lunedì 25 gennaio 2010

Harun Farocki, parte I°














Consigliato da Cristiana, vado a vedere i video di Harun Farocki alla Raven Row Gallery, un edificio molto bello, a due passi da Liverpool Station. Piove piuttosto forte, il cappello mi protegge i capelli, quel tanto da non bagnarmeli e raggiungo il 56 di Artillery Lane in piena solitudine: la stazione, la metropolitana e tutto il va e vieni sembra lontanissimo. L'ingresso attutisce ancora di più, due ampi finestroni ed una porta inserita dentro due colonne, tutto in bianco. Due impiegati discreti dietro un tavolo quadrato mi salutano nella hall, la mostra è su due piani, a cui si accede da scale interne; si tratta di una casa signorile dai pavimenti in legno, dai soffitti alti, dai camini a visti; i video sono proiettati su pareti bianche, alcune paia di sedie davanti e qualche panchina. Lo spazio ha un effetto calmante ed invita guardare i video di Farocki.
Nella sala tre davanti ad una lunga panca ci sono 12 monitor appoggiati a terra uno in fila all'altro, mostrano contemporaneamente dodici sequenze tratte da dodici film diversi: scene di lavoratori che escono dalle fabbriche, dalla prima pellicola della storia, quella dei fratelli Lumière (1895), fino a Dancer in the Dark, film di von Trier del 2000. Nell'ottavo video, una Monica Vitti alienata percorre con il figlio piccolo i dintorni delle raffinerie di Ravenna, indossando un cappotto verde: Deserto Rosso, Antonioni, 1964.
Mi capita spesso di pensare alla lezione di estetica che, volontariamente o meno, un regista come Antonioni mi offre ogni volta che lo guardo: le immagini sono così potenti e chiare e contengono in un istante tanti o tutti i significati possibili che le parole non servono. Probabilmente neanche le mie.

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