domenica 14 marzo 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 07.10

Dalla lettura dei libri di storia al liceo non mi sembrava chiaro se l'Italia avesse o meno vinto la seconda guerra mondiale; l'argomento semplicemente si evitava, forse perchè le opinioni se espresse diventavano immediatamente "politiche". Credo sia così anche adesso.
Noi italiani, diversamente dagli inglesi, non riusciamo ancora ad affrontare senza acrimonia o senza sberleffo il nostro passato, anche quello più recente; non riusciamo forse a mettere a confronto le nostre opinioni con quelle altrui, tendiamo piuttosto a coltivare, per comodità, stereotipi, il più delle volte senza approfondire.
Questo alla mia generazione è certamente accaduto sui banchi di scuola. Il problema è che ora siamo sulle cattedre, cioè tocca a noi educare...
Sull'argomento però lascio la parola ad Alberto che vive, lavora e fa il padre a Vicenza:

"Ci sono delle frasi che lette in mezzo ad un trattato di filosofia scivolano via come un treno che osservi al passaggio a livello.
Poi quelle stesse frasi ascoltate in un certo posto, ad una certa ora del giorno o della notte, pronunciate da quella tale persona, ti si stampano nel profondo a metà tra pancia, cuore e cervello.
A me è capitato per questa frase "tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere".
Letta così può benissimo essere intesa come una frase estrapolata da uno di quegli autori che nell'ultimo anno di liceo vengono solo enunciati, perché ormai la maturità incombe. Non mi susciterebbe particolari emozioni o moti di coscienza, come il "You are what you eat", più materialista e sicuramente più vicino al pensiero del Fra.
Ma capita che questa frase "tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere" mi coglie del tutto impreparato e vulnerabile, al culmine emotivo della visione del film "L'uomo che verrà". Spero che abbiate il modo di recuperare questo film: rigoroso, epico e originale nel raccontare la radice amara della nostra storia recente.
Questa frase viene pronunciata da un ufficiale delle SS in risposta ad un prete che chiede conto dello sterminio di Marzabotto, appena consumato.
Viene pronunciata con una certo tono di fatalità e di compiacimento, come a dire: "a voi hanno insegnato ad essere vittime, a noi hanno insegnato ad essere carnefici". Non è una giustificazione: "me lo hanno ordinato"; non è un insulto: "crepate comunisti partigiani", non è un'ammissione della intrinseca crudeltà della guerra. Ma è la radice del problema.

Che cosa ci hanno insegnato ad essere (o a non essere) e che cosa stiamo insegnando ad essere (o a non essere)?
Il nazismo è riuscito ad insegnare ad estese generazioni ad essere carnefici. Ma non sono così sicuro che le generazioni successive siano riuscite ad insegnare a non essere carnefici.
Possiamo pensare che chi è stato educato ad essere carnefice sia stato in grado di educare i propri figli a non essere carnefici? Forse è per questo che si dice che le colpe dei padri finiscono per cadere sulle spalle dei figli: perché l'educazione che abbiamo ricevuto, come il nostro genoma, in buona parte trapassa ai nostri figli, sia attraverso quello che diciamo, sia attraverso quello che non diciamo.

Forse allora è meglio togliere di mezzo qualsiasi pretesa educativa e cercare di ripartire da zero, come nel film: il neonato miracolosamente sopravvissuto alla strage viene salvato, accudito e aiutato a crescere da una bambina che ha scelto di non parlare.

Le mie sono forse le paranoie di un padre che si avvicina pericolosamente alla quarantina, il film è molto altro, molto di più: potrei raccontare dei calanchi di Tiola che si vedono nel film, oppure potrei raccontare della stufa (il totem dei film di Giorgio Diritti) e del filo diretto con Melville... ma qui è tardi, Vicenza non è mica Greenwich! Mi gò da andè a lavurà!"

Alberto M.

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