domenica 28 febbraio 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 05.10


Correva l'anno millenovecentonovantotto.
Puntando un hawker, cioè una bancarella ambulante, al centro di Londra, precisamente a Covent Garden, mio cognato (il Manu per chi lo conosce) voleva fare il brillante e decideva di offrire la jacked potato a sua sorella e due amici: totale sedici sterline, a quei tempi quasi sessantamilalire, ovvero la disponibilità mensile per gli svaghi del nostro, che comunque inghiottì signorilmente tutto, patata compresa.
Correva l'anno millenovecentodue. L'incoronazione di Re Edoardo VII coincise con l'introduzione del tubero più adatto allo scopo; da allora la patata prende il nome dal sovrano: bianca, tendente al rosa, di forma ovale e di consistenza farinosa (del sapore della castagna, aggiungo io).
La patata ha a che fare anche coi cattolici: il cinque novembre si festeggia la Guy Fawkes Night o Bonfire Night, la celebrazione della mancata esplosione del Parlamento inglese ordita da un complotto cattolico all'inizio del sedicesimo secolo di cui Guy Fawkes è il capo "golpista"; la jacked potato era uno dei cibi più consumati dal popolo in occasione della ricorrenza.
Sulle tavole del meridiano zero, nelle mense scolastiche, nei ristoranti, agli angoli delle strade e da poco anche a Troutbeck Road, ancora resiste e persiste questo ipercalorico piatto unico!
Morbida dentro e croccante fuori, la King Edward viene estratta fumante dal forno, incisa la pelle, vi si scoglie sopra un pezzo di burro, una grattata di cheddar ed una cucchiaiata di fagioli; consumatane una metà si è quasi sazi e si è pronti per fare la guerra o ubriacarsi; un vero cibo maschio e complottardo, un corpo a corpo con la terra e con il destino.
Se ne esce con un senso di vittoria, prossimi alla (ri)conquista delle Falkland (se ne sta riparlando tra l'altro), nel mio caso dell'Istria, la Dalmazia, Nizza e Zante (la Savoia no! e da noi non se ne parlerà mai).
Nel rapporto con il cibo qui vige la praticità a scapito della ritualità, per questo impazza l'abitudine del ristorante e la multiculturalità delle tavole.
L'inglese non va tanto per il sottile, è essenziale e somma gli ingredienti, non li cucina: patata-burro-formaggio-fagioli, come patata-tonno-mais...eccetera eccetera.
C'è dentro però la forza di un carattere nazionale e di popolo, almeno io ce la vedo e quando fisso una jacket potato so che soddisfa un mio istinto, so che è quello che appare, che mi sazierà e che mangiandola non parlerò del fatto che la sto mangiando (tranne alla mia tavola italiana dove ricorre l'episodio del Manu e discussioni su ingredienti e variazioni possibili!).
In un pezzo dei diari, sabato otto marzo del quarantuno, Virginia Woolf scrive che deve fare sua una massima di Henry James, cioè continuare ad osservare se stessa, le persone, il mondo e dice: "Occuparsi di qualcosa è essenziale. Ora con un certo piacere mi accorgo che sono le sette e devo preparare la cena. Merluzzo e salsiccie. Penso sia vero che si guadagna una certa padronanza sul merluzzo e sulla salsiccia, soltanto con lo scriverne. Oh sì! Conquisterò questa padronanza. Si tratta di lasciare che le cose semplicemente accadano una dopo l'altra. Ora dunque cuciniamo il merluzzo!"
Mi chiedo se davvero abbia finito anche col mangiare pesce e salsiccia per cena, strana combinazione, ma Londra era tempestata dai bombardamenti tedeschi e forse quello c'era.
Molto bello però il pensiero della scrittura che rafforza l'idea del cucinare solo scrivendone. Scrivere insomma fa venire voglia anche di cucinare.
Buona settimana.
Il fra
*Il diario della Woolf è pubblicato in Italia come Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, Minimum Fax, 2005.
Non ho mai scollinato le prima venti pagine di Una gita al faro, ma i diari sono una lettura molto interessante, che dovrebbero fare gli uomini, ma che finiranno col fare le donne.

venerdì 26 febbraio 2010

Conferma Avvenuta Registrazione Anagrafe Consolare

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Consolato Generale d’Italia -Ufficio AIRE

38 Eaton Place -London SW1X 8AN

www.conslondra.esteri.it


Gentile Signore/a

Le confermiamo la sua registrazione nell’anagrafe di questo Consolato Generale in data odierna e la informiamo che sara’ il suo Comune ad inviarle una conferma di iscrizione AIRE. Se entro 2 mesi non riceve da parte del Comune la conferma dell’iscrizione lo contatti direttamente.

Per ulteriori informazioni riguardanti i nostri uffici e servizi consulti il nostro sito web a: www.conslondra.esteri.it.

