
Il ponte è ancora lì identico: lo sporco dei mattoni, lo sferragliare dei treni.

Oggi di quella working class non c'è traccia lungo Peckham Rye Lane; la strada è diventata un "costant hubbub", un costante vociare fatto di "plantains, yams, hair extensions, Chinese medicin, fish, goats, international phone cards, Pentecostal churches, the Wing Tai Chinese supermarket and a very cheap cinema"*.
Gli africani ed i caraibici sono tutti lungo Rye Lane: lì vendono, comprono e vivono. 

Calvino ne Le città invisibili dice che le città non parlano del loro passato, ma lo contengono come le linee di una mano. Londra è una citta invisibile in continua trasformazione,  ha un'identità fatta a strati, non ha un centro, non ha una periferia, ma mescola i suoi abitanti con spietata disinvoltura, alla rinfusa, come i suoi monumenti o come certi edifici che spuntano così, sparpagliati ed improvvisi.

Peckham Rye porta con sè la storia della Londra suburbana e passerebbe del tutto innosservata se non fosse così viva e così contemporanea: una zona pedonale con negozi di dubbio gusto ma molto economici,  stracolmo di vite quotidiane che si incrociano.

La stazione per esempio è un edificio vittoriano letteramente incastrato tra due viadotti ferroviari, sempre in ombra, sempre umido: i white british escono dalla stazione e si disperdono velocemente: non è il passo della paura, ma quello del fine giornata, del dopo lavoro, il passo di chi cerca un pub o di chi vuole solo andare a casa.
Solo gli studenti con il loro abiti scomposti percorrono Rye Lane più lentamente, in cerca di un qualche dealer con il fumo più economico o di un pasto veloce altrettanto cheap: la spesa da questa parti costa poco, come anche gli affitti e le case.

Esco anche io dalla stazione e, attraverso le arcate, sbuco nell'aria, a Blenheim Grove, dopo un  meccanico, c'è il BarStory, lì vedo Tomaso** in mezzo a white british e studenti in happy hour
Mentre lo intervisto, mi dice che, dopo otto anni di vita qui, si sente di passaggio. 
Come ogni storia di Londra anche la sua  lascerà un sottile strato di passato che altri un giorno scoveranno. Forse.
Il fra.
*da London for Londoners, Time Out, 2008
**a breve l'intervista in italians.

sabato 9 ottobre 2010

Day 6, Nablus e Sebastia

Per spostarsi da una città all'altra in Palestina si usano i service, generalmente minivan gialli a nove posti guidati da dei pazzi furiosi che si lanciano a tutta velocità lungo le strade appena asfaltate dalla US Aid (come non notarlo visto che ci sono cartelloni pubblicitari US Aid ad ogni curva?).
Soprannominati da Manu-pedia 'depravati', gli autisti dei service ti fanno assaporare da vicino la sensazione della guerra... infatti sembra sempre di stare scappando da un bombardamento e il pagamento avviene rigorosamente intorno i tre quarti del tragitto, quando tutti i check-point sono stati sorpassati e sembra voler significare 'ok, non siamo morti', risultato positivo, possiamo pagare. Insomma, se muori per la follia dell'autista o se al check-point vieni rispedito indietro non devi pagare nulla.

L'incontro a Nablus oggi avviene nella casa di C**, una porticina di ferro sul vicolo, una scala di pietra stretta e poi il cortile interno circondato dalle diverse stanze della casa. Siamo accolti nel salotto, tre divani damascati, due poltrone, un tavolino da caffè, una scrivania con il computer e un ventilatore acceso. Il tavolino si riempie subito di caffè, the, bibite e focacce al formaggio e allo zatar. Si comincia bene.
Con A** prendiamo il service per Sebastia, a quindici chilometri da Nablus, dove l'anno scorso è stata completata la ristrutturazione del palazzo Al-Kayed ad opera della Riwaq e pensiamo sia opportuno vedere da vicino come operano.
Purtroppo appuriamo subito - così come ci era stato preannunciato da Nazmil - che il problema più grosso qui è la manutenzione degli spazi. Ricostruire è difficile ma evitare che tutto degradi nel giro di pochi mesi lo è forse di più. Queste stanze stupende sono lasciate abbandonate a se stesse e quello che doveva essere un centro culturale per le donne di Sebastia è ormai più solo uno spazio impolverato con sedie di plastica impilate in un angolo.

