mercoledì 8 luglio 2009

Candelo - Veruno e ritorno


















A Veruno non posso che ritornare ed è un verbo che non mi piace, ma vado con Matilde e vado in treno: candelosandiglianovergnascosalussolasanthià poi santhiàrovasendagattinararomagnanocureggioborgomanerocomignago, su un solo vagone che va a cherosene, frequentato da varia umanità e stranamente affollato. Il controllore ha quell'aria di vacanza addosso, si comporta come un passeggero qualunque: appena il treno ferma alla stazione, esce dalla cabina, percorre il corridoio arrivando fino alle porte a soffietto, forse fa anche il macchinista, non gliene frega niente ma con una certa buona volontà.
Il paesaggio mi sorprende: la linea del treno taglia le risaie, le cascine sono appoggiate, magneti attaccati al paesaggio. In mezzo alle domande di Matilde, al caldo della littorina che slitta sulle acque, attraversiamo la Sesia e da Romagnano inizia la macchia dei boschi. Guidando non mi sono mai accorto di quanto il paesaggio potesse mostrare una certa bellezza, l'essenza della stagione estiva che i campi di riso trasformano in un colore intenso: una fisicità che è solo della natura, un corpo che gli occhi toccano; poi i boschi che il treno separa fino ad interrarsi in una serie di brevi gallerie. Le colline del medio novarese non si vedono, ti soffocano della loro boscaglia, senti l'odore dei binari, l'arsura umida delle robinie e delle betulle. Vedi tratti di sentieri e qualche Fiat parcheggiata ma nessun casolare, qualche rivolo che s'appiana in una lama, guardando dal finestrino, all'ingiù; il fitto dei rami ti porta via la vista, ma lì dentro si consumavano orge contadine, sabba e carne da inquisizione: ne senti ancora le tracce. Oggi forse qualche vecchio bavoso o un cercatore di funghi fuori stagione, qualche anno fa le nigeriane adescavano i clienti (mai il contrario).

In queste frasche il significato di imboscarsi si è evoluto. Nella storia di questi luoghi e nella mia vita.

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