Questa è una mail generata direttamente dal sistema; non risponda a questa mail.

giovedì 25 febbraio 2010

The Queen is introduced to the Tower Bridge


"Trapela solo oggi una mia visita d'ordinanza al personale della Tower Bridge.
Cappottino in lana bouclè rosso grigio con cappello vagamente accennato che richiama i bottoni, i miei capelli che sfumano dignitosamente ed un viso che denota spigliatezza ed attitudine al comando.
Borsetta carenata abbinata ai guanti e scarpe dal tacco rinforzato, i collant moquettati accennano al fumo di Londra.
Teoria di maschi sulla mia sinistra, da cui accenno a distrarmi in attesa del prossimo passo del cerimoniale.

Desidero presto visitare gli amici di Troutbeck Road, a cui rivolgo un compassato ma elegante saluto."

mercoledì 24 febbraio 2010

Krindlekrax, Philip Ridley

Titolo e autore del libro, che Mr Naught ha assegnato come lettura alla classe della Mati.
Non proprio un classico della letteratura, stile Collodi o De Amicis, direi un testo piuttosto contemporaneo e accattivante, almeno dalla copertina.
E' la storia di Ruskin, un bimbo di undici anni piccolo e magro, che si trova a combattere una specie di lucertolone nascosto sotto i marciapiedi di Lizard Street. Non viene creduto dai suoi compagni di classe, ma poi... Insomma credere in se stessi e diventare eroi!
"Di incredibile immaginazione e divertimento... strano e meraviglioso" recensisce il Guardian; "la trama surreale dell'autore e i suoi personaggi sono terribilmente divertenti" dice il Times.
Alla Mati sembra piacere; per la blog-cronaca il suo primo libro in inglese!
Ruskin sta a Lizard Street come Mati sta a Troutbeck Road, ovvero lungo la scia di una più innocua trota... salmonata!

martedì 23 febbraio 2010

Sneaking out the backdoor with the green


Il cartello, in vendita su amazon, era negli anni sessanta un'esplicita richiesta agli hippies di usare entrate secondarie nei bar e nei ristoranti a discrezione del proprietario, un'abitudine più americana che inglese.
La scritta è appesa nel bowindo di un seminterrato (che quindi non ha nessuna entrata nel retro) al numero 182 A Drakefell Road,(!!!) un vaso di plastica con 4 teschi, specchi sui quattro lati del cortiletto esterno, una testa bronzea, sassi come amuleti colorati che spuntano dovunque.
Un ingresso che respinge e che invita. Ci abita un hippy? un punk del British National Party? o studenti get into the groove?
Suonerò al citofono?! sneaking out the backdoor...???

lunedì 22 febbraio 2010

Trainspotting


Prima di arrivare a Milano in treno, mi capitava di osservare dal finestrino gli orti della periferia, le casupole degli attrezzi e le geometrie spicce dei cavoli in inverno, delle insalate e dei pomodori in estate. Spesso il treno si fermava e mai ricordo di avere visto un essere umano battere quei sentieri con la familiarità di un cittadino-contadino.
Ora macchina fotografica in mano*, mi accorgo che a piedi seguo la linea ferroviaria che da New Cross Gate va a Brockley e... deja-vù!
Perchè non fare trainspotting, che da queste parti significa cazzeggio da disoccupati (eufemismo): insomma stare a guardare i treni che arrivano, come si può stare a guardare la vita, alla Mark Renton, il protagonista dell'omonimo romanzo di Irving Welsh.
Mah, molto più strocchianamente mi accorgo che forse dopo averli guardati dal treno e poi dai ponti sulla ferrovia, è giunta l'ora che mi occupi un po' degli orti miei, coltivandoli.
Pensieri di un minuto, intanto continuo l'esplorazione della collina...
*cliccate la foto per dettagli!!!

domenica 21 febbraio 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 04.10


Ho chiesto a Carla_O' di fare la corrispondente da Biella per l'Ora del Meridiano di Greenwich. Serve un punto di vista "da dentro " Biella.
Carla ha una figlia e un nipote prossimo venturo, precede di pochi anni la mia generazione, vive e lavora a Biella a due passi da cafeteria, ragion per cui l'ho conosciuta.
Non so altro di lei, istintivamente credo che sia una nucleare e che qualcosa da lei debba uscire sotto forma di opinioni e scrittura.