Lasciamo il centro del villaggio per andare a vedere i resti del sito archeologico di Sebastia. Per molto meno in altre parti del mondo ci sarebbe la ressa. Qui non c'è nessuno. Il negozio di souvenirs dove ci fiondiamo per acquistare acqua e succhi è fornitissimo ma dalle copertine ingiallite delle guide e dallo strato opaco sulle chincaglierie religiose si capisce che si vedono pochi turisti . Visitiamo i resti millenari di un teatro e del tempio di epoca cananita, poi israelita, poi ellenistica, poi erodiana, romana e infine bizantina. Insomma un santuario passpartout che va bene per tutte le stagioni.

Il sentiero prosegue tra piante di ulivi e resti archeologici fino ad arrivare ad una sorta di piccolo tempio scoperto. Qui A** infila le mani in tasca, estrae una chiave e ci guida verso un'apertura sul suolo dicendoci 'Volete vedere la tomba di Giovanni Battista?'
Infatti!

Altre Foto

Breakfast e maccheroni

Mi sono alzato, sono sceso in cucina, ho preso una tazza e mi sono fatto un caffè solubile, miele italiano, latte britannico, biscotti del cazzo...

Poi l'ultimo sorso al computer. In fondo alla tazza un maccheroncino.

Pare che ieri abbiano mangiato davanti alla tivvù e la tazza sia servita da cestino.

Guardare sempre il fondo delle tazze.
Non prendere la prima tazza che capita a tiro.
Indossare gli occhiali.

venerdì 8 ottobre 2010

Day 5, The Holy City

Ci meritiamo un day off e decidiamo di passarlo a Gerusalemme. Arriviamo al check-point per tornare in Israele piuttosto presto per evitare le lunghe code. I palestinesi - solo gli uomini - devono scendere dal pullman e attraversare il confine a piedi attraverso corridoi speciali. Due militari col kalashnikov salgono a bordo e controllano lentamente passaporti e permessi di tutti.

Entriamo nella Città Vecchia passando da Damascus Gate, nella parte est (araba) della città. Cerco di pensare a qualche passo dei Vangeli o di altri testi antichi in cui si parli di questi luoghi (eppure di versioni dal latino ne ho tradotte!). Abbinare immagini stratificate da secoli di racconti a quello che si vede non è facile.

Rimpiango di non essermi preparata di più per questo momento e investo Manu-pedia di domande su Gerusalemme, gli ebrei, l'islam, le crociate, l'architettura ottomana, la guerra dei sei giorni, la prima intifada e la seconda. Riflettiamo sul fatto che nei racconti sacri Gesù attraversa la città con la crocie ma poi la crocifissione avviene su un monte fuori dalle mura. Quindi qualcosa non funziona, perchè il Duomo con il sacro sepolcro è praticamente nel centro cittadino.

Passiamo altri check-point con la scansione delle borse e arriviamo al Muro del Pianto. E' la settimana del Sukkot, una delle feste ebraiche più importanti e probabilmente ci siamo appena persi uno dei momenti clou visto che tutti camminano in direzione opposta alla nostra. A pochi passi dal muro c'è l'entrata alla Moschea Al-Aqsa, la più importante e grande moschea della città. Ora un'altra domanda sorge spontanea: possibile che lo stesso monte sia 'il monte sacro' sia per gli ebrei che per i mussulmani? Di nuovo c'è qualcosa che non torna.

