domenica 20 giugno 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 21.10

Un intervento di Enza Reina da Torino.

Le case sotto la collina


Il 20 giugno si celebra in tutto il mondo la giornata del rifugiato*

Ai piedi della collina torinese, superato uno dei tanti ponti, c'è un quartiere dove l'età media, si aggira, senza esagerare, intorno ai settanta anni.

D'estate questa realtà appare in tutta la sua nitidezza e puoi notare in modo lampante la differenza tra i vecchietti accompagnati da badante, spesso signore un po' rotondette di origine asiatica o sudamericana, dagli occhi scuri e lo sguardo dolce, e quelli che da soli arrancano con bastoni, ramponi, girelli o sedie a rotelle, dribblando le numerose barriere architettoniche che costellano il cammino per raggiungere la bottega delle signorine che vendono beni di prima necessità con i prezzi da gioielleria.

Il quartiere è molto bello, al punto che io ci vivo da oltre sei anni.

Alle spalle c'è la collina con le sue ville; di fronte, le vie piccole e silenziose come quelle di un paese che portano giù verso il fiume.

Ci sono dei bei palazzi nel mio quartiere, molti sono proprietà di enti religiosi.

Il quartiere è così grazioso che, a parte i vecchietti, spesso sembra quasi disabitato.

In sei anni e passa di residenza non ho mai letto la convocazione di una riunione della Circoscrizione, ho visto incontri indetti per la raccolta differenziata bellamente disertati e, a parte le note di liscio che arrivano dal parco in qualche domenica d'estate e che invitano (chi ce la fa) a svagarsi nel ballo a palchetto, non credo di aver memoria di qualche iniziativa di animazione o coinvolgimento della comunità residente.

A partire dalla scorsa estate, invece, c'è stato fermento nel mio quartiere.

Persino i giornali hanno parlato del nostro silenzioso borgo.

Un giorno sono arrivate anche le telecamere e la gente che non avevo mai visto prima è sbucata chissà da dove per protestare, organizzare un comitato e far sentire la propria voce.

Il mistero è stato immediatamente chiarito.

Un caserma risalente alla fine dell'800 (e tristemente ricordata come luogo di tortura in periodo fascista), inutilizzata da decenni, è stata finalmente destinata a ospitare un numero imprecisato di richiedenti asilo, in maggioranza somali, trasferiti da un'altra sede chiusa per necessità di ristrutturazione.

Ricordo, giusto per tenerlo a mente, che sull'italico suolo, grazie alla non-legge che dovrebbe disciplinare la condizione di chi esercita l'inviolabile diritto di richiesta di asilo, chi ha la “fortuna” di trovarsi in questa situazione viene catapultato in un limbo di durata imprecisata.

Durante l'attesa il richiedente non può, infatti, svolgere nessuna attività lavorativa, ma, a fronte di un simbolico sussidio, dovrebbe vedersi almeno garantita la possibilità di usufruire di un rifugio e di una mensa oltre ad avere la possibilità di riempire il tempo che lo separa dall' “esame”** sulla storia della propria vita frequentando dei corsi di formazione e lingua.

L'arrivo dei rifugiati somali, etiopi e sudanesi è stato in grado di infiammare animi e coscienze, farmi ricevere richieste preoccupate dai padroni di casa che nascondevano il panico di un deprezzamento generalizzato del real estate, generare capannelli davanti al negozio del panettiere dove improbabili madame accompagnate da maschietti di qualche anno più giovani e dai polpacci tatuati si domandavano disperate come sarebbe cambiata la situazione dei parcheggi in zona (si, avete letto bene, dei parcheggi; immaginandosi forse l'arrivo di profughi automuniti).

Alla fine i somali sono arrivati***, mi capita spesso di incontrarli alla fermata del 56 quelle volte che mi ritrovo ad aspettarlo all'alba o al ritorno la sera.

Le donne sono folkloristicamente avvolte da stoffe in tinta unita ma coloratissime. Da qualche tempo una o due hanno anche dei fagottini più piccoli in braccio, mentre i ragazzi, in particolare uno, sul bus, lo sento spesso cantare, anche se è uno dei pochi passeggeri a non aver l'iPod.

E' un gran peccato che in una zona cosi prestigiosa si metta a rischio il grado di civiltà raggiunto.

Me lo domando anche io, spesso, tutte le volte che uscendo di casa devo scansare con agilità e scioltezza le enormi cacche di cane che ritrovo quotidianamente sui marciapiedi.

La Reina

*”chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”. Art 1 – Convenzione di Ginevra, 1951

** Per offrire un'idea in merito alla “snella” procedura prevista dal nostro ordinamento in merito al riconoscimento dello status di rifugiato, rimando direttamente al testo di legge.

***E in realtà proprio tra qualche giorno (30 giugno), a distanza di un anno, si ritroveranno esattamente nella stessa situazione. Qui gli aggiornamenti.

Nessun commento:

Posta un commento