Storie d'ò: Vicina alla Cina

Guardo tanti film: mi nutro di immagini, cerco storie, rubo parole, perchè, come dice Baricco: "...questa è una cosa antica. Quando non hai un nome per dire le cose, allora usi delle storie. Funziona così. Da secoli."
Pochi giorni fa ho visto "Red Cliff, la battaglia dei tre regni", la pellicola di John Woo, che racconta in modo epico e formalmente perfetto un importante passaggio della millenaria storia della Cina nel 208 d.c. il tentativo dell'impero del nord di assoggettare i due regni del sud ancora liberi e pacifici.
Io, mia figlia e il suo pancione, per ben quattro ore e mezza siamo state catapultate nella meraviglia e nella storia di un regno lontano, immenso nella tragedia, altissimo nei principi, puro nelle ragioni che inducono le azioni, ed epico nelle conclusioni e persone e fatti descritti con grazia ed orrore perfetti.
La Cina dunque, un paese lontano ed una storia ancora più lontana...

Mentre conservavo quelle immagini fino al giorno dopo e camminavo velocemente e a testa bassa, perchè così si fa a Biella, alzo la testa in uno scatto di dovuta e vigile sopravvivenza e toh ... guarda là, intravvedo negli occhi certo, se non nei costumi e nei gesti solenni, una interprete del film di John Woo.
Guardo meglio e dentro un caffè del centro, ecco di nuovo la protagonista femminile circondata dalle sue ancelle : le sue mani imbastiscono la cerimonia del thé... no!... servono al banco del locale la tazza trasparente di un "marocchino".
Proseguo e all'interno della locale galleria, uomini riuniti studiano strategie e tattiche di avanzamento contro il nemico... no, anche qui cinesi dell'odierna Cina progettano allestimenti per vetrine, scaricano merci, attaccano cartellini dei prezzi e insomma avanzano là dove il signore del luogo, l'autoctono, il nativo, l'oriundo ha abbandonato ormai speranze e sogni di poter conservare inalterata la sua vita di un tempo.
La Cina, dunque, non è più così lontana, abita le nostre strade. Mi piacerebbe portasse a noi i suoi riti antichi, la grandezza di una storia eterna ancora più affascinante perchè ancora tanto sconosciuta...

Temo però non ci sia eroismo in tutto ciò, non ci sia un particolare contenuto di apertura culturale, di accoglienza del nuovo, di mondi che si toccano e si avvicinano desiderosi di essere completi insieme e più ricchi di tutto, ma solo (ahimè solo) una triste colonizzazione di tipo economico in una terra, la mia, stanca e vecchia, senza energie nè risorse e che volentieri si fa occupare nei luoghi più caratteristici "per una valigia di soldi in contanti", perchè noi, dico noi biellesi, non ce la facciamo più.

"Oh gentile, giovane cinese del bar del centro, perchè non mi insegni la tua arte, perchè non mi porti i tuoi profumi, perchè non avvicini il mio gusto alla piccola tazza di porcellana, al liquido di tenere foglie che mi fanno sognare vite e culture diverse e misteriose? perchè mi servi cornetto e capuccino?"

Per la cronaca, anche io e mio marito, nel nostro lavoro quotidiano, aspettiamo a volte, nel delirio della nostra stanchezza, l'uomo dagli occhi a mandorla che con la sua "valigia di soldi in contanti" compri in un sol botto l'attività e il commercio permettendoci di sollevarci da problemi e pensieri e per volare finalmenti lontani ... in Cina?!

Carla_ò

giovedì 18 febbraio 2010

Riflessioni

Ormai è tradizione. Al sabato mattina si compera il Guardian weekend edition, il classico quotidiano che nel week end - per modici 2 pound - esce rimpolpato di magazines, review, guida della settimana, della tv etc...
Il fra comincia a bramarlo il venerdì pomeriggio e sogna di interi fine settimana passati sul divano a sfogliare e leggere, matita in una mano, dizionario nell'altra (la secchia). Io invece (la superficiale che comunque predilige la Kinsella alla Yourcenar...) mi dirigo subito sulle cose che mi piacciono di più, sapendo già che tanto il tempo per leggere tutto non ce l'ho. E tra queste, ovviamente c'è il magazine (quello con gli articoli facili...)...Lì una cosa mi ha colpito e indotto a rifletterci su nelle ultime settimane. Nella classica paginona di intervista a schema fisso a personaggi più o meno famosi (insomma niente di nuovo rispetto i nostri patinati del sabato) una delle domande è: escludendo proprietà immobiliari, qual'è la cosa più cara che hai mai comprato? beh, la domanda è meno banale di quel che sembra. Io ci ho pensato, e le risposte che mi sono data non mi sono piaciute molto...(quindi intendo rimediare!).

mercoledì 17 febbraio 2010

Pronto, parlo con Francesco?


Sono Antonella del Ristorante il Piccolo)....".
Io sono nel mio asilo e sto togliendo dal forno le "Meat and Potato Pasty", delle veschiche di carne e patata che ovviamente di lì a poco i bambini e le insegnanti divoreranno... non potrei rispondere al cellulare, ma sono nella mia cucina e faccio un po' come voglio.
Non riconosco il numero e comunque la telefonata non viene da Londra, la tipa però mi conosce e fissiamo un appuntamento per mercoledì diciassette marzo alle dieci; le chiedo di mandarmi conferma e dettagli del colloquio, da tenersi con due i direttori italiani del ristorante.
Ostento sicurezza ma non mi ricordo un cazzo, comunque ci accordiamo per quella data.