Contaddizioni e contrasti sembrano essere proprio la caratteristica principale di Geruslemme. Da una parte simbolo del conflitto religioso per eccellenza, dall'altra esempio di convivenza di tre religioni.
Seguaci di tutte le religioni si incontrano quotidianamente per strada e condividono gli stessi spazi pubblici. L'energia che circola è palpabile, intensa e dal sapore antico. E se affittassimo la casa di Londra e venissimo a vivere qui? sono tentata...

Ma il sole cala presto sul Middle East. Alle cinque saliamo sul tetto dell'Austrian Hospice da dove ammiriamo la città a 360°. Si accendono le luci verdi dei minareti e i muezzin iniziano il loro canto.
Abbiamo il tempo per passeggiare nella parte ovest della città e Rachela ci conduce nel cuore del qurtiere ebraico, un villaggio di abitazioni basse e stradine strette dove sembra esserci poca vita privata e molta vita comune. Da dentro una casa arrivano i suoni di canti e balli, la festa dello Sukkot continua, e noi scivoliamo via tra gli sguardi indagatori dei bambini che giocano per strada. Usciamo da questo pezzo di '800 ed entriamo nel vecchio mercato coperto di Gerusalemme. Ecco, qui si che il ricordo delle notizie del telegiornale si fa vivido. Qui si che la paura ti sale per la spina dorsale e ti fa affrettare il passo. Per favore andiamo via.

Rafram e Michael ci aspettano a cena al Barood Restaurant alle otto. E' il quartiere trendy della città, il Qadrilatero, la Soho della Città Santa. La cena è fantastica: aperitivo con cubetti di zucca fritta e coriandolo fresco, insalata di borlotti e menta, zuppa di zucchine e mandorle tostate, Laban con zatar, Ceviche, polpettine di manzo cotte nella cannella.... Se muoio, almeno muoio sazia e felice!

Altre immagini? 

giovedì 7 ottobre 2010

Day 4, Ramallah

Ore dieci, incontro con la Riwaq, un'organizzazione palestinese impegnata nella salvaguardia del patrimonio storico architettonico nazionale.
Oltre a censire le abitazioni storiche di Gaza e della West Bank gli architetti e i ricercatori della Riwaq si occupano di ricostruire alcuni edifici emblematici dello stile arabo e ottomano.
Bea e Rachela li hanno già incontrati una volta. Il nostro obiettivo è coinvolgerli nel progetto e affidare a loro la ricostruzione del Palazzo*.
Con la scusa dell'arrivo di Manu-pedia, che si occuperà invece dei roof garden e della parte riguardante la sostenibilità ambientale del progetto, è stato fissato questo secondo incontro.
Nazmil ci racconta tutta la storia dell'organizzazione e ci spiega come lavorano. Loro sostengono il 75% dei costi, il restante 25% deve essere messo dalla comunità in cui si trova l'edificio sottoforma di soldi, manodopera o materiali. Il 60% del budget deve essere indirizzato a manodopera locale (Job creation), il 20% all'acquisto di materiali in loco, il restante 20% può essere utilizzato per l'acquisto di materiali speciali all'estero.
Dopo il caffè tocca a noi raccontare il valore aggiunto della progettazione sostenbile. Sembra un incontro destinato a descrivere esclusivamente le prodezze architettoniche dei due fantastici studi quando invece Nazmil ci comunica che il board ha esaminato la proposta e che Riwaq accetta di partecipare! Qualcuno qui ha portato fortuna... saranno i bermuda azzurri di Manu-pedia? 

A suggello dell'accordo  ci invitano a condividere la breakfast con loro. Bea, Rachela e il Manu si limitano a bere, io non riesco a trattenermi e con la scusa del compagno cuoco che è stato a Ramallah e cucina ricette palestinesi' mi fiondo sui piattini di hummus, pita e pickles.

