martedì 5 ottobre 2010

Day 2, Tel Aviv, India e Ramallah

Rafram sta lavorando ad un progetto di residenza artistica nel sud di Israele e mi ha chiesto di dargli qualche consiglio. Ci diamo appuntamento da Sonya, una piccola oasi di verde e tranquillità a pochi passi dalla King George Street, una delle strade centrali più trafficate di Tel Aviv.

Discutiamo del progetto e della possibilità di portare artisti internazionali, israeliani e palestinesi ad esplorare una delle zone più industrializzate del Paese e a lavorare con imprenditori locali, per lo più fabbricanti di cemento - che  come una forza malefica sta occupando tutta la Holy Land a discapito di antiche architetture più organiche in pietra bianca.

Tel Aviv è una città nuova, fatta di palazzi e grattacieli di cemento che pian piano si stanno sgretolando a causa dell'umidità e della salsedine che sale dal mare. Non è bellissima, eppure Manu-pedia - così soprannominato per la sua puntuale conoscenza di tutti i dettagli storici, geografici e architettonici della Holy Land - ci fa scoprire la Tel Aviv del Bauhaus.
Decine di edifici  modernisti costruiti negli anni Trenta da architetti europei che rappresentano oggi l'unica architettura veramente interessante della città.

Lasciamo Tel Aviv a bordo di un minibus diretto a Gerusalemme. Chiediamo all'autista se può portarci a Damascus Gate nella parte est (quindi palestinese) da cui partono i bus per Ramallah... ci guarda come avessimo chiesto di guidarci all'inferno e ci scarica al primo incrocio.
Scopro che la Palestina per gli israeliani non è solo il nemico, ma soprattutto un'entità oscura, un vuoto di conoscenza sotto qualsiasi aspetto.

Rafram mi racconta di una sua amica artista che ha fatto un lavoro intervistando israeliani sulla direzione da prendere per andare a Ramallah da Gerusalemme. Nessuno ne ha la minima idea eppure la capitale dei Territori Palestinesi è letteralmente dietro l'angolo, a quaranta minuti di bus, un check-point e un muro di distanza. Praticamente lo stesso agglomerato urbano.

Lasciamo Gerusalemme in tre, io Bea e il Manu. Raggiungiamo la guest house della Qattan Foundation - l'istutuzione culturale con cui ho collaborato per dieci anni e che ospita Bea e Rachela  mentre stanno lavorando alle fasi iniziali del nostro progetto - in quattro.
Sul bus conosciamo Prakash, un ragazzo indiano, nato in Canada, cresciuto a Los Angeles che sta studiando medicina a Beersheva, in Israele.
Ci dice che ha deciso di venire a visitare la West Bank nonostante tutti gli abbiano detto che era 'pericolosa' e ci chiede se conosciamo un posto dove dormire. Ramallah non è 'pericolosa', ma certo un posto pulito ed economico dove passare la notte non è facile da trovare e Bea lo invita a stare con noi.

Con pochissimi Schekel festeggiamo il nostro arrivo nella West Bank con una cena luculliana a base di Hummus, Foul (una versione sofisticata di Hummus), formaggio fritto, Babaganush (a base di melanzane), insalate arabe e tahine.
Qui la relazione tra qualità e prezzo è inversamente proporzionale. Meno paghi più il cibo è buono!

** Ecco alcune immagini.

3 commenti:

  1. mi viene spontanea una considerazione: il mondo occidentale sta cercando , forse inutilmente di aiutare questi due popoli a convivere nella pace - se anche il mondo musulmano facesse la stessa cosa e non fomentasse continuamente l'odio che già e' grande , forse si arriverebbe a una soluzione. o no?!

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  2. esatto...
    non consideriamoli stinchi di santi!
    bomba tirata ;-))
    baci paoloc

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  3. Indubbiamente il torto non è mai da una parte sola. Ma io non mi occupo di politica internazionale, mi limito a raccontare quello che ho visto e provato. Ho tanti amici israeliani quanti palestinesi ma non ho mai sposato la causa di nessuno e non intendo farlo neppure ora. Credo però che purtroppo quella guerra faccia comodo a tanti, e che come sempre siano le persone e in generale i più deboli a soffrire, donne e bambini su tutti. Certo gli israeliani che non sanno dov'è Ramallah non sono ignoranti, sono solo vittime anche loro di un sistema che sa che solo creando zone di vuoto cognitivo e relazionale può mantenere lo status quo della guerra. Infatti penso che il vero progetto 'rivoluzionario' sarebbe quello che mette in connessione i due mondi, solo che per ora è assolutamente impossibile realizzarlo.
    (E se leggerete l'ultimo post della serie capirete perchè....)

    Pubblicando questi post non intendo polemizzare o provocare nessuno, ma solo raccontare e diffondere un po' di 'conoscenza' diretta seppur mediata dalla mia esperienza personale.

    cri

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