Per ora nessuna mail, ma su internet rintraccio la telefonata: arriva da un fantomatico, "The Restaurant Bar & Grill" (non il Piccolo!!!), ad Harrogate, ovvero nel nord dell'Inghilterra, vicino a Leeds, a duecentoquindicimiglia da Troutbeck Road in quattro ore e sei minuti di auto (che non ho). Qualcosa non va, considerato che oggi per andare a lavorare percorro a piedi 0,6 miglia in dodici minuti di puro relax. Vedremo come va a finire, intanto nella foto il ristorante in puro stile del Fra!

p.s.: sto scrivendo mentre la Pol (la nonna falegname, come dice Mati) e Cristiana stanno guardando un dvd sdraiate sul mio (e di Cristiana) letto... se nel letto ci stessi anche io, secondo voi si tratterebbe di famiglia allargata?

martedì 16 febbraio 2010

Aspettando il polacco


Lasciamo le scale in legno naturale o le verniciamo? Vanno comunque sverniciate... dalla Pol in tuta e con mascherina, mentre il Fra esce a cercare libri e la Cri studia.
C'è da chiedersi se questa cronaca spicciola vi può mai interessare, ma mettetevi nei nostri panni: vogliamo finire con i lavori strutturali ed iniziare ad arredare, fuori piove e pioverà anche nei prossimi giorni, i bambini sono in vacanza da scuola e tutto langue. Oscilliamo tra una bulimia di catalogi da sfogliare e la tentazione di mandare affàn.... non sappiamo chi o forse sì.

Lunedì arrivano i polacchi!!! Il papà di Aga e Aga, che traduce in polacco il nostro inglese da italiani.
Speriamo che gli intonaci, i soffitti e gli stucchi vengano fatti in fretta e bene: lui è un ometto un po' invecchiato con un'aria da minatore e occhietti azzurri, lei combina pantaloni verdi con felpe gialle sotto giacche in pelle, appena dopo una doccia. Lui esplora in silenzio la casa, lei prende nota, tipo inviata speciale, poi sgancia il preventivo.
Vi terremo informati, se vi interessa.

lunedì 15 febbraio 2010

Omino con racchetta


Segregata con suo fratello nell'unica stanza agibile della casa, causa incessanti lavori di restauro dell'immobile, Matilde si è inventata un omino con racchetta.

Chiediamo: "Chi è l'omino con racchetta?"
Matilde: "IO!"
Infatti! ...mai fare domande, ma prendere atto con paterna lungimiranza.