La giornata continua all'insegna dei festeggiamenti e della buona sorte, che stranamente quando arriva abbonda.
Passiamo il pomeriggio a lavorare all'incontro, a cena, con Ziad e Mahmmoud della Qattan Foundation. Per dieci anni abbiamo collaborato per portare artisti palestinesi a Cittadellarte. Decine di email, telefonate e pacchi di cortesia fino a questa sera, quando finalmente ci incontreremo. Mi sento come ad un matrimonio combinato! E mi prende l'ansia da abbigliamento giusto.
Meglio una mise sobria del tipo 'sono tutta d'un pezzo, mi adeguo allo stile locale e non devo dimostrare nulla' o meglio qualcosa di un po' più mondano del tipo 'sono comunque italiana vivo a londra e mi vesto come mi pare anche se attiro sguardi indiscreti'? mhhhh opto per la seconda opzione ma sopra ci metto la mia giacca verde d'ordinanza, poi vedrò se togliermela! In fondo due uscite di sicurezza sono meglio di una.

Dopo i primi minuti di imbarazzo (silenzio assoluto nella macchina di Ziad... possibile che a nessuno venga in mente qualche banalità riempivuoto?) la serata prosegue liscissima e fila via come l'Harac che ci beviamo bicchiere dopo bicchiere (forse è meglio precisare che essendo la Palestina un paese arabo il vino e la birra sono tristemente banditi. In verità ho dimenticato di chedere come mai invece l'Harac che  ha 80° di gradazione alcolica è permesso.... magari qualcuno me lo può spiegare prima che io stessa tragga conclusioni molto ciniche...).
Anche qui noi abbiamo un obbiettivo, trascinare la Qattan nel progetto. Finiamo di raccontare, sto per lanciarmi in un suadentissimo 'cosa ne pensate?' quando loro - e qui il miracolo si compie nuovamente - ci chiedono se possono collaborare. Holy Land!

Perchè la foto con D'Alema? perchè abbiamo cenato in uno dei ristoranti più esclusivi di Ramallah, quello in cui vengono a pranzo tutti i vip internazionali, anche Richard Gere! L'ho mancato per un soffio dunque, meno male che ero vestita bene allora!

mercoledì 6 ottobre 2010

Day 3, Nablus e Jenin

Oggi si lavora.
Andiamo a Nablus per incontrare le persone con cui stiamo preparando il progetto. Dati i 35° C mi infilo una camicia bianca leggera. Bea mi redarguisce, e alla camicia bianca sostituisco un camicione nero informe dalle maniche lunghe. A Nablus (diversamente da Gerusalemme e Ramallah) nessuna donna va in giro senza velo e coprirsi il più possibile facilita le relazioni, oltre ad evitare occhi perforanti sul petto o palpatine misteriose.
Anche Manu-pedia abbandona i suoi allegri bermuda azzurri per un più sobrio paio di jeans. Bea e Rachela ci hanno messo quasi un anno a conquistare l'amicizia e la fiducia  di queste persone, e hanno guadagnato territori di collaborazione e negoziazione che vanno oltre a quelli delle varie ONG operanti in città. 

Nablus era la capitale economica della Palestina e per questo ha subito pesanti incursioni militari.
E' diventata uno dei centri della resistenza e grazie alla conformazione architettonica della parte vecchia  ha fatto da sicuro nascondiglio per molti militanti della causa palestinese.
Il centro infatti è un garbuglio di stradine: dietro ad ogni porta si aprono non case ma cortili e passaggi che portano ad altri cortili o tetti e terrazzi... un delirio per i militari israeliani.

Nonostante questo almeno un terzo della popolazione è o è stata in prigione: bambini, donne e ragazze compresi.  Fidarsi di chiunque non è una prerogativa di questo posto.
Eppure, una volta stabilita una relazione, la gente diventa straordinariamente accogliente e non si riesce più a resistere alle tantissime offerte di caffè (arabo), the (alla menta), succhi di pompelmo, melograno o limone appena spremuti, o di cibi: in particolare i dolci per i quali la città è famosa. Come la Knafeh, dolce al formaggio cotto al forno o lo Zalabyeh, una crepe fritta ripiena di zucca candita.
L'ospitalità in Palestina va ben oltre  le buone maniere, ma piuttosto un qualcosa che avvolge dolcemente senza soffocarti e lascia un senso di quiete e speranza.

