mercoledì 18 marzo 2015

That's all, Folks

Arriva il momento di chiudere un capitolo, perché le cose sono così chiare da sembrare compiute. 
Questo diario ha iniziato Cristiana sei anni fa esatti: l'idea era di raccontare la vita di una famiglia che aveva deciso di trasferirsi a Londra, la nostra. 

Il blog poi è diventato mio, ho imparato a scrivere* e ho capito tante altre cose, che sono appunto le righe e fra le righe del racconto.
Ma da qualche tempo mi sono reso conto che la mia vita non ha più bisogno e voglia di essere raccontata e descritta, ma piuttosto di essere vissuta senza più lo scrutinio di un occhio esterno, e questo almeno per un po'. 
Vivo lavoro studio e respiro qui e l'Italia mi sta vicina e lontana esattamente come la mente al corpo (o il corpo alla mente), così sedimentata che non serve raccontarla.

Questa città è diventata la mia e la nostra città, così grande da essere ancora e per fortuna invisibile ai nostri occhi, se non nei luoghi a noi familiari: la casa, il quartiere, i posti che amiamo e che frequentiamo per passione o per dovere. 
Qui vivono i nostri figli, che oramai hanno trascorso più vita qui che in Italia.


Sarà che vivo la condizione priviligiata e unica del ricercatore universitario e passo molto tempo con i libri, che chiedono discretamente di essere letti e capiti.

Sarà che i libri, la letteratura e la poesia mi sembrano oggi tanto necessarie quanto indispensabili per capire il mondo e per viverci meglio.

E oggi questi pensieri mi paiono di una lampante chiarezza.

Grazie ai venticinque lettori, grazie a chi ci ha sostenuto e letto durante sei lunghi brevi anni. 
Queste parole sono un abbraccio di riconoscenza, non un addio. Abbiamo tutti la vita davanti.

Fra

e appunto per non smentirmi... non da solo, ma in buona compagnia e ad intervalli irregolari scrivo qui, su fratyricon (ah il solito vanesio): fratyricon.wordpress.com

** come si impara a scrivere, amica mia?
 "A scrivere si fa così: si dorme un pochino
si resta in attesa con mani perfette vuote."
Mariangela Gualtieri

venerdì 13 marzo 2015

Darwinianamente Romano

Una domenica nel Kent, non Clark, ma nel countryside, ovvero qui sotto a mezz'ora di macchina: Londra si distende, poi lentamente sparisce e fa posto a paesi e paesini, in alcuni vivono i commuters, in altri impazzano i borghesi della seconda casa. 
O almeno così sembra, a giudicare dalle macchina parcheggia lungo le strade strette, anzi l'unica, di Downe.

Qui per molti anni, appena fuori il paese, in una casa vittoriana ha vissuto Darwin

Bella casa, non c'e' che dire, lui un ottimo padre di famiglia, aperto e poco tradizionale, dieci figli devoti, una moglie devota, la servitù devota, appunti sparsi dappertutto, un po' di ipocondria, i ricordi di un viaggio per nave intorno al mondo (dalla Patagonia alla Nuova Zelanda)... insomma il genio di solito ha un pessimo carattere, costui no. E sul fine vita, osservandoli in giardino ha scritto un trattato sui vermi. 

Un grande come lui, leggevo, avrebbe dovuto studiare boh chessò... e invece i vermi! 

tre sedie o una panchina nel corridoio che porta alla cucina, Darwin House, Downe, Kent

(i vermi forse, ma questo nessuno, nemmeno il suo pro-pro-nipote l'ha detto, perché il nostro Charles aveva capito tutto: guardare in basso e scoprirci mondi e linguaggi pareva il giusto percorso e rifugio e preghiera, il resto son scimmie che camminano)

L'English Heritage potrebbe però dare una rinfrescata a questo posto, i giochi sono un po' datati, la teoria no, anzi la sua teoria evoluzionistica ha datato tutto il resto.
***
Sempre in un impeto culturale, lo stesso giorno un salto di mille ottocento anni fino alla villa romana di Lullingstone. Scoperta negli anni trenta perché in paese per tradizione orale si parlava di una casa romana, escavata dopo la guerra, il ritrovamento rivelossi di notevole pregio: il mosaico pagano e l'affresco cristiano, il busto romano di, forse, Pertinace, altro vasellame e figure dipinte di orantes cristiani dalle braccia aperte.