domenica 14 febbraio 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 03.10


Coincidenze. Il quattordici febbraio è San Valentino, o meglio il Valentine Day, ed è anche il Capodanno Cinese.
Non potendo i londinesi festeggiare entrambe le cose, l'occidentale Valentino va in onda oggi, l'anno della Tigre domenica prossima a Trafalgar Square; prima il cuore con i suoi riti ed i suoi ristoranti poi la danza del drago, fino ai fuochi d'artificio di Leicester Square.
Ho avuto la fortuna di visitare la Cina del sud e la cucina cantonese mi ha deliziato talmente tanto che i noodles, le choi e la salsa di soya sono una costante sulla tavola di Troutbeck Road, in una competizione, dall'incerto risultato, con gli spaghetti, che hanno il vantaggio della semplicità (per noi italiani che sappiamo distinguere tra ingrediente principale e condimento).
Comunque, nel menù del capodanno cinese, i noodles rappresentano la longevità, quindi non si spezzano, se no porta male; il pesce è simbolo di ricchezza: la parola in cinese ha lo stesso suono della parola eccesso, quindi se ne cucina in abbondanza, in modo che i resti vengano mangiati il giorno dopo; un pollo o un'anatra intera sono simboli dello stare insieme; piccoli sacchetti rossi contenenti denaro vengono dati ai più giovani se non sposati o ai bambini da coppie sposate o dagli anziani; il rosso poi scaccia gli spiriti del male e la sfortuna; per l'occasione è bene indossare vestiti nuovi per un nuovo inizio.
A spulciare l'elenco non c'è poi troppa differenza con le nostre tradizioni: l'intimo rosso, le lenticchie a tavola e gli spaghetti che non si spezzano. In fondo per una sera vale la pena crederci.
I noodles dunque o la scatola di cioccolatini? E Valentino? A me fa venire in mente Rodolfo o il nome di un cagnolino in qualche fumetto d'infanzia.
La dizione laica di Valentine Day svela la inesistente relazione tra il santo e l'amore, infatti non si sa nemmeno quale tra i due o tre valentini conosciuti. Peraltro il "buon" Ratzinger aveva già tolto ai tempi del Concilio qualunque legame tra i martiri cristiani e gli innamorati, finiti decollati o bruciati, non certo per amore. E' probabile una reminiscenza con i Lupercalia, la festa romana della fertilità, che cadeva a metà febbraio.
Da queste parti ed in pieno ottocento ci si scambiava i valentine, vere e proprie cartoline o biglietti d'amore illustrati, oggi sostituiti da inviti a cena, cioccolatini, anelli e promesse. Insomma la febbre è partita dal Regno Unito poi ci ha messo lo zampino Esther Howland, un'intraprendente donna americana, che ha fatto dei biglietti un vero business. Mi fermo qui! già sono stato troppo ironico od evasivo: dell'amore non so parlare; di sesso magari credo di poter scrivere molto, ma dell'amore conservo un certo pudore. Mah pudore... avrei preso a sberle Lucia Mondella... e non solo per il cognome.
Che scrivere dell'amore? la cerchia degli intimi che mi circonda mi considera ai limiti dell'anafettività, privo di senso di colpa ed un poco stronzo; per fortuna però riesco a farmi voler bene e ne voglio anch'io, a modo mio.
Indubbio che quando parlo d'amore non sono serio, mi maschero dietro all'umorismo o perfino alla grassa risata, cambio la voce, arrivo ad un indispondente falsetto: non mi riesce la coccola, per me scivola subito nella smanceria.
Conosco la radice di questo sberleffo continuo verso le cose dell'amore, di questa mia continua commedia: finisco con il ridere su tutto quello che è serio.
Non vado oltre per ora: il meridiano zero spinge alla confessione e la pratica della scrittura pure: il foglio bianco è più luminoso di un confessionale, non fa sconti certo ma non richiede nemmeno penitenze e redenzioni.
Meglio tornare al Valentine Day... Macchè! Io e Cristiana festeggeremo il capodanno cinese con un piatto di noodles e niente cioccolatini: inizia l'anno della Tigre, l'anno dei ribelli, dei forti, degli impulsivi e dei generosi. Così sarà la Tigre e noi concordiamo!
A proposito per l'oroscopo cinese io sono un Maiale, un porco insomma!
Un porco con le ali!!!
Il fra
*Leggo su "The Brunei Times" che nel sultanato del Brunei le autorità hanno messo al bando il film "Valentine's Day", perchè "incoraggia la promiscuità", affronta "tematiche omosessuali" e promuove il Valentine Day "una festa non per musulmani".

venerdì 12 febbraio 2010

Pol Sender


I pavimenti della dining room, dell'ingresso al piano terra, della camera principale e del ballatoio al primo piano devono essere levigati entro domenica sera.
La Floor sender (un specie di rumorosissima rotowash) affitata da HSS è arrivata stamattina, imbracciata all'istante dalla Pol che ha levigato perfettamente in meno di una giornata la dining room (in foto) e parte del pavimento d'ingresso ... mentre il Fra, ballonzolandole attorno con l'aspirapolvere, tentava di ridurre le polveri... (dico "tentava" perchè dimenticava addirittura di accendere l'aspirapolvere! frastornato com'era dal rombo della floor sender... che pirla!).
Sono le nove e dormono tutti (anche il Fra!!!, mentre io studio e studio e studio). Notte.

giovedì 11 febbraio 2010

Il mobiletto della Pol


La Floor sender (la levigatrice del pavimento) è in arrivo, il muratore polacco pure, insomma i lavori, dopo il letargo invernale, riprendono, grazie soprattutto alla Pol.
Qui un assaggio della sua arte di restauratrice: il mobiletto in larice a tre cassetti e a quattro rotelle (trovato dal settimo senso del Fra lungo Troutbeck Road) sverniciato, levigato e ri-verniciato con la gomma lacca è opera appunto della Pol, come da firma sul top a destra.

mercoledì 10 febbraio 2010

one, two, eight, seven, ten!!!






Sempre lui, Jacopo (En: Giakopou), con la sua -un po' confusa- sequenza di numeri (anche in italiano la dice così). Ne combina sempre qualcuna, un po' istigato dalla sorella, un po' educato al libero arbitrio dalla Pol, che lo accompagna all'asilo con l'immancabile sigaretta.
In sequenza:
l'imitazione del Fra,
in esilio con l'orso
ed in versione leggio per la mati

