mercoledì 20 ottobre 2010

Moon Tiger, Penelope Lively

Io passo quotidianamente dalla prima alla terza persona.

Non solo perché immagino me stesso parlare ed agire in modo altro rispetto al (tempo) presente, ma soprattutto perché osservo agire. 
Guardo le persone nel tempo presente, le vedo muoversi, come in un racconto; intendo tutte le persone. Mi viene naturale, metto tutto e tutti dentro un racconto che si srotola davanti a me sul momento o che infilo dentro altri luoghi ed altre storie. 
La realtà è per me qualcosa di relativo, al contempo qualcosa di creativo, fantasioso. Insomma non è reale, è una concentrazione di atomi della percezione, dell'immaginazione, della fantasia; la realtà si svolge, ma gli svolgimenti sono infiniti. 
Insomma sono un Epicureo sulla carta e nella testa; che io non abbia mai sopportato Platone e che trovi Socrate un chiacchierone (diciamo un eroe platonico) è cosa nota.

Per evitare che la premessa sia più lunghe dello svolgimento vado al sodo: Moon Tiger di Penelope Lively è la storia di Claudia Hampton, una donna di 76 anni che sta morendo in ospedale, lì riceve i parenti e gli amici e da lì racconta la storia della sua vita di giornalista in Egitto durante la seconda guerra mondiale, di scrittrice, di madre e di amante.

La vita di Claudia è raccontata da Claudia stessa, poi in terza persona, ma da punti di vista diversi... il fratello,  la cognata etc. Alcune pagine sono fulminanti e lucide.
Lisa, la figlia, va a trovarla in ospedale e Claudia:  
Quando Lisa mi viene a trovare parla con me di cose mondane, sta bene attenta a non mostrare alcuna passione. Mi parla del tempo, di come stanno i figli, delle partite a cui assiste. 
Finge che quello che mi sta accadendo non mi stia accadendo, evita di esprimere qualsiasi dissenso: non si litiga infatti con una persona nelle mie condizioni. Mi accorgo del suo atteggiamento, ma vedo che non c'è alternativa. Mostrare la propria natura non è cosa da Lisa; ha il diritto di comportarsi così. Amo Lisa, l'ho sempre amata, a modo mio; il problema è che lei non l'ha mai capito. Non la biasimo; voleva una madre diversa da me. Il meglio che posso fare ora e comportarmi in un modo che a lei sembri almeno decente. E la decenza consiste nel lasciare le cose non dette, ignorare l'inevitabile, dedicarsi ad argomenti superflui....".

Non so quanto abbia senso citare, ma non è un fior da fiore. Se la figura dell scrittrice borghese ma libera è un topos, la narrazione invece è commovente e sincera, mi viene da dire laica.
Le ultime pagine sono una lezione di tecnica narrativa, anche emozionanti.
In italiano è tradotto con Incontro in Egitto, per i tipi di Guanda, leggendolo si scopre il perché del titolo, Moon Tiger*. Titolo che al libro dà molto più significato che Incontro in Egitto.
*Una interpretazione del testo qui.

Nessun commento:

Posta un commento