Segno della successione/commistione di due culti diversi e della loro possibile connivenza: il mosaico mostra Europa ignuda al cavallo del toro Giove, incorniciato da un verso dell'Eneide sulla gelosa Giunone... e tale pavimento si immagina circondato da triclini e ammirato dai ricchi commensali, ospiti del padrone di casa.

Sull'affresco cristiano che mostra i sei oranti levitanti in aria a braccia aperte la presenza di donne ha fornito argomenti ai sostenitori del sacerdozio femminile. Il mio interesse finisce lì, quello di Jacopo si sposta sui gladiatori e sull'armamento delle Legioni.

Il tutto ricoperto da un agghiacciante capannone industriale dal tetto spiovente, indubbiamente a protezione del sito, che ha la temperatura interna di una catacomba, a rischio raffreddore.

Gli Inglesi si rivelano e si ritengono "diversamente Romani". Il continente continua a essere isolato.

giovedì 26 febbraio 2015

Stand clear of the Spa

Arrivo a Bethnal Green, fa un freddo cane, la testa piena di citazioni, appena lasciate nel Mac, qui con me nella borsa a tracolla.
Non ho nessuna voglia di spogliarmi, ma me la faccio venire. Arrivo alla reception di un edificio dall'aria consunta,  forse vittoriano, comunque dignitoso.
Sono anni che non metto piede su Cambridge Heat Road, una strada che per qualche anno mi era familiare; ho visto qui la mia prima Londra, quella di tutti i giorni e di tutte le razze, la Londra che ho vissuto per visite brevi con Cri, Gayle, una volta in compagnia di Loris, e che oggi mi e' diventata familiare. Ma vivo nel sud, non qui nel nord est.

Sono alla York Hall, il tempio, pare, del boxing londinese, qui Kevin, per dire, viene ad allenarsi.
La ragazza alla reception ha le ciglia troppo spesse, forse dei baffetti, mi passa un accappatoio, e un cestello dove infilare le scarpe, due ciabatte in plastica marrone, dandomi istruzioni recitate a disco, che ascolto a metà, e una chiave con il lucchetto.

Sono seminudo, mi bevo dell'acqua da un boccia che contiene fette di cetriolo e foglie di menta, inizio con il bagno turco, poi una doccia fredda, ancora bagno turco e doccia fredda. Non vedo niente, per fortuna: qualche arabo obeso, un mediterraneo, forse italiano, che mi fissa nella speranza forse di concludere non esattamente con una conversazione. Avrà frainteso, mi dico, i miei occhi miopi, ma sempre spalancati sul mondo, oppure ho frainteso io.
Sono anche posti da conversazione, infatti di solito vado in compagnia.

Oggi comunque non mi va di socializzare. Oggi preferisco questa panca calda di marmo, le piastrelle bianche, i gesti in slow motion dell'acqua gettata a rinfrescare il corpo, le gocce di vapore, l'incertezza dei pavimenti e la nebbia profumata di vento, il gigantesco aerosol dove mi sono infilato.  

La stanza dal soffitto basso e dal colore della pietra mi ricorda Nablus, un luogo precario quanto qualunque altro sulla terra.

Penso, al termine di una giornata passata a fare ricerca (con le parole scritte che mi escono al contagocce), a cose frivole e occasionali; mi provo a pensare di non pensarle, di farmi rotolare per inerzia senza al solito vedermi rotolare.
Ma non ci riesco, ma questo e' ovvio. Solo la scrittura mi lascia dove sono.

Appena afferrata una goccia di verità sottratta a queste stanze senza tempo, viene l'ora di uscire e mi sento addosso una freschezza che resiste subito al freddo della sera, le luci degli autobus quasi vuoti: dio quanto e' bella Londra quando si fa sera.