L'incontro si svolge a porte aperte in una sala: tutti entrano, si siedono per un po' e poi escono;  la televisione rimane accesa senza sonoro sintonizzata su un canale di marketing; alle pareti - così come in tutta la città -  i poster dei martiri della resistenza; dalle finestre i suoni del mercato, persino improvviso un gallo che canta (!).
Oggi siamo qui anche per vedere il Palazzo*, un'antica dimora ottomana distrutta durante la seconda intifada che potrebbe diventare sede del progetto. Un posto meraviglioso, stanze fresche, cortili con fontane, giardini pensili. Il Manu-pedia non crede ai propri occhi e già prende le misure per i roof gardens di cui Nova Civitas è specialista.

Passiamo il pomeriggio a Jenin, altro luogo emblematico della resistenza palestinese. All'interno di uno dei campi profughi più tristemente famosi dei Territori nonché per molti anni serbatoio dei 'martiri ' per la causa visitiamo il The Freedom Theatre, progetto teatrale iniziato dall'israeliana Arna Mer Khamis con l'obiettivo di usare il teatro e lo psicodramma per aiutare i giovani ad affrontare il trauma dovuto alla violenza e all'occupazione.
Nella mia vita ho visto tantissimi progetti come questo, progetti in cui l'arte (in tutte le sue forme) viene impiegata per canalizzare energie ed esperienze negative e trasformare il vissuto nell'inizio di un cambiamento personale e sociale.
Raramente però ho incontrato i diretti interessati e ascoltato dalle loro bocche, visto nei loro occhi il potere catartico della possibilità di esprimersi ed immaginare una realtà diversa.
Beviamo una limonata con A**, la sorella morta in casa mentre i militari cercavano lui che scappava, unico obbiettivo rimasto quello di farsi saltare in aria nel posto più affollato possibile.
Oggi  invece gira il mondo con la compagnia teatrale e studia drammaturgia e inglese all'università.
Forse un mondo migliore è possibile e l'arte può diventare una delle piattaforme del cambiamento.
Io ci credo.

* Il progetto è ancora all'inizio, preferisco omettere il nome del palazzo e non dare troppi dettagli.
Ecco però altre immagini della giornata

martedì 5 ottobre 2010

Day 2, Tel Aviv, India e Ramallah

Rafram sta lavorando ad un progetto di residenza artistica nel sud di Israele e mi ha chiesto di dargli qualche consiglio. Ci diamo appuntamento da Sonya, una piccola oasi di verde e tranquillità a pochi passi dalla King George Street, una delle strade centrali più trafficate di Tel Aviv.

Discutiamo del progetto e della possibilità di portare artisti internazionali, israeliani e palestinesi ad esplorare una delle zone più industrializzate del Paese e a lavorare con imprenditori locali, per lo più fabbricanti di cemento - che  come una forza malefica sta occupando tutta la Holy Land a discapito di antiche architetture più organiche in pietra bianca.

Tel Aviv è una città nuova, fatta di palazzi e grattacieli di cemento che pian piano si stanno sgretolando a causa dell'umidità e della salsedine che sale dal mare. Non è bellissima, eppure Manu-pedia - così soprannominato per la sua puntuale conoscenza di tutti i dettagli storici, geografici e architettonici della Holy Land - ci fa scoprire la Tel Aviv del Bauhaus.
Decine di edifici  modernisti costruiti negli anni Trenta da architetti europei che rappresentano oggi l'unica architettura veramente interessante della città.

Lasciamo Tel Aviv a bordo di un minibus diretto a Gerusalemme. Chiediamo all'autista se può portarci a Damascus Gate nella parte est (quindi palestinese) da cui partono i bus per Ramallah... ci guarda come avessimo chiesto di guidarci all'inferno e ci scarica al primo incrocio.
Scopro che la Palestina per gli israeliani non è solo il nemico, ma soprattutto un'entità oscura, un vuoto di conoscenza sotto qualsiasi aspetto.

