domenica 6 giugno 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 19.10

Una casa bianca in cima alla collina, attorno edifici in cemento vuoti, nessuno in giro. Fa molto caldo e c'è polvere. La casa è enorme, gli arredi e la cucina sono trascurati, alcune stanze vuote: un figlio è in Cina, due stanno per partire per gli Stati Uniti, il maggiore fa l'avvocato nello studio del padre a Gerusalemme.
Lei, Neda, rimane in casa tutto il giorno, non ha senso uscire: si fa portare la spesa a casa da qualcuno dei suoi.
"Mia madre era in ospedale per qualche giorno... l'ospedale non è tanto lontano da qui, ci andavo a piedi... ma è dall'altra parte del muro... ogni volta mi facevano il controllo... i soldati donna soprattutto, talvolta era sempre la stessa e mi conosceva... mi dovevo spogliare e aprire la borsa... io avevo sempre le stesse cose con me... le dicevo: potrei essere tua madre, ma non serviva, non serve".
Da quando c'è il muro, il marito di Neda non torna più a casa per la pausa pranzo. A causa dei controlli al muro potrebbe perdere troppo tempo e non tornare in ufficio al pomeriggio.
Il muro è in fondo alla collina, taglia una strada principale in due corsie, di qua Palestina, di là Israele: quella che una volta era un'arteria trafficata con numerosi negozi che si affacciavano sugli ampi marciapiedi, uno di fronte all'altro, ora è una strada di due periferie. Di notte i lampioni in cima al muro sono accesi solo da una parte, quella israeliana.

Di giorno quest'area della West Bank sembra un cantiere a cielo aperto, un paesaggio alla De Chirico, vagamente metafisico, se non fosse per la disperata decadenza che questi palazzi non finiti mostrano.
Shadi mi dice: "Chi vuoi che venga qui? e che senso ha tornare qui a vivere? Loro stanno già comprando tutto e gli estenuanti controlli che facciamo tutti i giorni servono solo ad esasperarci ed a farci sentire stranieri... questa terrà sarà loro tra un po'... che valore credi abbia la casa dei miei genitori ora? non vale un cazzo! e se la compreranno loro...".
Il muro non è un confine, è una barriera di cemento armato, non è un tracciato lineare, ma si insinua irregolare sul territorio: i check point sono innumerevoli e rendono impraticabile ai palestinesi l'accesso a luoghi, servizi, università, ospedali.

Shadi
ha il passaporto israeliano ma è palestinese, dettaglio che lo rende un cittadino discriminato: la faccia da cammello che si ritrova lo identifica talmente che quasi ad ogni controllo viene fatto scendere dalla macchina, lasciato in mutande, tempestato di domande, il tutto mentre la macchina viene sollevata con il crick ed ispezionata. Gli altri soldati a guardare con un fucile in mano... inutile fare niente, inutile conoscere la lingua ebraica, inutile dire che stai accompagnando all'aeroporto un amico europeo.

Ogni qual volta sento parlare di Medio Oriente, ricordo quei giorni in Palestina: i controlli a cui dovunque eravamo sottoposti, le domande indiscrete, i tempi di attesa e le storie che ascoltavo e l'odio che vedevo e sentivo attorno a me... era un odio provocato, una cosa ben oltre le più elementari ragioni di sicurezza: era discriminazione pura! era la più elementare violazione dei diritti individuali.
Non era solo "togliti le scarpe", era "perché indossi le scarpe?!"; non era "mostrami il passaporto" era "che cosa ci fai tu qui (con un palestinese)? dove sei andato? che posti hai visto? eccetera.
Non possiamo immaginare cosa sia tutta quella pressione psicologica che c'è dietro un controllo quotidiano, un'ispezione fino su, su, dentro il buco del culo ogni volta che si esce di casa non per andare chissà dove ma per raggiungere l'università, l'ospedale, il mare, posti che sono a due passi, dietro o vicino a casa tua.

Tutto questo è apartheid (non so coniare un'altra parola), e, per quanto mi riguarda, non ha nulla a che vedere con l'antisemitismo o con qualsivoglia pregiudizio.
Gaza è un ghetto (attenzione!), una prigione a cielo aperto, e la West Bank è già oggi una terra di conquista ed un giorno sarà terra di Israele, perché questo è l'obiettivo: rendendo impossibile la vita ai palestinesi, Israele sta lentamente conquistando la terra palestinese.
Lo Stato ebraico controlla l'afflusso dell'acqua, controlla il fabbisogno elettrico, controlla le merci in uscita ed in entrata dalla Palestina e nel caso di Gaza attua un embargo quotidiniano e raziona a piacimento i beni di prima necessità.
Quanto accaduto alla flotilla in rotta verso Gaza è ahimè solo un tragico risvolto di una storia complessa e articolata che non ha soluzione.
Che fare? Boicottare i prodotti israeliani, come sui quotidiani inglesi invitano le pubblicità di Palestine Solidarity Campaign, o continuare a leggere ed informarmi, nel mio privatim?

Qualche settimana fa è uscito un articolo del Guardian su un vecchio accordo per la fornitura di armi nucleari tra Israele ed il governo sudafricano; siamo nel settantacinque, in pieno apartheid.
A firmare quell'accordo fu Simon Perez, allora ministro della difesa, premio nobel per la pace ed attuale presidente di Israele. La coincidenza mi colpisce. Nessuno è innocente.

Penso che questa guerra non finirà mai perché la politica, l'economia, la cultura, la vita quotidiana dello stato di Israele si fonda sulla lotta contro la Palestina, contro i Palestinesi, contro quello che sono e rappresentano.
Sic.Il fra
*Un po' di articoli dietro quanto scritto: La Nierestein su Il Giornale, l'Annunziata su la Stampa, Panebianco sul Corriere e, tra gli altri, un fondo dell'Observer.

2 commenti:

  1. ciao fra
    dio mio che tristezza.....
    pensare che di persone come shadi ,malki ...ce ne sono tante ..tantissime e che tutti i giorni debbano vivere una realta come quella,non puo lasciarci intatti dentro...forse perche ho avuto la fortuna di conoscerli e quindi sento col cuore e non con le orecchie le notizie che arrivano da quella triste parte del mondo.
    sembra un campo di concentramento,i nazisti hanno divise diverse e parlano un'altra lingua,forse odiano e disprezzano in modo diverso ma il pensiero di pulizia etnica è lo stesso.
    povera gente.......
    pietro

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  2. thanks per la realtá che hai narrato ... per esperienza diretta confermo e sottoscrivo tutto!
    aimé i palestinesi non sono il vero target, la situazione é molto + complessa ... i palestinesi sono semplicemente vittime di un plot internazionale. Quando si dice "al posto sbagliato nel momento sbagliato"!.
    alcuni link per chi abbia voglia e tempo (sembra che la mancanza di tempo sia un comune denominatore dell´uomo contemporaneo - chissá quando capiremo che é proprio la condizione in cui ci vogliono far vivere, cosí da non lasciarci osservare e pensare al mondo che nutriamo con la nostra energia/fatica).

    www.alanhart.net/ - giornalista che per anni ha seguito gli eventi del conflitto
    www.normanfinkelstein.com - figlio di sopravvissuti all´olocausto ed autore del "mercato dell´olocausto"
    Noam Chomsky puó aiutare a capire
    un buon sito é anche http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=CUN20100605&articleId=19568
    un abbraccio a tutti e inshallah
    beatrice

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