***
Dopo la ormai consueta giornata in biblioteca, ieri l'altro a Canada Water la voce dello speaker si incanta e per lunghi minuti ripete: Please stand clear of the doors, this train is ready to depart.  
Così lo stare pigiati come topi nei vagoni del treno e poi mobili come formiche nei cunicoli sotterranei della metropolitana trova un contrappunto in quella voce reiterata, a ricordarci che siamo (noi e Londra) a un passo dalla follia, a un passo dal massacro.

Il gioco e il massacro, direbbe Flaiano.

sabato 14 febbraio 2015

Battle

Arriviamo alla sette di sera, piove di traverso, apriamo il lodge: perlinato scuro, lampade al neon, due divani a due posti, cucina componibile color panna, un'aria da Aiazzone.  Credetemi per provare o viceversa.

Cri: Sembra la tavernetta dei Correggia.
Io: Deve essere passato mio padre (n.d.a.: folle amante del perlinato, negli anni settanta avrebbe perlinato anche l'Alfasud)
Cri: Sì anche.

Siamo stranamente pieni di fango (esagerazione: si tratta di strisce sui jeans e scarpe malconce, ma si sa noi italiani amiamo uscire indenni anche quando la merda sale agli irti colli), la macchina deve aver caricato tutta la terra del viale d'accesso dell'Holiday Park di Crowhurst.

L'inizio non promette bene, mentre al solito i bambini sono entusiasti, come tutti gli altri inglesi villeggianti qui... infatti vediamo un sacco di macchine parcheggiate ma dove cazzo sono gli inglesi? 

Tappati in casa, birre, quiz e xfactor. Comunque li adoro, si accontentano di poco, amano la natura e si comprano pure questi bungalow portatili a prezzi assurdi, basta che un po' di acqua bollente gorgogli in una spa, una piscina coperta, conigli e scoiattoli che nel verde silenziosamente defecano rotonde palline di compost... il solito verde splendido alla vista, scivoloso al tatto, inodore all'olfatto, pieno di volatili all'udito.

I bambini sono al solito contenti, anche del bagno, perlinato che neanche un monolocale a Salice d'Ulzio... il lodge si chiama Virginia 20, tra il Minnesota 21 e il Vermont 19 (americani i proprietari?) e la vista? di notte non si vede, ma di giorno... modestamente qui noi si può giocare la carta Turner, non Tina, ma Joseph Mallord William Turner, il grande pittore inglese. 

Quasi Turner, in realtà Samsung Young.
Seduto esattamente dove ora scatta il bollitore per il the, o forse lì fuori all'altezza della veranda ha dipinto duecento anni fa, nel 1816 to be precise, uno dei suoi paesaggi (per chi vuole ora alla Tate Britain) sospesi tra l'eternità e il giorno...

Pensavo fosse san Valentino, invece era un paesaggista in calesse a Battle, East Sussex.

Seguono aggiornamenti.

giovedì 5 febbraio 2015

I Gellas

Dunque i Gellas sono venuti al completo. Una il giovedì sera, uno il venerdì sera, l'altro il sabato sera.
Quest'ultimo è partito lunedì all'alba, il secondo lunedì a mezzogiorno, la terza è ancora con noi, partirà sabato il giorno dopo che la di lei sorella verrà in compagnia di Pino, lui sì amico mio.
Ci sono infatti anche io.
L'occasione che portò i Gellas qui: la Winter Run, dieci km di corsa nel bel mezzo di Londra, per sostenere la ricerca sul cancro.

L'unica co(r)sa che ho fatto io, anzi due: il tragitto dal touch in alla platform 5 per prendere la Overground con Jacopo e il passo accelerato tra Waterloo e Westminster dato che parte della metropolitana era chiusa: vento gelido, bambino lamentoso e ritardo consistente.

Ho visto l'arrivo di Cristiana, intendevo fare dell'ironia su quello di Paola, ma ho perso l'attimo, la mia lingua biforcuta al fin seccòssi alla fredda brezza di Febbraio.

Al traguardo sparano musica neve e bevande al cocco: i Gellas si lamentano, ma sono molto orgogliosi di loro stessi medesimi. In giornata e in serata divorano le carni che ho in anticipo cucinato e si compiacciono dei rispettivi risultati, cronometrati grazie al microchip.