Rafram mi racconta di una sua amica artista che ha fatto un lavoro intervistando israeliani sulla direzione da prendere per andare a Ramallah da Gerusalemme. Nessuno ne ha la minima idea eppure la capitale dei Territori Palestinesi è letteralmente dietro l'angolo, a quaranta minuti di bus, un check-point e un muro di distanza. Praticamente lo stesso agglomerato urbano.

Lasciamo Gerusalemme in tre, io Bea e il Manu. Raggiungiamo la guest house della Qattan Foundation - l'istutuzione culturale con cui ho collaborato per dieci anni e che ospita Bea e Rachela  mentre stanno lavorando alle fasi iniziali del nostro progetto - in quattro.
Sul bus conosciamo Prakash, un ragazzo indiano, nato in Canada, cresciuto a Los Angeles che sta studiando medicina a Beersheva, in Israele.
Ci dice che ha deciso di venire a visitare la West Bank nonostante tutti gli abbiano detto che era 'pericolosa' e ci chiede se conosciamo un posto dove dormire. Ramallah non è 'pericolosa', ma certo un posto pulito ed economico dove passare la notte non è facile da trovare e Bea lo invita a stare con noi.

Con pochissimi Schekel festeggiamo il nostro arrivo nella West Bank con una cena luculliana a base di Hummus, Foul (una versione sofisticata di Hummus), formaggio fritto, Babaganush (a base di melanzane), insalate arabe e tahine.
Qui la relazione tra qualità e prezzo è inversamente proporzionale. Meno paghi più il cibo è buono!

** Ecco alcune immagini.

lunedì 4 ottobre 2010

Day 1, from London to the Holy Land

Palestina, una settimana già trascorsa, nei prossimi post la cronologia di quello che ho fatto, sapendo che questo vaggio ritornerà spesso perfino nelle piccole cose del mio quotidiano.
Cri.

Decido di chiamarla così, Holy Land, perché né Israele né Palestina sono nomi  capaci di contenere i cinquemila anni di storia e cultura di questa terra, nomi che restringono, nomi che limitano e nomi che quasi offendono alcune delle persone che sto per incontrare.

L'aereo atterra insieme al tramonto; le luci di Tel Aviv mi emozionano come raramente mi  accade. Penso a quante volte ho detto yes, one day.... e oggi finalmente quel giorno è arrivato.

Nella hall dell'aeroporto Ben Gurion incontro il Manu e Bea, sfatti da due ore di attesa.
E c'è subito una sospresa, Rafram!  L'ho conosciuto nel 2004... e nell'agosto 2010 è stato liberato dopo cinque mesi di carcere nelle prigioni libiche, dove era stato rinchiuso perché lavorava ad un progetto fotografico.
Oggi passa le sue giornate a scrivere un libro, a progettare l'apertura del primo ristorante arabo israeliano a Tel Aviv e a girare l'Europa per incontrare e ringraziare le persone che hanno lavorato per la sua liberazione. Mi dice che il giorno che è stato liberato pensava lo avrebbero ucciso e con la sua solita ironia ,che rende difficile capire se sta scherzando o meno, mi dice che comunque nelle carceri libiche si mangia molto bene e che per questo nel libro metterà alcune ricette.

Rafram è appassionato di cucina, un vero estimatore del gusto e conosce una parte della Holy Land benissimo.
Andiamo a cena a Jaffa, vicino al porto. Sembra di essere... non lo so, ma  il posto è bello, curato  quanto basta per trasmettere l'idea di una normalità che ancora non  esiste.
Comincio ad archiviare immagini e idee, ma soprattutto i sapori del Sabir, il piatto ebreo tipico nella giornata del Sabato (da cui il nome): una tasca di pane riempita di melanzane fritte, uova bollite, tahina, pomodoro ed insalata.
L'Harac, tipico liquore all'anice, evapora dai nostri corpi in una notte cosi calda che decidiamo di dormire sul tetto della casa di Yael a Jaffa.