martedì 9 febbraio 2010

Sabato sera al Pub sul Tamigi


Ed eccola finalmente, la nostra provvidenziale babysitter, restauratrice di mobili, di pavimenti in legno, di pareti e di tutto quanto da recuperare: la Pol, improbabile suocera di inizio millenio, dopo venti ore in aeroporto e una notte in albergo pagata dalla odiata easy-jet, sbarca a Londra con la famiglia di Flora, titolare del caffè Sunflower di via Trento, dove la Pol è cliente fissa, date le numerose pause caffè che si concede. Alle quattro di sabato ci si trova a London Bridge Station, portiamo gli amici in albergo, e poi tutti (in otto!) una scappata lungo tamigi fino alla Tate, dove la Mati fa da guida, fino alla sua opera preferita: gli alberi di Giuseppe Penone. Un gelida corsa sul Millenium Bridge ma arriva l'ora di mangiare! Si parla di pub e ne scopriamo uno invaso da inglesi che guardano la partita di rugby, decidiamo di entrare e di ordinare. L'Old Thameside Inn ha una vista-sul-fiume d'atmosfera, che la Pol non manca di godere più da vicino, ovvero fumando le immancabili Rothmans blu sul patio esterno e mangiandosi un piatto di "salsiccie e purè" con pinta di birra scura... leggero...
Il locale, lungo e stretto con un largo bancone bar, è una sorpresa piacevole, si trova dietro la Cattedrale di Southwark, su Clink Street, di fronte all'ingresso la riproduzione fedele del Golden Hind, il galeone con cui Francis Drake circumnavigò il globo alla fine del Cinquecento. Quest'ultima cosa fa la gioia dei bambini, ma per chi come me non ama le riproduzioni o gli attracchi improbabili, è meglio, con un sorriso sulle labbra ed una pinta di birra in mano, volgere i pensieri al Tamigi e a quella parte di Londra che luccica umida dall'altra sponda del fiume.

lunedì 8 febbraio 2010

Sabato a Bleakheath

Sabato era il mio compleanno. Compivo... beh! l'importante è sentirsi giovani dentro!
Avevamo un programma, che però è naufragato a causa delle 20 ore (non sto scherzando) di ritardo dell'aereo della Pol e dei suoi amici. Piano d'emergenza, Bleackheath. Sono mesi che vogliamo andarci e l'occasione arriva.
Prendiamo il 53 a New Cross Gate. Pochi chilometri in un sabato mattina uggioso ed il bus che arranca lungo la salita e che ci lascia al common di Bleackheath, un enorme prato verde. Nell'attraversarlo si vedono, ragazzini che corrono, ometti in divisa da calcio che divisi in squadre giocano a distanza ravvicinata gli uni agli altri. Le porte bianche quasi non si distinguono dal cielo grigio e sembrano buttate a caso sul prato. Ci sono anche alcuni compagni di classe di Matilde... In una vetrina fotografiamo un abito esposto, etichetta Reda, Biella... scatta un po' di orgoglio...
Il village attira: negozi, cafè, stradine e cottage, fino a visitare la Pagoda House, un'eccentrica casa con gli angoli del tetto a punta.
La scelta del pranzo è ardua: ma è il mio compleanno e quindi mi impongo. Hand Made Food al 40 di Tranquil Vale: tortini di zucca, stufati di verdure, pie di patate e cipolle... una goduria, mentre i bambini socializzano con gli altri commensali. E poi, mentre finalmente esce il sole, attraverso il parco di Greenwich e l'Osservatorio passeggiamo fino al National Maritime Museum. Questa è la Londra che piace a me, quella meno probabile, quella dei village, dei cottage e dei caffè dove i peccati di gola non sono mai peccati, dove nei musei entri gratuitamente e nei parchi respiri l'ossigeno della natura e di una società civile insieme.

domenica 7 febbraio 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 02.10

Che ne dite di un paio ricette, anzi di merende, di quelle che si mangiano on tea time nell'asilo di Oak Hill, a due passi da Troutbeck Road?
Alle quattro meno un quarto di ogni pomeriggio della settimana una cinquantina di bambini si trovano a mangiare per esempio: Beans and Cheese Toast and Raisins o Tuna Wraps and Homemade Shortbread. Nel primo caso un toast con fette di cheddar (il formaggio a pasta dura di colore giallo, molto diffuso in UK) ed un cucchiaio di fagioli (precotti nel loro sugo), scaldato nella tostiera e tagliato in quattro parti, accompagnato in ciotole separate qualche manciata di uvetta; nel secondo caso tonno naturale e maionese Hainz impastati a mano e spalmati su una piadina che si arrotola (wrap), accompagnato al shortbread, un semplice dolce di origine scozzese fatto con farina zucchero e burro. Preparato con questi ingredienti in cucina e quindi "fatto in casa".
Tra le poche cose realmente "fatte in casa", scorrendo i quattro menù settimanali che si alternano nel corso dell'anno, c'è soltanto qualche torta. A pranzo non cambia molto: una sequenza di piatti in cerca di identità tra spaghetti "bolognaise", noodles e poca stagionalità. Non significa che la qualità non sia buona e che i bimbi non mangino. Significa per intanto che non si cucina. Da queste parti infatti non sembra esserci attenzione, voglia e tempo di cucinare: si tende ad assemblare il cibo, cioè a non cucinarlo dall'inizio.
A riconoscerlo sono gli inglesi per primi: Jaenette Winterson impara a fare i ravioli con la zucca in un agriturismo mantovano e scrive sul settimanale Guardian Weekend (n° 30.01.10) di essersi trovata "in quella cucina accogliente circondati da lambrusco e cibo preparato con una tale abilità e un tale piacere da essere in ogni senso e per tutti i sensi, un mondo migliore rispetto al cibo "comodità" della cultura anglo-americana dei supermercati. Il cibo è la nostra esperienza quotidiana e mangiare cibo vero è essenziale per vivere una vita vera. La vita preconfezionata è una truffa e un falso. Non si tratta di soldi o di privilegi, si tratta di ciò a cui si dà valore: il semplice paicere di cucinare e mangiare, parlare e bere intorno al tavolo."
Probabilmente è facile scagliarsi contro il cibo-comodità, ma qui si parla di una cultura, in particolare la nostra, che dedica tempo ed energia al'esperienza del cibo e si fa riferimento ad un'atmostera di convivialità che arrichisce la mente oltre a riempire lo stomaco.