L'unico a guardarsi le statistiche a casa? mio suocero che ci tiene ad essere primo e tenersi informato.
Comunque è arrivato primo tra gli over 60.
Leggermente competitivo il ragazzo, in foto è quello più distaccato e professionale.

Son soddisfazioni.


E gli Strocchis? Ci ho pensato tutto il weekend, noi non saremmo stati capaci di tanto, condizionale d'obbligo, troppe le variabili. Tralasciamo mio padre anche per raggiunti limiti di età. 
(A Veruno non gli ho visto fare nemmeno una grigliata in vent'anni, figurati una dieci chilometri di corsa.).

sabato 24 gennaio 2015

Luoghi comuni-sti

Alla mostra comunista di Harts Lane ho fatto una cosa borghese: ho acquistato una delle fotografie in mostra. In un furore snobistico, ho preteso il pallino rosso. L'unico pallino della serata credo.

Il ragazzo addetto alle pubbliche relazioni presentatomi da Cristiana aveva un'età variabile tra i venti e i quaranta, capelli rasta imprigionati in una cuffia di lana rossa e gli occhiali tenuti insieme dallo scoch adesivo, più lungo che alto.


All'ingresso un banchetto con monografie su Cuba e il Che Guevara, alle pareti foto delle manifestazioni londinesi anti aphartheid, una tela chiodata di oggetti a ricordare Walter Benjamin. Tutto riportato in vita e allo stesso tempo remoto, come le cartoline che non ci spediamo più, come quelle ombre sulla parete bianca proprio qui ad Harts Lane:  affreschi fragili di persone e parole a cui guardano inevitabilmente solo i nostalgici, giovani e anziani. 

Chi oggi può ancora dirsi comunista? chi potrebbe, magari non sa di potersi dire comunista? Non è un gioco di domande. Tra la nostalgia e l'oblio, ha vinto l'oblio, che di sé ammanta pure la nostalgia.
Che cosa sarebbe una rivoluzione oggi? E via chiedendo...

Poi in un angolo una donna su con l'età, sguardo mite e beffardo, vestita a strati come una vecchia zia zitella, mi sorrideva come da una foto di un comitato centrale in pausa riunione. 

Mi viene da sorridere a quel che rimane: un antiquariato spoglio e umano di un cadavere eccellente.
***
Che cosa ci fanno qui Le lettere a Lucilio di Seneca nell'inconfondibile dorso rosso della Loeb? Mi verrebbe da chiederlo a Emil.

Sono dalle parti di Brockley, dove abita Emil. Qui i bambini suonano piano e chitarra, prima una poi l'altro.
Siedo su un divano coloratissimo in una stanza microscopica che contiene quello che io e Cristiana metteremmo in cinque. 

Piante esotiche, chitarre e quadri precari alle pareti, maschere di cartone colorato, libri e cd impilati sui lati di un camino anni settanta con la cornice piastrellata, un piano, duo divani, uno stendi panni e altre cose new age. 

Mi ero immaginato un uomo sui trent'anni avanzati, un salotto svedese essenziale e vagamente Spectre, dove io avrei atteso leggendo, mentre i bambini suonano.
No Fra! Emil sembra Piero Gobetti, ne ha gli occhialini... ma porta anche in casa una cuffia... Casa non so, Cristiana dice che sembra più una comune.

Ho vissuto in posti come questo, ora non potrei. Ma trovo salutare, per la mente dico, pensare che le case londinesi, uguali o quasi di fuori, nascondano mondi interi dentro.

Matilde sta imparando al piano Hey Brother di un certo Avicii, pure lui svedese. Mi piacerebbe suonare il piano. Non lo escludo. 
Mai escludere.

mercoledì 14 gennaio 2015

Duemilaquattordici libri o quasi.

L'abitudine di tirare le somme e darsi dei propositi mi piace, e i libri sono le mie migliore somme e i miei migliori propositi. Non servono a vivere meglio, ma aiutano. Tolgono - certo - tempo ad altre attività, a doveri coniugali e familiari, ma alle tentazioni bisogna saper cedere. As good as it gets.

