domenica 28 febbraio 2010

L'Ora del Meridiano di Greenwich 05.10


Correva l'anno millenovecentonovantotto.
Puntando un hawker, cioè una bancarella ambulante, al centro di Londra, precisamente a Covent Garden, mio cognato (il Manu per chi lo conosce) voleva fare il brillante e decideva di offrire la jacked potato a sua sorella e due amici: totale sedici sterline, a quei tempi quasi sessantamilalire, ovvero la disponibilità mensile per gli svaghi del nostro, che comunque inghiottì signorilmente tutto, patata compresa.
Correva l'anno millenovecentodue. L'incoronazione di Re Edoardo VII coincise con l'introduzione del tubero più adatto allo scopo; da allora la patata prende il nome dal sovrano: bianca, tendente al rosa, di forma ovale e di consistenza farinosa (del sapore della castagna, aggiungo io).
La patata ha a che fare anche coi cattolici: il cinque novembre si festeggia la Guy Fawkes Night o Bonfire Night, la celebrazione della mancata esplosione del Parlamento inglese ordita da un complotto cattolico all'inizio del sedicesimo secolo di cui Guy Fawkes è il capo "golpista"; la jacked potato era uno dei cibi più consumati dal popolo in occasione della ricorrenza.
Sulle tavole del meridiano zero, nelle mense scolastiche, nei ristoranti, agli angoli delle strade e da poco anche a Troutbeck Road, ancora resiste e persiste questo ipercalorico piatto unico!
Morbida dentro e croccante fuori, la King Edward viene estratta fumante dal forno, incisa la pelle, vi si scoglie sopra un pezzo di burro, una grattata di cheddar ed una cucchiaiata di fagioli; consumatane una metà si è quasi sazi e si è pronti per fare la guerra o ubriacarsi; un vero cibo maschio e complottardo, un corpo a corpo con la terra e con il destino.
Se ne esce con un senso di vittoria, prossimi alla (ri)conquista delle Falkland (se ne sta riparlando tra l'altro), nel mio caso dell'Istria, la Dalmazia, Nizza e Zante (la Savoia no! e da noi non se ne parlerà mai).
Nel rapporto con il cibo qui vige la praticità a scapito della ritualità, per questo impazza l'abitudine del ristorante e la multiculturalità delle tavole.
L'inglese non va tanto per il sottile, è essenziale e somma gli ingredienti, non li cucina: patata-burro-formaggio-fagioli, come patata-tonno-mais...eccetera eccetera.
C'è dentro però la forza di un carattere nazionale e di popolo, almeno io ce la vedo e quando fisso una jacket potato so che soddisfa un mio istinto, so che è quello che appare, che mi sazierà e che mangiandola non parlerò del fatto che la sto mangiando (tranne alla mia tavola italiana dove ricorre l'episodio del Manu e discussioni su ingredienti e variazioni possibili!).
In un pezzo dei diari, sabato otto marzo del quarantuno, Virginia Woolf scrive che deve fare sua una massima di Henry James, cioè continuare ad osservare se stessa, le persone, il mondo e dice: "Occuparsi di qualcosa è essenziale. Ora con un certo piacere mi accorgo che sono le sette e devo preparare la cena. Merluzzo e salsiccie. Penso sia vero che si guadagna una certa padronanza sul merluzzo e sulla salsiccia, soltanto con lo scriverne. Oh sì! Conquisterò questa padronanza. Si tratta di lasciare che le cose semplicemente accadano una dopo l'altra. Ora dunque cuciniamo il merluzzo!"
Mi chiedo se davvero abbia finito anche col mangiare pesce e salsiccia per cena, strana combinazione, ma Londra era tempestata dai bombardamenti tedeschi e forse quello c'era.
Molto bello però il pensiero della scrittura che rafforza l'idea del cucinare solo scrivendone. Scrivere insomma fa venire voglia anche di cucinare.
Buona settimana.
Il fra
*Il diario della Woolf è pubblicato in Italia come Diario di una scrittrice, Virginia Woolf, Minimum Fax, 2005.
Non ho mai scollinato le prima venti pagine di Una gita al faro, ma i diari sono una lettura molto interessante, che dovrebbero fare gli uomini, ma che finiranno col fare le donne.

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