Matthew Fort, critico gastronomico del Guardian, commenta sul blog del giornale il lancio di McItaly, l'hamburgher tutto italiano di McDonald's, da parte del Ministro dell'Agricoltura, Luca Zaia che dice "noi vogliamo dare l'impronta di un sapore tutto italiano ai nostri giovani"; Fort non risparmia critiche, parla di "un mostruoso atto di tradimento nazionale", tradimento soprattutto verso la cultura italiana che, grazie anche a Slow Food e Eataly ha saputo "resistere alle forze della globalizzazione e omogeneizzazione gastronomica, per celebrare la diversità, la differenza, l'individualità e la qualità". Poi continua con un'acuta riflessione sull'Italia: "Un italiano una volta mi disse: "Il problema per voi stranieri è che gli italiani parlano in dialetto e mangiano in dialetto". Questo è infatti un problema. Anche gli italiani che vengono da diverse parti del paese possono avere difficoltà di comprensione reciproca. Ma questo è anche un piacere. L'Italia ha goduto di una cultura alimentare di ineguagliabile ricchezza e diversità. Per molti italiani, il senso di identità si trova nel cibo, non solo della regione in cui sono nati, ma anche della città, del paese, della frazione, anche perfino della casa. E con passione sostengono la superiorità dei loro prodotti locali e dei loro piatti. È per questo che mangiare in giro per l'Italia è un piacere continuo. Un piacere che sta nella diversità, non nell'omogeneità. Chi ha voglia di mangiare le stesse cose dappertutto? È noioso. E' proprio il segno di quella banalità globale e della mediocrità che McDonald's incarna. Nessuno sano di mente può vedere McDonald's come una forza del bene nel mondo o un rappresentanza delle soleggiate vette della gastronomia".
Indubbio che Matthew Ford conosca il nostro paese e vada dritto al punto: la nostra ricchezza e la nostra identità stanno nella diversità, a partire dalla gastronomia.
Sembra altrettanto indubbio che tali forti identità non vengano riconosciute da chi fa dell'identità una bandiera: come la Lega ed il suo ministro, che non ha mancato di rispondere al giornalista apostrofandolo come "stalinista che abbaia alla luna", "un tipo dalla sterile morale ortodossa, con il portafolgio pieno e la coscienza leggera".
Non so se Zaia riuscirà a convertire gli infedeli di sinistra, ovvero il guardian e gli inglesi, ma forse una risposta più sobria e più motivata, ci avrebbe spiegato perchè valga la pena sostenere McDonald e non piuttosto "il patrimonio unico del prodotto artigianale italiano".

Portafoglio pieno o vuoto, senza spargere ideologia, io continuo a preparare il cibo e a cucinare. Non disdegno il supermercato, ma preferisco il mercato e considero le molte culture gastronomiche di Londra una grande occasione di confronto e "mescola". Tutto questo penso che sia, tra l'altro, molto italiano.
(Comunque i bimbi divorano i toast e vi dirò che a me, a parte l'estetica, non dispiacciono affatto... sarà la fame... mi viene in mente quando da ragazzo aprivo il frigo e costruivo panini con i resti di quanto cucinato in giornata!)
Buoni appetiti settimanali.
Il fra

