domenica 24 ottobre 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 32.10

The Spycatcher effect è l'effetto vendite di un libro o di un film che è stato bandito o sottoposto a censura. 
Il due novembre del 1960  l'assoluzione de Lady Chatterly's Lover (della casa editrice Penguin, l'autore, D.H. Lawrence, era morto da tempo) dall'accusa di oscenità procurò al libro un'incredibile fortuna: nel giro di tre mesi le copie venute furono circa tre milioni.
Per alcuni studiosi di costume fu questo processo, consumato all'Old Bailey (la corte penale londinese) a dare inizio alla liberazione sessuale e dei costumi nella società britannica: poco dopo vennero i Beatles, la minigonna di Mary Quant, ma anche l'introduzione dell'aborto, la legge sul divorzio, la depenalizzazione dell'omosessualità. Il tutto per effetto di un libro e della (tentata) censura.

In realtà Lady Chatterly's Lover uscì per la prima volta in Italia nel 1928; Lawrence si trovava in Toscana per guarire dalla tubercolosi, nel frattempo la moglie amoreggiava con un Tenente dei Bersaglieri, che divenne poi il suo terzo marito. Il romanzo trae ispirazione dunque da un fatto vissuto da Lawrence, che la malattia rendeva probabilmente impotente. 
In mille copie, siglate da Lawrence stesso, il libro venne dunque pubblicato nell'Italia fascista, sua la copertina: una fenice che spicca il volo da un nido in fiamme.
Lo stampatore della Tipografia Giunti di Firenze, messo in guardia sul contenuto del libro, rispose «Oh! Ma se son cose che noi si fanno tutti i giorni!». La censura fascista aveva altro a cui pensare.

Mondadori pubblicò l'opera nel dopoguerra (non senza difficoltà e qualche interpellanza parlamentare) ed una copia finì tra le mani di mia madre, insegnante di scuola materna ed accanita lettrice.

Il libro è in qualche scaffale a Veruno: con il senno di poi e con  un consumato gusto del proibito posso solo immaginare che significato potesse avere per una donna nata negli anni trenta la lettura di un romanzo che parlava di un tradimento, anzi di una storia di amore tra una (nobil)donna e un guardiacaccia. 

Una volta la sentii raccontare che rimase turbata dalle chiappe di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi: il clamore attorno al film fu incredibile (siamo nel 1972) e non solo per quelle celebri natiche (una breve apparizione comunque); fu probabilmente il protagonista e la nomea del film ad attirare al cinema mia madre. 
Le mie chiappe rosee di neonato non reggevano il confronto con quelle di Brando; la consuetudine della maestra d'asilo si infranse sul grande schermo, che (per così dire) con le immagini amplificò anche l'immaginario. Il tabù insomma fu infranto.

Ultimo Tango venne letteralmente messo a rogo (con sentenza della Cassazione del 29 gennaio 1976),  poche copie sopravvissero fino alla riabilitazione del 1987.
La mia prima fu negli anni '90: ricordo i colori del film, la fotografia di Storaro, Parigi morente, attori dagli sguardi lividi come i quadri di Lucien Freud. 

Bonjour Tristesse poi era uno dei film preferiti da mia madre; qualche settimana fa al BFI di Southbank ho finalmente visto la pellicola di Preminger  in una rassegna dedicata all'attrice scozzese Deborah Kerr: recitazione impeccabile, languori da Costa Azzurra, alta borghesia anglo parigina, l'eleganza di David Niven... Juliette Greco che canta Bonjour Tristesse.

Mi accorgo che più cerco di conoscere mia madre attraverso le sue letture ed i suoi film, in realtà moltiplico le domande su di lei. Una ricerca senza scopo, ma per me interessante.
Forse era la curiosità, il gusto del proibito, forse il disincanto e la malinconia, forse ricordi così personali da richiedere il pudico schermo di un libro. Non lo so. 

Ora che la sovrappongo agli sguardi di mia figlia e la cerco nella letteratura di quegli anni, la immagino in una domenica di settembre, le sue dita lunghe, sfogliare L'Amante di Lady Chatterly, seduta su una panca nell'aia piena di ortensie... lontano nei boschi, a puntare i fagiani, gli spari della stagione di caccia, appena agli inizi.
Il fra

1 commento:

  1. La mia non vuole essere assolutamente una provocazione, ma solo uno spunto di riflessione per tutti coloro che leggono questo blog. Quando ci viene a mancare una persona cara (e non mi riferisco solo alla morte)cominciamo a farci molte domande su di essa e scopriamo il più delle volte che la conoscevamo ben poco. Ciò nonostante continuiamo imperterriti, per una sorta di "decenza" a non porci delle domande sulle persone che ci stanno vicino e che incontriamo tutti i giorni. Più gli altri sono "asettici" , meglio gestiamo il rapporto o il non rapporto. i problemi degli altri ci infastidiscono, le gioie degli altri ci provocano invidia, le loro emozioni profonde...preferiamo non conoscerle. Così in mezzo a alla "comunicazione globale di massa" , ognuno è solo con se stesso .
    Non parliamo poi dei contatti fisici, un abbraccio è una cosa "out" , ci si deve toccare il meno possibile , quando invece io sono convinta che il contatto crei una sorta di passaggio emotivo , di energia data e ricevuta.
    Volutamente non traggo delle conclusioni. Mi piacerebbe conoscere il parere di altri in proposito.
    Grazie Francesco
    un bacio

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