Ho la fortuna di battere biblioteche come mai nella vita, come entrare in un tempio di una religione perfetta, libera e materialista, persino compulsiva... esistono regole, ma di comportamento, niente comandamenti ("non avrai altro libro all'infuori di me" lo dice ogni tanto qualche biblista coranico) tranne due: "non citare un libro invano" e "non uccidere un libro", mentre si può, aspettando, desiderare il libro di altri e commettere atti di prestito e copiatura. 
La citazione è ammessa: si cita spesso, citarsi da soli o citarsi in gruppo non dà scandalo a nessuno. Il guardone da scaffale é tollerato assai più del tarlo, non esiste regola per la spia da biblioteca così come per l'invecchiamento del libro, oggetto che in consultazione o prestito, ama lasciarsi deperire e farsi ristampare all'occorrenza.

La biblioteca é multietnica, una vera babele in temperatura ambiente, in ristampa, in una o più edizioni, talvolta limitate, mai limitanti. Inchinarsi al bisbiglio degli addetti, per ingraziarseli, sarebbe buona pratica... costoro presiedono al catalogo, che é sia il contenitore che il contenuto di ogni biblioteca.

Dunque ecco in ordine sparso i libri del duemila quattordici, vecchi scrittori sepolti e nuove leve calcistiche:

giovedì 8 gennaio 2015

Affanculo, non morti ammazzati.

Più bravi di me nello spiegare con chiarezza i pensieri, che qui nel blog chiamai occasionali, riporto quelli di Enza Rejna e Eugenio Mastroviti, apparsi oggi su facebook.

Sono d'accordo tanto con la versione soft quanto con la versione hard.
Mi spiace per i palati fini, mi spiace per i catto-comunisti e quelli del volemose bene.

La differenza sta nel fatto che io non ammazzo nessuno (e non prego per nessuno).
Sono laico. Sempre. Mi sforzo di esserlo 365 giorni l'anno. Non solo oggi.

Bando alle chiacchiere:

Enza: La questione, per me, è che nessuno, in una fetta di mondo dove le libertà civili sono una conquista cementata da secoli di pensiero, deve permettersi di dire cosa devo pensare, mangiare, vestire, ascoltare, amare. Che si tratti di un imam, di un medico obiettore, di una sentinella sempre in piedi contro l'amore, di un mafioso che chiede il pizzo per farmi tenere aperto un negozio.
Quello che non ti piace non lo guardi, quello che ti urta non lo leggi, oppure se davvero hai strumenti (con un kalashnikov siamo bravi tutti), impari ad argomentarlo.
Rifletto per prima su quante volte ho inconsciamente sperato che il dissenso (rispetto alle mie posizioni) potesse sparire dalla mia vita.
Dopo ieri mi auguro di poter incontrare sempre più "dissidenti" con cui scornarmi a colpi di penna, tastiera e parole.

Eugenio: Oh, e nel caso, a tutti quelli che però la satira davanti alla religione si dovrebbe fermare, quelli che si però spero che si impari a non esagerare, quelli che ma comunque non si dovrebbero infiammare gli animi con delle offese gratuite, posso solo augurare preventivamente di andare affanculo loro, Gesù bambino, il profeta Maometto e Mosè.

ancora Eugenio: Chiedo scusa al Fatto Quotidiano e ai suoi lettori, i commentatori del Guardian stanno lavorando duro per fare peggio. È tutto un fiorire di inviti ad essere responsabili e ad evitare provocazioni che potrebbero costare la vita ad altri innocenti, perché non si possono mettere a rischio delle vite, comprese quelle degli attentatori, in nome di astratti principi come la libertà di stampa.
Neville Chamberlain sarebbe orgoglioso di loro.

Mi fermo qui (ce ne sarebbe...)

venerdì 19 dicembre 2014

Faraway, so close

mentre le due gatte si tendono agguati, inseguendosi per casa, senza far cadere nessun oggetto (lasciano agli occhi scie di disegni manga) provo a mettere in (dis)ordine un paio di necessari pensieri prefestivi.

Come certi treni che prendevo da studente in prossimità delle feste, che volevo passassero in fretta perché trascorrerle con mio padre significava frantumarsi i coglioni dalla noia con la sola speranza che qualcosa accadesse.