** Altre immagini

domenica 3 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 29.10

So-ho era l'urlo che i cacciatori lanciavano per richiamare i cani. 
Oggi, il quartiere al centro di Londra con i suoi sexy shop e strip club è dedito ad altri tipi di caccia e pervaso da altre passioni, ma non solo... Soho è anche l'area più antica e meglio conservata della città.
John Galsworth, scrittore inglese del primo novecento, in un suo romanzo descrive Soho: "disordinata, piena di greci, ebrei, gatti, italiani, pomodori, ristoranti, suonatori d'organo, oggetti colorati, nomi strani, gente che si affaccia dai piani alti..."*.
Dopo tre secoli di immigrazione francese, a partire dal primo novecento arrivano  dunque gli italiani, (i pomodori li hanno portati i francesi credo!) che rilevano i ristoranti di Old Compton Road, iniziando così un florido business

A rafforzare il carattere identitario degli italiani di Soho fu in quegli anni il Fascio di Londra a Charing Cross Road (che delimita ad est il quartiere), una sezione estera del partito fascista.
Nonostante una prima fredda accoglienza da parte della comunità, il Fascio divenne presto "un dinamico centro per le attività sociali, che agiva come una sorta di welfare state, con un'attenzione particolare per i bambini"**, complice una certa simpatia del governo britannico per Mussolini ed il sostegno dei sacerdoti cattolici in Londra.

Erano gli anni in cui l'Italia si credeva un Impero; nei ristoranti italiani di Soho -come riferisce un giornalista dell'epoca ***con una certa ironia- si salutavano con orgoglio i proclami del Duce alla radio, si disegnavano nuovi confini sulle cartine d'Europa, mentre i fascisti della prima ora richiamavano i fasti della Marcia su Roma... intanto i portafogli dei camerieri erano pieni di mance offerte dai decadenti anglosassoni.

Tutto questo orgoglio nazionalista andò in fumo quando Mussolini dichiarò guerra all'Inghilterra.
Immediatamente contro la comunità italiana scoppiarono delle rivolte spontanee proprio a Soho, dove le vetrine di molte attività commerciali andarono in frantumi.
Se alcuni proprietari di ristoranti  si affrettavano ad esporre manifesti in cui dichiaravano la cittadinanza britannica o l'arruolamento dei figli nelle forze armate inglesi, i fascisti più noti invece si tenevano nascosti, mentre le mogli affollavano devote le chiese cattoliche.
Nel giro di pochi anni i ristoranti passarono nelle mani dei greci.

Quello che il giornalista omette di raccontare però è che molti di quegli italiani, già dall'estate del 1940, venivano spediti al confino, sull'Isle of Man; in quelle precipitose retate, ci finirono pure ebrei italiani ed antifascisti. Il governo inglese non andò tanto per il sottile. Tra quei prigionieri tuttavia, pochi accettarono l'offerta di rientrare in Italia: si sentivano londinesi e tali volevano restare.
Accadde poi un fatto tragico: l'affondamento per errore, da parte di un sommergibile tedesco, della Arandora Star, che caricava prigionieri politici italiani, deportati in Canada.
Una targa all'esterno della chiesa di St. Peter a Clerkenwell commemora le vittime di quell'evento ormai del tutto dimenticato e che pesa sulla coscienza dei vincitori.

Le vie di Soho conservano ancora tracce di quegli anni complessi e anche miserabili, che coinvolsero i nostri connazionali: fascisti o meno, si trattava di gente immigrata (prevalentemente dal nord Italia) che dolorosamente contribuì a fondare quell'amalgama culturale che è la Londra di oggi.