giovedì 4 febbraio 2010

London Fields


"Questa è una storia vera, ma non riesco a credere che stia veramente accadendo. E' la storia di un omicidio. Non riesco a credere alla mia fortuna. E' anche una storia d'amore (credo), la cosa più strana che poteva acccadere in questa fine di secolo ed alla fine di questo giorno maledetto.
E' la storia di un omicidio. Non è ancora accaduto. Ma accadrà. (Meglio così). Conosco l'assassino, conosco la vittima. Conosco l'ora, conosco il posto."
E' l'inizio di London Fields, di Martin Amis, scritto nell'ottantanove e ambientato in una Londra di fine millenio.
Non male vero? il libro scorre improbabile e reale, forse anche un po' bulimico...
London Fields è un parco ed anche un'area di Londra, nel vibrante Est, quello del distretto di Hachkney. Al parco si può arrivare percorrendo Broadway Market street dal Regents' Canal, magari di sabato in occasione del mercato... gustando al numero 4 una pie da F.Cooke's pie and mash shop.
(Il libro di Amis è stato da poco pubblicato da Einaudi come London Fields, dopo l'edizione Mondadori dal fuorviante titolo Territori Londinesi)

mercoledì 3 febbraio 2010

Jacopo, la fantasia e il menu

La mente dei bambini deve essere un posto stupendo. Pieno di immagini, fantasie, mondi e dimensioni che noi grandi non conosciamo più. Basta osservarli, ascoltarli, annusarli, per capire che nascondono dei segreti incredibili. E questo mi viene in mente anche pensando a Jacopo, che frequenta contento un asilo inglese in cui non capisce una sola parola che gli viene detta. Ma non solo. Non capisce neanche di non capire (cosa che invece, ovviamente succede a Matilde). E allora lui interpreta come riesce la sua realtà, con fantasia e buon umore. E quando, tornando a casa, gli chiediamo cosa ha mangiato per pranzo, lui risponde attraverso l'unico strumento che ha, le immagini fantastiche della sua mente. E così il suo menu è fatto un giorno di serpenti, un giorno di montagne e acqua e un altro di pasta con le punte...e io e il fra a scervellarci a capire che cosa avrà mai mangiato 'sto ragazzino...

martedì 2 febbraio 2010

Harun Farocki, parte II°


Ero rimasto al cappotto verde che indossa Monica Vitti in Deserto Rosso... indirettamente il lavoro di Farocki guarda ad Antonioni, nel montaggio dei video forse. Proseguo la visita nella sala di fianco, mi siedo e guardo: sulla parete bianca due video affiancati mostrano le tecniche di costruzione dei mattoni in Burkina Faso ed India, Francia e Germania e mettono così a confronto, per immagini, il mondo industrializzato, con quello comunitario e meditativo dei paesi del cosiddetto terzo mondo.
I mattoni diventano simbolo del confronto, penso "non male" e l'estetica dei video è strepitosa, Farocki deve qualcosa ad Antonioni.
Mi ributto in strada, nella pioggia, poi entro da Tesco e cerco avido un pacchetto di patatine.
Le patatine mi tirano decisamente su di morale anche quando mi fanno male i capelli.

lunedì 1 febbraio 2010

Take it Easy

Lunedì sera, senza ragione, Cristiana corre veloce al treno e si sloga una caviglia. Arriva a casa e da vera scout resiste al dolore... mentre la caviglia si gonfia, diventa nerastra, poi rossastra con venature viola, poi blu, diventa impossibile camminare. Le tocca rinunciare al liceo per un giorno, anzi non si muove per un'intera settimana... ...complicazioni dunque perchè il fra ha iniziato un lavoro nuovo (dal lunedì al venerdì da mezzogiorno alle cinque), che male si incastra con gli orari di uscita dei bambini da scuola, tanto più che Cri non può camminare e andare a prenderli. Intervengono nell'ordine: Riccardo, la mamma di Lari, Jason, la mamma di Steve. Una sera della settimana poi il Fra infagottato, di ritorno dal lavoro, va a prendere la Mati a casa di Steve, che abita a due passi da Troutbeck road. Apre la porta Jill, mamma di Steve e studentessa quarantenne: il Fra viene introdotto con un sorriso in un piano seminterrato, dall'altezza poco regolamentare, arredato con personalità, cagnolino bisbetico, due figli, di cui uno, Steve appunto, a maniche corte scorrazza tra la casa ed il giardino inseguito dalla Mati e da altri due compagni di scuola. Mati chiede al Fra di restare per cena. Jill dice che non c'è problema, che anzi fa due cose da mangiare e che pensa lei a riaccompagnare la Mati, chiede se Cristiana ha bisogno di una mano, e tranquillizza il Fra (immobilizzato dal caos e perduto in mille scuse) su la vita presente passata e futura, con un semplice e molto inglese: take it easy. Jill porterà a casa Matilde, munita di un ombrello perchè in corso una persistente pioggia . La favola dimostra che i bambini in maniche corte sono in salute e che nella vita basta poco per cavarsela con leggerezza.
(PS: la foto è di un pub vicino a casa nostra...con la scritta take courage a incalzare il passante sconfortato)