Anziché le ombre, i pensieri negativi sulle tasse e sui contributi vari, le scadenze fiscali che la ormai mitica Tiziana mi ricorda via mail al sedici del mese - di quasi ogni mese - causando fitte al costato, voglio concentrarmi sulla luce, l'ottimismo e il sale della vita.

E sulla luce (le gatte intanto compaiono e scompaiono nello spettro visivo in una frazione di secondo come se si materializzassero dal nulla) desidero, con un colpo di penna, che illumini i dettagli della vita e dei luoghi, perché nei dettagli non il diavolo si manifesta ma il segno rivelatore della piena sincerità o del funesto inganno.

Vorrei smettere di sentire le persone lamentarsi o vomitare addosso angosce e ansie e ripetere per ogni domanda o accenno di novità quel monosillabo dall'orizzonte angusto: No; ma vorrei, anzi voglio ricevere inviti, ascoltare idee, farmi coinvolgere in cose che non ho ancora fatto e persone che ancora non conosco. E questo perché so che talvolta a quelle persone assomiglio.


Voglio vedere nelle persone, in tutte le persone, quello sguardo misto di invito e ironia, che non contiene nessuna certezza su quasi nulla, ma curioso e creativo, che mi faccia sentire fortunato, così a prima vista. Voglio quello sguardo che dice: io di te e di me tutto so e tutto ignoro.

E il sale certo brucia pure le ferite, e guarisce... ecco: lo voglio in grani grossi su fumanti grigliate, sul riso giallo zafferano, sul ghiaccio perché non si scivoli e dietro la schiena per tre volte se per caso ne ho versato.

E ora che sono diventato anche il padre di mio padre vorrei per anche solo un minuto fare il figlio di qualcuno. Questo però vorrei che fosse l'unico rimpianto, l'unica debolezza e che passasse veloce come le mie due gatte impazzite che paiono ferirsi a colpi di stiletto e poi s'acquattano come se niente importasse loro.

Che noi tutti abbiamo un dettagliato, salato e creativo 2015!

giovedì 11 dicembre 2014

4.50 from Paddington

Fa freddo. Che noioso inizio.
Pigrizia vuole che non voglia altro che rintanarmi in casa, vestaglia, the, sofà, libro e musica.
Una certa asocialità, poca voglia di fare regali.

Domenica mattina a Orpington per il quarto di finale con il Fleet (vinto 2 a 0): un arbitro arrivato in ritardo, la bruma che sale, la pioggerella sottile anglosassone, un cielo sul grigio, poi quasi viola.
Possibile che la campagna inglese non puzzi, non odori, abbia sempre questo colore verde uniforme d'estate come d'inverno, graziosamente spettinata, uguale a se stessa?
Riprendo la macchina, mentre Matilde fa il riscaldamento (!) pre-gara, trovo un caffè dove fanno colazioni e girano piatti di bacon e baked beans (l'unghia laccata sfiora l'intingolo), alle pareti quadri di paesaggi arabi, cameriere slave scazzatissime, un pound per un caffè che ne vale meno.
***
Sabato mattina alla Senate House non basta la stufetta in dotazione, se non fosse per la gentilezza del personale, e per i libri sugli scaffali, sarei uscito subito, invece rimango... il freddo entra nell'ordito del maglione, nella maglia cotone dentro e fuori, come un veleno sotto cutaneo.
Esco lungo Goodge Street, sono le tre del pomeriggio (tra poco consegnano a casa la lavatrice) e una folla ingorga i marciapiedi e le strade... decido di evitare lo shopping e ficcarmi nella tube. A Tottenham Court Road il vento fatale dei sotterranei... altroché colpi d'aria.
Non un caso che in inglese "colpo d'aria" sia intraducibile: non esiste e basta.
***
Per la seconda volta la lavatrice non viene consegnata, così ce la andiamo a prendere. 
Immaginarmi ripreso dall'alto con un trolley portare una Beko (una Becco!) e attraversare New Cross Road, e un'ora dopo portare quella vecchia e ri-attraversare New Cross Road.