Faccio una passeggiata per Charing Cross alla ricerca del Fascio di Londra, ma non trovo tracce: solo librerie, il passo frettoloso dei londinesi, molti turisti italiani, l'ingombro dei loro zainetti ed il loro vociare. 

Mi viene da pensare se e quanto noi si debba fare i conti con quel passato fascista.
Ricordo che a scuola l'argomento è trattato con difficoltà, se non addirittura ignorato: scambiamo troppo facilmente una guerra che abbiamo perso con una guerra civile, fino a pensare che  in quella guerra non  siamo stati tra gli sconfitti.

Davanti ad una bevanda che di cappuccino ha solo il nome, mi chiedo che cosa ci sia ancora di fascista oggi, non mi riferisco all'Italia soltanto, ma più in generale.
Credo che la prevalenza dei proclami, la dichiarazione retorica delle buone intenzioni siano fasciste, insomma il regno della parola. Credo che la resistenza al cambiamento, la pervicace asserzione del proprio credo siano intimamente fasciste.
Indro Montanelli diceva che gli italiani hanno sempre nostalgia del balcone, di qualcuno che dal balcone racconti loro con la dovuta retorica qualche bella favola.

A Soho non ci sono più italiani che si affacciano vociando dai piani alti, ma sono rimaste le finestre. Da sempre non ci sono balconi.
Il fra 
*Da Forsyte Saga, in italiano con l'invitante e introvabile titolo de "Il possidente", Garzanti.
**Lucio Spinoza, Italians in London, in The Peopling of London, 1993
***Stanley Jackson, An Indiscrete Guide to Soho, Buckley Press, 1950 (?)

sabato 2 ottobre 2010

Waiting for Godot

Esco di casa e PAM!
Cazzo! mi sono chiuso fuori! queste maledette serrature a scatto! Ho lasciato le chiavi sul tavolo, dentro, dentro dentro!
Qualche santo cade fragorosamente dal paradiso fracassandosi il cranio e tutti i sacri paramenti davanti al ventidue di Troutbeck Road.
Diluvia, recupero la Matilde a scuola e riesco ad infilarla in un pertugio nel retro.

Quaranta minuti concitati, ho i piedi fradici, ma i bambini se la ridono, riesco a fare una doccia, così  ringrazio ad uno ad uno i miei lari domestici e scendo a cucinare in un alone di profumo e di saponi.
Faccio le polpette di carne e le patate al forno, tra un paio d'ore arriva dall'Italia mio papà.

Papà (Strocchi) ha perso l'aereo.

Faccio la pasta per Matilde e Giacopòu, che continua a ripetere, "il nonno ha perso l'aereo"; io invece, come una povera vegana in vestaglia, mi mangio dei rapanelli... poi li metto a letto (i bambini non i rapanelli) e dopo una decina di minuti, spengo la luce e accosto la porta della camera.

Scendo. Non riesco a guardare il film, non mi va di leggere, quindi ritorno al computer e mi ritrovo a pensare che per l'ennesima volta e dopo tanti anni sono ancora qui ad aspettare!

Chi?

Godot! Sto ancora aspettando Godot!

venerdì 1 ottobre 2010

Espresso americano con latte, small or large?

Ho preso un cappuccino...
uno di quelli in cui l'acqua la fa da padrona
uno di quelli che sgronda sul piattino
uno di quelli che se ingurgiti rovente almeno succede qualcosa.*

Voglio un cappuccino!
...fare due passi, entrare in un bar e ordinare un cappuccino!
infilare il naso nella schiuma e dare la prima sorsata
con un movimento rotatorio del polso la seconda sorsata**
infine posare la tazza e con il cucchiaino riprendere la schiuma
e l'ultimo grumo di zucchero.

Per farlo però devo prendere un aereo!
 
*lo zucchero di canna però non era male!
Riflessione per Maffeo: non è che lo zucchero è un po' come la maionese?
lo zucchero si festeggia il..... e quello di canna il....
**quanto è da italiani la sequenza sorsata-movimento rotatorio-sorsata-scucchiaiata!??!